La scorciatoia psicologica che la generazione degli anni 60 usava senza mai chiamarla così

Ho visto mio padre chiudere la porta del salotto dopo una discussione politica e poi sedersi a leggere il giornale come se niente fosse successo. Non era distrazione. Era una scelta mentale precisa e ripetuta. Quella pratica silenziosa che tanti nati tra gli anni 40 e 60 adottarono per proseguire la vita quotidiana ha un nome tecnico che oggi comprenderemmo subito. Eppure per decenni è rimasta una cosa schiettamente pratica, senza titolo ufficiale, una scorciatoia che ha mantenuto intere famiglie funzionanti e intere carriere in piedi. Qui provo a descriverla, a mettere ordine e soprattutto a dire cosa credo che ci insegni ancora oggi.

Non è rimozione né ipocrisia. È compartimentazione.

Quando dico la parola compartimentazione la mente di molti va agli assistenti di volo o ai medici che fanno cose terribili e poi tornano a casa come se nulla fosse. Ma la compartimentazione della generazione degli anni 60 stava in piccole cose: non parlare di una ferita per non aggiungere peso alla tavola, non mischiare famiglia e lavoro, lasciare fuori dalla porta la rabbia per conservare il rispetto formale. Era spesso una strategia tacita, una convenzione morale che reggeva la coesione sociale.

Perché funzionava allora

Il mondo d’allora richiedeva ruoli più netti. L’economia, le aspettative sociali, le strutture abituali spingevano verso comportamenti definiti. Io non voglio santificare questa scorciatoia. Però bisogna riconoscere che aveva valore pragmatico: permetteva di separare problemi emotivi da compiti immediati. Se la moglie aveva un dolore segreto, a volte la famiglia preferiva non scavare perché il prezzo collettivo di una crisi aperta poteva essere la destabilizzazione economica o la vergogna sociale. Era una soluzione crudele ma spesso efficace nel breve termine.

Quel che la parola non dice

Compartimentare non è solo riporre i sentimenti in scatole. È anche una tecnica cognitiva che consente di mantenere performance quando le risorse emotive sono limitate. Non tutte le scatole sono uguali. Alcune erano leggere e rimovibili. Altre, più vecchie e pesanti, si incollavano e restavano lì per anni. Molti mi dicono che gli anni 60 hanno insegnato a tenere la faccia pubblica pulita. Io aggiungo: hanno insegnato a mettere l’essenziale dentro stanze sigillate in modo che il resto potesse andare avanti.

Una voce esperta

“This part of you moves in the world in a particular way that might feel different from other sides of you that show up in your personal life.” Lair Torrent LMFT clinical therapist Brooklyn NY.

Questa frase di Lair Torrent mi pare chiara e senza fronzoli. Quando si parla del fenomeno in termini psicologici non è necessario drammatizzare: c’è una parte di sé che viene selezionata e messa al lavoro come uno strumento. La differenza sta nella consapevolezza. La generazione degli anni 60 raramente nominava questa mossa. La praticava.

Vantaggi concreti e costi nascosti

La praticità è evidente: tenere tutto separato consente di sopportare eventi che altrimenti manderebbero in crisi. Però la lunga durata paga un prezzo. Quando le stanze rimangono chiuse troppo a lungo, l’energia emotiva si ossida. Si formano incomprensioni, distanze affettive, e a volte un senso di infedeltà verso se stessi. Ho conosciuto persone che per anni hanno pagato il conto della loro scelta: un malessere che entra piano piano nella vita adulta dei figli, a volte come perfezionismo, altre volte come incapacità di chiedere aiuto.

Perché i figli se ne accorgono prima

La generazione successiva è cresciuta in un clima diverso. Più domande, meno rituali di soppressione. I figli vedono le porte chiuse e si chiedono cosa ci sia dietro. Non è colpa di nessuno: è un effetto laterale della transizione culturale. E qui emerge la mia opinione netta: mantenere la dignità degli adulti non dovrebbe essere una scusa per privatizzare il dolore fino a renderlo un’eredità silenziosa.

