Negli ultimi anni è diventato facile raccontare le generazioni con etichette nette e comode. Ma dietro il luogo comune del non lamentarsi o del “si è sempre fatto così” c’è una trama più complessa. In questo pezzo provo a spiegare perché la generazione nata negli anni 70 ha sviluppato una tolleranza al disagio che oggi sembra quasi anacronistica. Non è solo memoria o nostalgia. È un mix di condizioni materiali, pratiche educative, economia e scelte collettive che hanno plasmato abitudini emotive e pratiche di resilienza.
Un contesto che non ha bisogno di filtri
Chi è cresciuto negli anni 70 ha fatto esperienza di tempi in cui molte risposte non erano a portata di mano. L’assenza di servizi on demand, la limitata presenza di dispositivi che annullano l’attesa, la diversa organizzazione del lavoro e dello spazio pubblico hanno reso normale confrontarsi con frustrazioni quotidiane senza appoggi digitali immediati. Questa non è una lode del passato ma una constatazione: l’assenza di gratificazione immediata ha addestrato la pazienza, o qualcosa che gli somiglia.
Non era eroismo, era economia quotidiana
Non bisogna romantizzare la fatica. Per molti la tolleranza al disagio è stata una risposta pratica a risorse scarse. Fare la fila per certi servizi, aspettare per un telefono pubblico, riparare invece di sostituire. È una disciplina pratica più che una scelta morale. A volte è stata dignità; altre volte una resa. Questo alone ambivalente rende la questione interessante: la stessa abitudine che ha permesso sopravvivenza economica può aver nutrito una forma di resistenza psichica.
Giocare per strada e imparare a cadere
Una leva spesso sottovalutata è il modo in cui i bambini passavano il tempo. Spazi pubblici meno regolati, giochi meno sorvegliati, e la libertà di errore hanno insegnato, in modo materiale, a gestire piccoli fallimenti. La pratica del rischio quotidiano è stata funzionale: cadere, rialzarsi, capire i limiti del corpo e delle relazioni senza che ogni episodio diventasse un evento socialmente amplificato. Questo esercizio direi quasi muscolare dell’abitudine a tollerare il fastidio ha effetti a lungo termine sulle strategie di gestione emotiva.
Resilience is not about ‘sucking it up’ or ‘pulling yourself up by your bootstraps. It is the ability to recover, adapt and grow through adversity. Boomers learned this out of necessity. The Boomer generation…grew up in the post World War II era marked by rapid industrialization, cultural shifts and less emotional handholding.
La citazione di una psicologa che ha studiato questi meccanismi ci ricorda che la resilienza non è sinonimo di durezza sterile. È un processo di adattamento che può essere sano o distorto a seconda delle risorse emotive e sociali disponibili.
La tecnologia non ha solo addolcito la vita
Oggi abbiamo strumenti che riducono il disagio immediato ma creano nuove fragilità. La disponibilità istantanea di risposte e la possibilità di evitare ogni attrito sociale hanno ridotto l’esperienza di noia, frustrazione e attesa—tutte componenti che, in passato, hanno costruito tolleranza. È una trasformazione ambivalente: meno sofferenza cruda ma anche meno pratica nell’affrontare piccoli ostacoli senza cercare un sollievo esterno immediato.
Boomers grew up without smartphones streaming services and overnight shipping. There was less instant gratification. If they wanted something they had to save up and wait. This helped them build up patience and the ability to tolerate discomfort. These are key ingredients for managing stress later in life.
Non è nostalgia, è un’analisi di strumenti
La differenza tra allora e oggi non sta nel valore morale delle due condizioni ma negli strumenti che ognuna fornisce. Se la tecnologia attuale ci libera da alcune forme di fatica, ci priva anche di certe lezioni pratiche. Questo crea frizioni intergenerazionali genuine: non è che i più giovani non valgano, è che hanno meno occasioni di allenare certi muscoli emotivi.
Famiglia e lavoro come palestra involontaria
Negli anni 70 molte famiglie funzionavano con regole rigide sul ruolo e sulle responsabilità. Questo ha prodotto due effetti: una rete di attese chiare e una pressione a conformarsi. Per alcuni, la conseguenza è stata sicurezza; per altri, compressione. Tuttavia al livello pratico quella struttura ha insegnato a reggere carichi, a fare senza lodi, a trovare soluzioni sul momento.
