Crescere negli anni 60 e 70 significa aver sedimentato un modo di muoversi nel mondo che non si nutre di likes o di stimoli intermittenti. I nati negli anni 60 e 70 non si affidano alla motivazione esterna come prima strategia per andare avanti. È una caratteristica che vedo spesso nelle persone che incontro e che seguo come blogger in Italia. Non è soltanto nostalgia o retorica generazionale. È un mix di pratica quotidiana, ferite rielaborate e scelte ripetute che alla fine forgiano resistenza interna.
Un’abitudine costruita, non una filosofia
Non penso che esista una sola ragione. C’è la storia materiale della vita. Chi è nato tra il 1960 e il 1979 ha spesso sperimentato famiglie in cui le ricompense non erano immediate e dove l’effetto delle scelte si vedeva oltre anni e non oltre post. Questa lunga prospettiva temporale insegna a coltivare motivazioni che rimangono anche quando gli stimoli esterni scemano. Si apprende per tentativi ed errori che contano più le abitudini quotidiane che i fuochi d’artificio motivazionali.
La pratica del valore personale
Per molte persone di questa generazione il valore di un lavoro o di una passione non si misura in consenso sociale ma in concretezza. Si tratta di quel tipo di giudizio che arriva dall’interno. Ho visto un artigiano di Milano spiegarmi che lavora per lasciare tracce che resisteranno oltre il suo tornare a casa. Non lo dice con orgoglio performativo. Lo dice come descrizione pratica delle sue giornate.
Come la mancanza di fiducia nelle ricompense esterne diventa vantaggio
Chi non dipende dagli stimoli esterni si porta dietro due potenziali vantaggi. Primo, una maggiore tolleranza della monotonia che permette di lavorare quando la ricompensa è lontana. Secondo, una capacità di rimodellare la propria identità con meno oscillazioni emotive. Questo non vuol dire che siano immuni alla demotivazione. Vuol dire invece che la loro bussola interna è spesso più robusta e meno sensibile alla moda del giorno.
Non è rigido idealismo
Spesso si fraintende questa attitudine come inflexibilità. Non è così. Ho conosciuto persone nate nel 70 che si reinventano più velocemente di ventenni perché hanno imparato a separare la propria essenza dagli appetiti esterni. Non cercano approvazione per esistere. Cercano senso per continuare. La differenza è sottile ma tangibile.
Self motivation rather than external motivation is at the heart of creativity responsibility healthy behavior and lasting change.
Questa osservazione di Edward Deci non è un sofisticato slogan teorico. È uno specchio di esperienze reali. Quando chiedo a lettori della mia età cosa li mantiene in piedi mi rispondono con pratiche semplici: piccoli impegni quotidiani mantenuti, progetti che hanno una ricompensa intrinseca, relazioni che non chiedono conferme pubbliche.
Le radici culturali italiane che contano
In Italia questa tendenza ha colori particolari. La cultura familiare e l’idea di responsabilità intergenerazionale hanno rafforzato la capacità di trovare motivazione dentro se stessi. La casa, il laboratorio, la bottega, il campo: luoghi dove il risultato è visibile anche senza applausi digitali. Ho visto persone usare quel patrimonio a volte per scelta e altre volte come necessità. Non è una via morale superiore. È semplicemente funzionale per chi vuole andare avanti senza dipendere dal feed di qualcun altro.
Il valore della mancanza di controllo
Paradossalmente quando si accetta di avere poco controllo sulle ricompense esterne si diventa più creativi nel costruirsi piccoli sistemi motivazionali interni. Mi colpisce sempre quanto siano concreti questi sistemi. Non si tratta di rituali magici ma di microcontratti con se stessi. Sveglia presto quel giorno. Finire quel pezzo di lavoro prima di cena. Telefonare a una persona cara. Tutte cose che non fanno rumore online ma stabiliscono ritmo e responsabilità.
Dove la generazione precedente può sbagliare
Non è tutto perfetto. L’indipendenza dalla motivazione esterna può diventare rigidità mentale. Alcuni nati negli anni 60 e 70 faticano ad accettare nuove forme di riconoscimento e collaborazione che richiedono visibilità. Possono giudicare l’uso del social come superficialità senza vedere il potenziale strategico. La critica non è sbagliata ma non deve diventare rifiuto totale del nuovo.
Un errore comune
Occorre distinguere la critica alla dipendenza da abbellimenti esterni dalla chiusura a forme alternative di valore. Un errore frequente è considerare ogni richiesta di visibilità come vacuità. Alcune persone invece trovano in quelle forme strumenti per espandere la propria autonomia. Non è necessario litigare con il presente. Si può scegliere come usarlo.
