È una frase che senti spesso nei bar, nei corridoi aziendali e nei gruppi familiari: la generazione dei Sessanta sapeva prendersi la responsabilità prima di noi. Non voglio offrire un elogio ingenuo né una condanna sbrigativa; voglio provare a capire in che senso quella presa di responsabilità era reale, in che senso la percezione è costruita e dove invece noi oggi cadiamo in errore o ci nascondiamo dietro al contesto. La generazione dei Sessanta ha preso responsabilità prima di adesso. Questa affermazione non è solo nostalgia, è un nodo che contiene storia materiale, istituzioni e scelte individuali.
La responsabilità come atto quotidiano e non come performance
Negli anni Sessanta la responsabilità non era un tweet o una brand identity. Era qualcosa che si misurava in concretezza: stabilità lavorativa, ruoli familiari definiti, impegno civico che spesso passava attraverso associazioni locali. Sento persone dire che i loro genitori uscivano di casa alle sette e tornavano e tutti quei gesti costituivano una trama invisibile che sosteneva il sistema. È vero, ma questa visione rischia di trasformare i gesti in un mito senza guardare alle condizioni che li hanno resi possibili.
Condizioni che facilitàvano la responsabilità
Il mercato del lavoro offriva percorsi più lineari. Le pensioni erano spesso legate al posto fisso. Le case erano più accessibili per chi aveva redditi stabili. Non dico che fosse semplice, e certamente molte persone vivevano in precarietà; dico però che il sistema forniva infrastrutture che rendevano la responsabilità praticabile e misurabile. Quando oggi parliamo di prendersi responsabilità, spesso ci confrontiamo con un mercato del lavoro spezzettato, contratti elasticizzati e una sicurezza sociale meno ramificata. Il risultato è che l’atto di assumersi responsabilità assume colori diversi e per molti è una scelta con costi immediati più alti.
Non tutto era etico o migliore ma era credibile
Una cosa che sfugge alla retorica dei bei tempi è la credibilità delle istituzioni. I messaggi su cosa significasse essere adulti erano coerenti: scuola famiglia lavoro. Oggi quei percorsi sono frammentati; questo rende la responsabilità più ambigua. Non è che la generazione dei Sessanta fosse moralmente superiore. Era, però, avvolta da codici sociali più condivisi che rendevano la responsabilità un obiettivo riconoscibile.
“The finding that generational differences in the Protestant work ethic do not exist suggests that organizational initiatives aimed at changing talent management strategies and targeting them for the very different millennial generation may be unwarranted and not a value added activity.” Keith L. Zabel Associate Professor Wayne State University.
La citazione di Keith Zabel serve a ricordarci che la narrativa popolare sulla superiorità morale di una generazione rispetto a un’altra è spesso più costruita che provata. Zabel non nega che siano esistite differenze pratiche legate alle condizioni storiche, ma mette in guardia dall’uso semplice di categorie come etica del lavoro per spiegare tutto.
Responsabilità precoce o responsabilità imposta?
Paradossalmente, molti giovani dei Sessanta furono costretti a diventare responsabili per ragioni che oggi definiremmo ingiuste. Ragazzi che lasciavano gli studi per lavorare, figlie che si occupavano di fratelli minori perché non c’erano servizi, donne che tenevano insieme famiglia e lavoro senza riconoscimenti. La responsabilità prima non era sempre una scelta liberatoria; in certi casi era una risposta a esigenze non negoziabili. Questo è un punto cruciale: assumere responsabilità non è sempre sinonimo di empowerment.
Quando la responsabilità diventa sacrificio nascosto
Non raccontiamoci che le famiglie dei Sessanta erano immuni da sfruttamento emotivo e lavoro non retribuito. La cura informale, le ore non pagate, la dipendenza da un solo stipendio. Oggi alcune di queste funzioni si sono socializzate attraverso servizi e politiche pubbliche ridotte rispetto a prima, lasciando nuove spinte individuali che vengono scambiate per minore senso del dovere.
Perché percepiamo una crisi di responsabilità oggi
La risposta breve è che oggi il linguaggio della responsabilità è cambiato. Non è più solo mantenere un lavoro e una casa. È gestire flessibilità, precarietà, identità digitali, sovraccarico informativo. Le persone possono sembrare meno responsabili quando invece stanno negoziando responsabilità in modi che non riconosciamo. Ho visto colleghi più giovani prendersi carico di iniziative civiche online, trasformare hobby in micro imprese, adottare pratiche di cura alternative. Non è esibizione, è adattamento; ma spesso non ha lo stesso valore di riconoscimento sociale che aveva un contratto a tempo indeterminato negli anni Sessanta.
