Quando parlo con amici nati tra il 1960 e il 1979 mi rendo conto che esiste un ritmo emotivo differente rispetto ai più giovani. Non è magia. Non è che abbiano scoperto un segreto universale. È una specie di allenamento inconscio che la vita di allora dava per scontato. In questo pezzo provo a spiegare quel ritmo. Non voglio ricostruire la storia come una favola comoda. Voglio descrivere, prendermi delle posizioni e lasciare qualche domanda in sospeso.
Un ponte tra pratica e nervosismo
Le persone cresciute negli anni 70 hanno vissuto una quotidianità che oggi sembra creata da una sceneggiatura diversa. Attese più lunghe. Soluzioni meno immediate. Una cultura in cui riparare qualcosa e tornare a far funzionare la giornata era la norma. Questa pratica continua ha plasmato una risposta allo stress che spesso appare meno esplosiva e più orientata all’azione. Non significa che non provassero ansia. Significa che l’ansia era spesso trasformata in qualche gesto pratico prima che diventasse panico.
La noia come palestra nervosa
La noia non era un vizio. Era tempo non occupato, e imparare a gestirla significava imparare a tollerare il disagio senza fuggire immediatamente. Questa tolleranza non è un trucco retorico. È una capacità che si esercita. Ne consegue una differenza fondamentale nel modo in cui si risponde allo stress. Dove un telefono moderno ingrossa ogni piccolo segnale fino a farlo esplodere, i bambini di allora avevano già fatto esperienza di tensioni che andavano via da sole, o si risolvevano con un gesto pratico.
Formazione pratica versus formazione digitale
La generazione cresciuta negli anni 70 ha accumulato un patrimonio di soluzioni pratiche. Riparare la bicicletta. Chiamare un parente senza aspettare risposta in chat. Leggere una mappa e trovare il percorso sbagliato e correggersi. Questo ha nutrito un tipo di coping che possiamo chiamare orientato al problema. Non è teorico. È sporco. È fatto di strumenti che si usano con le mani. È un modo di pensare che riduce la sensazione di impotenza davanti a un imprevisto.
Non è tutto rose e applausi
Non dico che chi è cresciuto negli anni 70 fosse immune a ansia o disagio. Ci sono ferite che restano. Ci sono meccanismi di difesa malsani. Ma la norma sociale tendeva a insegnare che qualche disagio non è una condanna a vita. E quando la norma sociale è condivisa, cambia il modo in cui il sistema nervoso interpreta la minaccia.
La documentazione assente e il costo della memoria permanente
Un punto sottovalutato è la differenza della memoria sociale. Prima delle videocamere sempre pronte e dei social, gli errori, le cadute e le figure meschine non restavano incise nel feed. Questo ha svolto una funzione educativa non romantica. Esporsi all’umiliazione e poi tornare a vivere senza un file che ritorna ogni mese insegna che l’evento può essere finito. Oggi lo stesso errore può essere riproposto migliaia di volte. Il risultato è che la tensione si nutre di ripetizione.
Una nota personale
Ricordo mio padre che non parlava molto della paura. Faceva. Non era coraggio eroico. Era pragmatico. Quella praticità non mi ha reso migliore o peggiore. Mi ha mostrato una via possibile. E la via possibile resiste perché è semplice. Non sempre gradevole. Ma efficace nel quotidiano.
“Where Millennials are concerned we know that the cost of education is pretty high in this country and student debt is higher The job market until recently has also been problematic.” Katherine C Nordal PhD Executive Director for Professional Practice American Psychological Association.
Perché quella generazione a volte sembra meno fragile
La risposta è in parte biologica e in parte culturale. L’esposizione ripetuta a piccoli stress ripara il cervello alle scosse. Non sto proponendo una nostalgica idealizzazione di tempi presunti migliori. Dico che abitudini concrete fanno la differenza. Se cresci imparando a far fronte con le tue mani a qualcosa che si rompe, il tuo primo impulso non è fuggire. È capire cosa aggiustare.
Non tutto si può replicare
Non è realistico o desiderabile riprodurre interamente il passato. Quel mondo aveva anche carenze strutturali che non vogliamo rivivere. Tuttavia possiamo scegliere quali dettagli conservare. La capacità di tollerare attese e di praticare soluzioni manuali è una di quelle cose utili. Agire su queste micro abitudini non è regressione. È selezione intenzionale.