Un tratto che si trasforma, non scompare

La compartimentazione non è un relitto. Si evolve. Oggi abbiamo versioni diverse: la gestione dei social, la performance lavorativa a distanza, la pratica della terapia lampo. La differenza principale è che ora si nomina di più ciò che si fa. La vecchia scorciatoia diventerebbe oggi una tecnica consapevole: si decide quando aprire una stanza e con chi. Questo, a mio avviso, è il punto chiave. Chiamare le cose per nome è spesso il primo passo per non essere vittime delle proprie soluzioni adattive.

Una regola pratica che non voglio chiamare regola

Se dovessi dare un consiglio personale lo esprimerei come una regola empirica: se tieni qualcosa chiuso per più tempo di quanto tu abbia previsto porta la chiave a qualcuno di fidato. Non è terapia, è buon senso. Non è sempre necessario rimuovere i muri. A volte basta costruire una porta che si possa aprire quando serve.

Quel che i leader e le aziende possono imparare

Le organizzazioni spesso replicano le stesse dinamiche: team che mostrano professionalità impeccabile mentre sotto la superficie si accumulano tensioni non dette. Abbattere l’illusione che la trasparenza totale sia sempre la soluzione immediata è utile. Ma anche qui sostengo che una cultura che normalizza la comunicazione selettiva e onesta è preferibile all’incapsulamento silenzioso e permanente.

Non è una lezione da museo

Questa scorciatoia psicologica è utile a volte. Non è la causa di tutti i mali. Serve saperla leggere, riconoscere quando protegge e quando invece opprime. E la generazione degli anni 60 ci lascia questo insegnamento ambiguo: la vita procede meglio a volte se si sa cosa lasciare fuori dalla stanza e quando invece aprire le finestre.

Sommario sintetico

Idea Significato
Compartimentazione Separare parti di sé per gestire ruoli e richieste
Valore pratico Permette funzionamento quotidiano e stabilità breve termine
Costi a lungo termine Distanze emotive, problemi non elaborati, eredità familiare
Trasformazione moderna Si può praticare con consapevolezza e confini chiari
Indicazione personale Aprire lo spazio a un interlocutore di fiducia prima che la scatola si incolli

FAQ

La compartimentazione è sempre negativa?

Assolutamente no. Come qualsiasi strategia psicologica è contestuale. Talvolta permette di svolgere compiti che altrimenti sarebbero impossibili. Il problema nasce quando diventa l’unico modo di vivere. La mia posizione è che andrebbe nominata e gestita. Che è diverso da demonizzarla.

Come capire se questa pratica mi sta danneggiando?

Ci sono segnali concreti: relazioni che si raffreddano senza motivo apparente, ricorrenti scoppi emotivi dopo lunghi periodi di calma, o la sensazione di non riconoscersi. Anche il fatto che i figli ereditino ansie o rigidezze suggerisce che la compartimentazione è diventata un’abitudine disfunzionale nella famiglia.

È possibile insegnare questa competenza senza erodere l’intimità?

Sì. La differenza sta nella trasparenza intenzionale. Insegnare a selezionare momenti e interlocutori invece di occultare completamente fa la differenza. Io sostengo l’educazione emotiva pratica: non serve esporre tutto, serve saper scegliere quando e come condividere.

Come cambia questo tema nelle aziende?

Le imprese possono trarre vantaggio da regole chiare di comunicazione. Dichiarare che certi argomenti vanno affrontati in specifici spazi e tempi evita che il personale accumuli stress non detto. La leadership dovrebbe favorire canali sicuri per mettere in luce i problemi prima che diventino ingombranti.

Questa pratica è diversa per uomini e donne?

Esistono differenze culturali e di socializzazione. In molte società del dopoguerra gli uomini erano spinti alla riservatezza emotiva più delle donne. Questo non è universale ma spiega perché nei racconti familiari spesso sia emerso uno specifico schema di silenzi selettivi. La svolta moderna è mettere in discussione questi ruoli senza colpevolizzare chi li ha vissuti.

Non chiudo con soluzioni facili. Alcune abitudini resistono perché funzionano in modo sporco ma efficace. Preferisco lasciare una domanda aperta: possiamo imparare dagli adattamenti del passato senza importarci i loro difetti? Io credo di sì ma richiede lavoro e onestà.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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