Negli ultimi anni mi è capitato spesso di osservare la stessa scena con un misto di ammirazione e fastidio: una persona nata nei primi anni Sessanta che affronta una lite familiare o un imprevisto pubblico con una calma che quasi irrita chi le sta accanto. Non è stoicismo teatrale né freddezza calcolata. È qualcosa di più sottile e radicato. In questo pezzo provo a spiegare perché il controllo emotivo coltivato in quell’epoca appare oggi così anacronistico e per certi versi necessario. Non è un elogio incondizionato. È una riflessione parziale, personale e non del tutto chiusa.
Un clima sociale che educava alla misurazione
Gli anni Sessanta in molti paesi occidentali, e in Italia in particolare, furono anni di contraddizioni: trasformazioni culturali insieme a norme familiari ancora rigide. I bambini imparavano a non far rumore con le emozioni perché famiglia scuola e comunità chiesero spesso obbedienza e compostezza. Il risultato non fu soltanto una generazione meno teatrale. Fu anche una specie di allenamento emotivo involontario. Le emozioni non sparivano. Venivano praticate come un mestiere: riconosci, trattieni, valuta, scegli il tempo giusto per dirlo. Questo modo di vivere il sentimento ha lasciato tracce nel comportamento adulto.
Non una maschera ma una grammatica
Quando dico grammatica non intendo una regola rigida. Intendo un insieme di abilità sottili: leggere sguardi, modulare toni, aspettare la pausa giusta per intervenire. È una capacità di tradurre l’agitazione in strategia comunicativa. Chi è cresciuto così tende a usare la misura come una lente. In alcune situazioni questa lente funziona come filtro protettivo. In altre diventa barriera emotiva, e allora la distanza è reale e dolorosa.
Perché oggi sembra insolito
Le generazioni successive hanno avuto più linguaggio sulle emozioni. Hanno strumenti narrativi diversi per dirsi feriti o felici. In un mondo che celebra la trasparenza e la reazione immediata chi trattiene appare distante o addirittura manipolatore. Ma spesso dietro la ritrosia c è un diverso concetto di responsabilità emotiva: non scaricare sulle persone la propria turbolenza. Questo principio oggi può suonare obsoleto ma non sempre è sbagliato.
Emotional intelligence is about being aware of what you re feeling. Dr. Ernesto Lira de la Rosa Ph.D. Psychologist Hope for Depression Research Foundation.
La citazione ricorda che il controllo non è assenza di consapevolezza. Chi è cresciuto negli anni Sessanta non ha imparato a reprimere alla cieca. Ha spesso sviluppato la capacità di riconoscere il proprio stato interiore e agire dopo averlo considerato. È una differenza sottile ma profonda: chi confonde misurazione con insensibilità perde il senso pratico di molte reazioni.
La mescola di contesto sociale e pratica quotidiana
Un altro aspetto poco raccontato è la quotidianità pratica che accompagna questa educazione emotiva. Il senso del dovere del lavoro il tacito imperativo di non creare imbarazzo pubblico la gestione delle relazioni interpersonali in spazi ristretti: tutto questo ha rafforzato la capacità di controllare l esplosività. Non è romantico. È pragmatismo. Non è terapeutico secondo le categorie attuali. È una tecnica di convivenza che ha funzionato per decenni e che oggi può risultare straniante perché fuori tempo rispetto alle attese culturali contemporanee.
Boomers grew up in a time when face to face interaction was the norm. Dr. Sanam Hafeez Psy D. Psychologist Director of Comprehend the Mind.
Solo pochi esperti mettono in relazione la pratica conversazionale faccia a faccia con lo sviluppo di capacità emotive molto concrete. Leggere il corpo e l espressione dell interlocutore obbliga all aggiustamento continuo. Non è che il mondo di allora fosse più saggio. Era semplicemente diverso nei suoi vincoli e nelle sue ricompense.
Vantaggi inattesi e costi meno visibili
Cerchiamo di essere onesti. Il controllo emotivo costruito in quegli anni ha dato alcuni vantaggi molto tangibili: maggiore affidabilità in contesti di lavoro quando la reazione immediata sarebbe stata disastrosa; resilienza davanti a avversità che richiedevano lucidità e non impulsività; capacità di mantenere relazioni lunghe anche quando i sentimenti oscillavano. Allo stesso tempo ci sono costi spesso taciuti: difficoltà a riconoscere il dolore intergenerazionale incapacità di chiedere aiuto in tempo e relazioni affettive dove la distanza si maschera da equilibrio.