Il prezzo dell adattamento moderno
Le generazioni nate con lo smartphone affrontano un panorama emozionale dove le ricompense e gli allarmi sono compressi in micro stimoli. Questo crea nuovi tipi di stress e nuove vulnerabilità. I vantaggi dell accesso istantaneo sono reali. Ma paghiamo un prezzo che spesso non riconosciamo dentro il corpo. Dove prima la frustrazione si consumava e passava con l azione, oggi la frustrazione può restare sospesa nel flusso di notifiche in attesa che qualcosa la ripaghi.
Una posizione netta
Non credo che una generazione sia meglio dell altra. Penso però che la retorica che celebra una moderna superiore adattabilità sia spesso autoreferenziale. Il confronto utile è pratico. Cosa possiamo imparare da chi ha accumulato esperienza diretta nel gestire eventi contingenti senza affidarsi a piattaforme digitali per il supporto emotivo. E cosa di utile possono insegnarci le abitudini nuove, soprattutto nella cura di sé e nell accesso alle risorse psicologiche.
Riflessioni aperte e invito all esperimento
Propongo un piccolo esperimento collettivo. Per una settimana provate a lasciare il telefono fuori dalla stanza durante una faccenda che richiede concentrazione. Risolvete un problema pratico senza cercare istruzioni online. Osservate come reagisce il corpo. Non è terapia. È ricerca sul campo. Se non funziona non è una sentenza. Se funziona non è una rivelazione mistica. È solo informazione.
In conclusione non confondete resistenza con durezza d animo. Le persone cresciute negli anni 70 hanno spesso una tessitura emotiva che combina nervo e lavoro pratico. Questo non le rende immuni. Le rende soltanto diverse nella risposta. E la differenza è utile se la osserviamo senza la lente della superiorità morale.
Tabella di sintesi
| Elemento | Caratteristica tipica | Impatto sullo stress |
|---|---|---|
| Tolleranza alla noia | Abitudine a tempi vuoti senza distrazioni | Maggiore capacità di attendere e resistere a impulsi |
| Soluzione pratica | Riparare e fare da sé | Maggiore senso di efficacia personale |
| Assenza di documentazione permanente | Errori che non vengono memorizzati digitalmente | Ridotta ripetizione dello stress sociale |
| Supporto sociale diretto | Comunicazione faccia a faccia o telefonica | Elaborazione emotiva più immediata e contestualizzata |
FAQ
1. Le persone cresciute negli anni 70 sono meno ansiose di quelle nate dopo il 1990?
Non esiste una risposta secca. I dati di ampia scala mostrano differenze di sintomi e modalità di coping tra generazioni ma non una immunità totale. La differenza più significativa non è tanto nel sentimento soggettivo di ansia quanto nel modo in cui viene gestita. Chi è cresciuto negli anni 70 spesso applica soluzioni pratiche in prima battuta mentre i più giovani possono ricorrere prima a strumenti digitali o al confronto online. Questo non rende nessuno migliore di qualcuno.
2. Posso imparare a comportarmi come chi è cresciuto negli anni 70?
Sì e no. Alcune abitudini si possono coltivare. Aggiungere frizioni nelle routine come aspettare senza cercare una soluzione istantanea o lavorare con le mani su problemi concreti produce cambi nell abitudine cognitiva. Però non si tratta di imitare tutto un contesto storico. È più utile scegliere pratiche mirate e ripetute che rinforzino la tolleranza al disagio.
3. Ci sono rischi nello idealizzare il passato?
Assolutamente. Idealizzare impedisce di vedere gli elementi strutturali del passato che erano ingiusti o dannosi. Parlare delle risorse emotive di una generazione non significa chiudere gli occhi su limiti sociali ed economici. Serve equilibrio critico. Prendere spunti senza mitizzare è fondamentale.
4. Come cambia il lavoro nello stress intergenerazionale?
I luoghi di lavoro oggi richiedono maggiore velocità e multitasking digitale. Questo crea mismatch con chi preferisce cicli di lavoro più lunghi e meno interruzioni. La soluzione efficace è di responsabilità organizzativa. Adattare i flussi di lavoro per includere pause reali e strumenti che non disperdano attenzione giova a tutti e riduce il rischio che lo stress diventi cronico.
5. Quale cambiamento pratico posso fare subito?
Un azione semplice è creare un intervallo analogico ogni giorno. Anche dieci minuti senza schermi mentre si risolve un compito pratico o si organizza qualcosa in modo manuale possono riattivare circuiti di pazienza e efficacia. Non è una cura miracolosa. È un esercizio che, se praticato, produce piccole differenze che si sommano.