Quando la tolleranza diventa una gabbia
Non tutto quel che sembra forza è utile a chi lo porta. A volte la capacità di sopportare è stata usata per giustificare assenza di cura o per normalizzare condizioni di lavoro avverse. Separare ciò che è resilienza autentica da ciò che è adattamento a condizioni ingiuste è cruciale. La generazione degli anni 70 non merita né giudizi trionfalistici né condanne automatiche: il punto è capire come usare quelle lezioni oggi senza riprodurre gli stessi errori.
Scelte collettive e norme sociali
Non è solo esperienza individuale. Le norme sociali che giustificano il sacrificio, che guardano con sospetto la richiesta d’aiuto, hanno radici istituzionali: politiche del lavoro, welfare, rappresentazioni culturali. Dove il tessuto sociale offriva poca rete, la risposta privata è stata adattiva ma fragile. In contesti dove la solidarietà pubblica era più forte, la tolleranza al disagio assume un’altra forma: meno eroica e più strategica.
La memoria collettiva come risorsa
Se la memoria personale insegna a reggere, la memoria collettiva può invece suggerire quando non conviene farlo. Conoscere le cause storiche del disagio aiuta a non ripeterle. Questo è un punto su cui mi sento poco indulgente: l’orgoglio della durezza non può essere un alibi per trascurare cambiamenti necessari.
Quale eredità per le nuove generazioni?
La lezione più interessante non è tanto dire ai giovani di essere più resistenti quanto chiedersi cosa delle pratiche di chi venne prima valga la pena salvare. La capacità di tollerare l’attesa, il saper riparare, la disposizione a sopportare piccoli disagi senza disperazione possono essere risorse strategiche se insegnate in modo consapevole, non imposte come dogma. Serve una mediazione: conservare tecniche utili e abbandonare giustificazioni tossiche.
Non offro soluzioni. Lascio tracce e domande. Forse la cosa più necessaria oggi è una conversazione meno manichea tra chi ricorda e chi sperimenta. È lì che si decide se la tolleranza al disagio diventa patrimonio o trappola.
Tabella riassuntiva
| Fattore | Come ha formato la tolleranza |
|---|---|
| Assenza di servizi on demand | Ha ridotto linstant gratification e allenato la pazienza. |
| Spazi di gioco non sorvegliati | Hanno insegnato a gestire rischi e fallimenti quotidiani. |
| Condizioni economiche | Riparare e arrangiarsi ha creato competenze pratiche di sopravvivenza. |
| Norme familiari e sociali | Hanno imposto responsabilità ma anche normalizzato il non chiedere aiuto. |
| Tecnologia odierna | Rimuove attriti ma riduce opportunità di allenamento emotivo. |
FAQ
1. La tolleranza al disagio è sempre un vantaggio?
Dipende. Può essere vantaggiosa se permette di superare ostacoli temporanei senza perdere funzionalità. Diventa problematica quando viene usata per mantenere strutture ingiuste o nascondere bisogni emotivi non risolti. È essenziale distinguere tra resilienza consapevole e adattamento a condizioni dannose.
2. Perché i giovani sembrano meno tolleranti?
La percezione è influenzata dagli strumenti diversi. Laccesso immediato alle soluzioni, la cultura della cura emotiva e la diversa organizzazione del lavoro favoriscono minore esposizione a certe frustrazioni. Questo non significa debolezza intrinseca ma una diversa alfabetizzazione emozionale e pratica.
3. Cosa possono imparare i giovani dalla generazione degli anni 70?
Possono apprendere pratiche concrete come la pazienza pianificata, la riparazione di oggetti, la capacità di tollerare noie minori senza cercare sollievo immediato. Ma devono farlo selettivamente: prendere gli strumenti utili senza ereditare retoriche che giustificano il sacrificio inutile.
4. Come separare resilienza sana da abitudine dannosa?
Occorre valutare gli esiti. La resilienza sana porta a crescita e scelta; laddestramento dannoso preserva situazioni sfavorevoli e riduce laccesso al supporto. Chiedersi quale sia lo scopo del sacrificio e chi ne beneficia aiuta a identificarlo.
5. La società dovrebbe promuovere la tolleranza al disagio?
Non come valore fine a se stesso. Una società matura facilita capacità di affrontare difficoltà quando necessario e offre reti di protezione quando il prezzo diventa eccessivo. Lideale è una cultura che insegna competenze pratiche e contemporaneamente riduce ingiustizie strutturali.
6. Come si lavora sulle fratture intergenerazionali create da queste differenze?
Con discorsi che mostrino curiosità e meno giudizio. Scambi concreti dove si condividono strumenti e contesti piuttosto che sermoni moralistici. In pratica significa fare cose insieme: riparare, risolvere problemi quotidiani, discutere le ragioni storiche delle abitudini.