La vergogna come freno
Un elemento meno discusso è il ruolo della vergogna. Se la cultura di riferimento ti dice che la responsabilità è un testimone passato, allora il fallimento personale diventa colpa individuale. Invece oggi la responsabilità è spesso più collettiva e frammentata ma la narrazione resta individualizzante. Questo produce toxic shame e il ritiro dall’impegno visibile.
Cosa possiamo imparare davvero dalla generazione dei Sessanta
Non rimpiangiamo un passato che non tornerà, ma impariamo a distinguere ciò che valeva e ciò che non valeva. Valeva la solidità delle reti sociali e certe istituzioni che permettevano patti di lungo periodo. Non valeva l’imposizione di ruoli rigidi e il costo nascosto che gravava su categorie specifiche.
Io credo che la vera lezione sia scomporre la grande parola responsabilità in parti misurabili e poi ricomporle in forme adatte a oggi. Pensare a servizi che ridisegnino il carico di cura, contratti che permettano traiettorie di vita più elastiche ma non punitive, riconoscimenti sociali per forme di impegno non tradizionali. Non una romantica restituzione del passato ma una ristrutturazione pragmatica del presente.
Un invito personale
Se senti nostalgia per quel tipo di responsabilità mettiti alla prova: chiedi a qualcuno più giovane cosa significa per loro prendersi cura. Ascolta senza correggere. È un piccolo atto di responsabilità intergenerazionale che spesso manca. Non risolverà tutto, ma sposta l’attenzione dalla resa di giudizi alla costruzione di strumenti.
Conclusione provvisoria
La generazione dei Sessanta prese responsabilità prima di adesso in molti sensi. Alcuni fattori erano strutturali, altri culturali, altri dolorosi. Non possiamo ridurre tutto a un semplice confronto morale. Dobbiamo invece tradurre il lato buono di quella responsabilità in politiche e pratiche contemporanee che non rechino nuovi svantaggi. Questo è un lavoro che richiede tempo, non slogan, e un po di coraggio collettivo.
Tabella sintetica delle idee chiave
| Aspetto | Cosa avveniva nei Sessanta | Cosa serve oggi |
|---|---|---|
| Struttura del lavoro | Percorsi lineari e stabilità | Contratti che bilancino flessibilità e sicurezza |
| Rete sociale | Forte coesione locale | Servizi pubblici che sostengano la cura |
| Riconoscimento | Responsabilità visibile e riconosciuta | Valorizzare impegni non tradizionali |
| Costi nascosti | Su alcune categorie pesavano costi invisibili | Politiche che ridistribuiscano i oneri |
FAQ
1. La generazione dei Sessanta era davvero più responsabile?
Non in senso universale. Le statistiche mostrano che molte differenze percepite sono dovute a contesti economici e istituzionali diversi. La ricerca accademica moderna mette in guardia dallassegnare a una sola generazione una superiorità morale. È però vero che certe infrastrutture hanno reso la responsabilità più praticabile e visibile.
2. Perché oggi sembra che i giovani non vogliano prendersi responsabilità?
Spesso è una questione di riconoscimento e costi. La precarietà e la fragilità delle reti di sicurezza rendono il salto verso grandi responsabilità rischioso. Molti giovani scelgono percorsi meno visibili ma impegnativi perché non ci sono garanzie a lungo termine: progettare una microimpresa, cambiare spesso lavoro per trovare senso, darsi a attività civiche online non appare come responsabilità tradizionale ma lo è.
3. Possiamo ricreare le condizioni dei Sessanta oggi?
Non integralmente e non dovremmo volerlo. Alcune istituzioni positive possono essere ricostruite o ripensate: accesso alla casa, servizi di cura, formazione continua. Ma bisogna evitare di riprodurre ruoli rigidi e discriminazioni che esistevano allora. Serve adattamento e condivisione.
4. Qual è il primo passo pratico per costruire una cultura della responsabilità oggi?
Riconoscere la pluralità di forme di impegno. Valorizzare gli strumenti che alleggeriscono i costi individuali come servizi di cura e contratti più equi. E soprattutto smettere di raccontare la responsabilità come monolite morale e iniziare a misurarla in termini di sostenibilità sociale e qualità di vita.
5. Come parlare con chi idealizza quella generazione senza scontrarsi?
Ascoltare i vissuti personali e poi portare dati e storie che mostrino la complessità. Non annullare la memoria affettiva, ma invitare a leggere il passato anche con occhi critici. È un dialogo che richiede pazienza e qualche esempio concreto.