Autonomous motivation has to do with engaging in an activity with a full sense of willingness and volition.
La frase di Richard Ryan completa il quadro. L’autonomia non è un concetto astratto. È una condizione psicologica che permette di impegnarsi con pienezza. I nati negli anni 60 e 70 spesso hanno costruito questa condizione attraverso azioni ripetute e scelte che isolano il nucleo di ciò che conta per loro.
Perché questa qualità è utile oggi
In un mondo che premia immediatamente il rumore la capacità di non dipendere dagli stimoli esterni è preziosa. Non come resistenza a priori ma come capacità di filtrare la velocità. Queste persone mantengono progetti a lungo termine, reggono i momenti di crisi e raramente si lasciano deflagrare da mode passeggere. Io credo che sia un vantaggio sociale non solo individuale. Le organizzazioni e le comunità che cercano stabilità hanno bisogno di gente così.
Una chiusa aperta
Non dico che sia la strada unica o sempre migliore. Dico però che questa attitudine merita rispetto e analisi più profonde. Ho visto giovani imparare abilità robuste osservando un vicino di casa del 70 che non ha mai smesso di coltivare il suo mestiere. Ho visto anche persone della mia generazione rinnovarsi ascoltando i segnali del mondo digitale senza rinunciare alla propria bussola interna. Ci sono molte traiettorie possibili.
Conclusione
La motivazione interna dei nati negli anni 60 e 70 non è un vezzo generazionale. È un insieme di pratiche consolidate che funzionano nel tempo. Non è esente da limiti ma ha una solidità che molti cercano oggi. Capirla significa smettere di giudicarla come nostalgia e cominciare a imparare da essa quando è utile. E anche a criticare quando serve.
Tabella riassuntiva delle idee chiave
| Idea | Significato |
|---|---|
| Autonomia costruita | Scelte ripetute che creano una motivazione interna stabile. |
| Familiarità con la lentezza | Abitudine a progetti che richiedono tempo e non applausi immediati. |
| Pratiche quotidiane | Microimpegni e rituali concreti che sostengono l azione. |
| Rischio di rigidità | Possibile resistenza ingiustificata al nuovo e alla visibilità utile. |
| Valore sociale | Stabilità e continuità che beneficiano comunità e organizzazioni. |
FAQ
Perché molti nati negli anni 60 e 70 non cercano approvazione pubblica?
Perché in larga parte hanno imparato a misurare l utilità delle azioni su criteri interni e tangibili. Nelle loro biografie ci sono spesso lavori, relazioni e responsabilità che richiedevano costanza più che applausi. Questo processo formativo crea un’abitudine mentale a cercare ricompense intrinseche. Non è un rifiuto morale della visibilità ma una diversa scala di priorità.
Significa che non apprezzano la tecnologia o i social media?
Assolutamente no. Molti accettano e usano la tecnologia come strumento pratico. La differenza è che la tecnologia non diventa il termometro della loro autostima. Possono usare i social per vendere un prodotto o mantenere relazioni senza fare della viralità uno scopo esistenziale. Alcuni si integrano bene con le nuove forme comunicative proprio perché portano con sé disciplina e lungo respiro.
Questa attitudine è transferabile alle nuove generazioni?
Sì ma non automaticamente. Le nuove generazioni possono imparare da modelli concreti e da mentori che mostrano come costruire motivazioni interne. Serve però tempo e contesti che permettano il fallimento e la ripetizione senza l impose della gratificazione immediata. È un apprendimento che passa attraverso esperienze reali più che semplici consigli teorici.
Come evitare che l indipendenza dalla motivazione esterna diventi chiusura?
È importante coltivare curiosità e riconoscere il valore potenziale di alcune forme di visibilità e collaborazione. Allenare una pratica di ascolto critico verso il nuovo aiuta a selezionare gli strumenti utili senza perderne l essenza. La misura sta nel dialogo tra ciò che si è e ciò che può ampliare le proprie possibilità senza scambiarle per bisogni essenziali.
Quali libri o autori consigliati per capire meglio queste dinamiche?
Suggerisco testi e autori che trattano motivazione intrinseca e autodeterminazione senza ridurli a slogan. Le opere di Edward Deci e Richard Ryan offrono una cornice teorica robusta. Accanto a questi si possono leggere memoir e racconti di mestieri per cogliere l elemento concreto delle pratiche quotidiane.
Fine.