La domanda su cui inciampo ogni mattina mentre bevo un caffè troppo lungo è semplice e petulante insieme. La generazione moderna può imparare la resilienza old school? Sono stanco delle risposte pronte che sembrano uscite da un manuale motivazionale. Voglio esplorare la questione con impazienza e qualche fastidio sincero. Qui non si tratta di nostalgia romantica né di una partita persa tra i giovani e il passato. Si tratta di capire se certe competenze dure come la scala di un muro possono essere insegnate oggi, in un mondo che misura la fatica con notifiche e like.
Perché la parola resilienza fa paura e fa gola allo stesso tempo
Resilienza è una parola che molti usano come se fosse un tatuaggio morale. Oggi appare nelle descrizioni di lavoro, nei profili social e nei workshop aziendali. Ma la resilienza di cui parlo non è uno sticker emotivo da attaccare al curriculum. È piuttosto una capacità di reggere l’usura prolungata della vita reale. È la somma di resistenze pratiche e psicologiche che permettono a una persona di rialzarsi senza perdere la bussola o di cambiare rotta quando la vecchia strada non serve più.
Non è solo questione di forza d animo
Per molti anni la ricerca ha cercato di decodificare cosa veramente separa chi ce la fa da chi si arrende. Un nome salta fuori spesso: Angela Lee Duckworth, psicologa e professoressa. La sua ricerca sul concetto di grit ha influenzato il dibattito contemporaneo sulla perseveranza. Questa non è una citazione buttata a caso ma una bussola quando la conversazione diventa troppo astratta.
Grit is passion and perseverance for very long term goals. Grit is having stamina. Grit is sticking with your future day in and day out. Not just for the week