Una critica non banale
Non difendo un modello acritico. La capacità di trattenere può aprire la strada all alienazione emotiva. Laddove il controllo diventa invisibilità si crea un vuoto che nessun esercizio di compostezza può riempire. Io penso che la domanda giusta non sia tornare indietro ma saper scegliere: quando il controllo è risorsa quando è ostacolo.
Come si traduce oggi
Nella pratica quotidiana vedo tre esiti ricorrenti. Il primo è la conversione virtuosa: chi utilizza la misura di una volta con un vocabolario emotivo contemporaneo diventa un punto di riferimento stabile e dialogante. Il secondo è la rigidità: la misura diventa avarizia emozionale e l interlocutore si sente escluso. Il terzo è l adattamento ipocrita: fissare la calma come facciata per evitare il confronto reale. Nessuno di questi esiti è inevitabile ma sono profili che osserviamo spesso.
Conclusione aperta
Alla fine credo che il lascito emotivo degli anni Sessanta non sia un modello perfetto né un peccato originale. È un repertorio di tecniche e atteggiamenti che possono essere utili se ripensati. Per i giovani lecito provare irritazione dirompente. Per i più anziani lecito conservare certi automatismi. Ma se c è una cosa che la storia emotiva ci insegna è che le generazioni dialogano o si ignorano. Preferisco il primo esito. Preferisco la conversazione sporca e imperfetta che riconosce i vantaggi e i limiti di entrambe le parti.
Tabella riassuntiva
| Idea centrale | Che significa |
|---|---|
| Controllo come abilità | Non è repressione cieca ma una pratica di riconoscimento e modulazione emotiva. |
| Origine storica | Norme familiari e sociali degli anni Sessanta hanno formato un uso della misura nelle relazioni quotidiane. |
| Vantaggi | Stabilità nelle crisi affidabilità e capacità di leggere il contesto faccia a faccia. |
| Costi | Distanza emotiva difficoltà a chiedere aiuto e talvolta alienazione. |
| Esiti contemporanei | Conversione virtuosa rigidità o facciata adattiva. |
FAQ
Chi sono le persone genificate da questa descrizione?
Si parla principalmente di persone nate tra il 1946 e il 1964 ma la descrizione si applica maggiormente a chi ha vissuto l infanzia e l adolescenza negli anni Sessanta in contesti familiari tradizionali. Non è una regola assoluta. Molti individui di quella generazione sono aperti e parlanti. Lo stile di cui parlo è una tendenza culturale non una sentenza biografica.
Questo controllo emotivo è sempre funzionale?
No. È funzionale in contesti che richiedono lucidità e stabilità ma diventa problematico quando impedisce intimità, condivisione e riconoscimento del dolore. È utile imparare a valutare quando la misura serve e quando si deve rischiare vulnerabilità.
Come possono dialogare generazioni con approcci emotivi diversi?
Il dialogo richiede due cose semplici e difficili: curiosità e pazienza. Curiosità per capire perché l altro si comporta così e pazienza per non giudicare all istante. Entrambi i lati possono imparare tecniche pratiche: ascolto attivo scelta del tempo per discutere e spiegazione delle proprie esigenze emotive senza assalti interpretativi.
Il controllo emotivo proviene più dalla cultura o dalla famiglia?
È un intreccio. La cultura fornisce norme e modelli la famiglia li traduce in regole pratiche quotidiane. In certi casi la scuola o il luogo di lavoro hanno rinforzato il messaggio di compostezza rendendolo strumento di successo. In altri casi la repressione era il frutto di stigmi e mancanza di linguaggio emotivo.
È possibile trasformare un eccesso di controllo in risorsa?
Sì. La trasformazione avviene quando si aggiunge al repertorio della misura il vocabolario dell emozione consapevole. Non è una rinuncia ma un allargamento. Significa imparare a tradurre il controllo in scelta e non in automatismo. Questo richiede tempo pratica e a volte il confronto con figure che modellano un diverso uso dei sentimenti.
Perché spesso gli altri interpretano male questo modo di reagire?
Perché le aspettative culturali cambiano. In un tempo che valorizza l espressione immediata la persona che trattiene sembra nascondere qualcosa. La lettura errata nasce dal confronto tra due grammatiche emotive diverse. Capire questa differenza riduce la rabbia e apre la possibilità di conversazioni più oneste.