Ho abbracciato il multitasking come tutti. È comodo, veloce, socialmente approvato. Ma dopo anni di esperimenti su di me e sugli altri ho capito una cosa semplice e scomoda: non è la quantità di compiti che ti logora emotivamente. È la modalità con cui il multitasking estrae pezzi di attenzione e li disperde lungo la giornata. Questa dispersione non lascia macerie visibili come un incidente ma genera una fatica sottile, persistente, che piglia a pugni l’umore senza che ce ne accorgiamo subito.
Un paradosso iniziale
Quando mi sento esausto alla fine di una giornata piena di cose fatte, la reazione comune è domandarsi se non sono stato semplicemente troppo produttivo. In realtà la sensazione è diversa. Non è stanchezza fisica come dopo una corsa. È una stanchezza che pesa sul tono emotivo. Ti senti svuotato, irritabile e, paradossalmente, meno capace di prendere decisioni anche semplici. Ho visto questo modello in amici, colleghi e nel mio stesso calendario digitale: più saltelli tra attività, più diminuisce la qualità dell’umore.
Il colpevole non è soltanto la velocità
La velocità con cui cambiamo finestra non è la causa principale. Piuttosto è il continuo smontare e rimontare del contesto emotivo. Ogni volta che passiamo da un compito all’altro, la nostra mente deve fare due cose: creare un breve scambio di segnali che salvi lo stato precedente e allo stesso tempo attivare lo stato successivo. Queste operazioni sono piccole ma numerose. Nel corso di una giornata, diventano un lavoro cognitivo non dichiarato che prosciuga le risorse emotive, quelle che useresti per empatia, per creatività o per la resilienza minima necessaria a sopportare i piccoli fastidi.
La confusione come consumo di energia
Non è solo che perdi tempo. È che perdi coerenza emotiva. Immagina di dover cambiare schema affettivo ogni cinque minuti. A un certo punto la tua mente smette di investire energia nel comprenderlo davvero e comincia a risparmiarla. Il problema è che l’energia risparmiata non torna come riserva di benessere: si traduce in appiattimento emotivo. Le reazioni diventano più piatte, più sintetiche. Questa appiattitura è ciò che io chiamo affaticamento emotivo da dispersione.
Prova clinica e voce degli studi
Non è solo una sensazione soggettiva. Studi sulla multitasking mostrano performance cognitive inferiori nei multitasker cronici rispetto a chi limita le interferenze. Queste osservazioni supportano l’idea che la capacità di filtraggio delle informazioni venga compromessa — e la perdita di filtro ha un costo emotivo non banale.
“The high multitaskers were doing worse and worse the further they went along because they kept seeing more letters and had difficulty keeping them sorted in their brains.” Eyal Ophir ricercatore nel laboratorio Communication Between Humans and Interactive Media presso la Stanford University.
Perché l’emotività paga il prezzo più alto
Le emozioni sono processi che richiedono coerenza temporale. Per provare empatia o gioia autentica serve che il cervello mantenga un filo emotivo. Il multitasking spezza quel filo in mille nodi. Non sorprende che poi ci troviamo a reagire in modo sgarbato a un collega o a sentirci tristi senza motivo apparente. Non è cattiveria o debolezza, è un effetto collaterale della nostra strategia produttiva.
La microinterruzione emotiva
Esiste una microinterruzione che trascura quasi tutti: la pausa emotiva. Quando interrompi un compito per controllare una notifica, non stai solo spostando l’attenzione. Stai interrompendo una costruzione emotiva. Quel breve istante è un microtrauma affettivo ripetuto centinaia di volte che, nel tempo, abbassa la nostra soglia di tolleranza. Lo chiamo microtrauma perché somiglia a una serie di piccole scosse che non causano ferite visibili ma alterano la capacità di reazione emotiva.
Non un danno irreversibile ma una spia di allarme
Non sto sostenendo che il multitasking sia irreparabilmente dannoso nella maggior parte dei casi. Ci sono lavori che necessitano di gestione simultanea di flussi informativi. Ma c’è una differenza tra gestione e dispersione. La prima prevede schemi chiari e confini; la seconda è un affaticamento senza scopo. E la buona notizia è che la soglia di tolleranza emotiva è in parte recuperabile quando si smettono le microinterruzioni sistematiche.
“Theyre suckers for irrelevancy.” Clifford Nass professore presso la Stanford University e fondatore del Communication Between Humans and Interactive Media Lab.
Una proposta pratica e non banale
Sono stanco dei soliti consigli che suonano come mantra. Non basta mettere via il telefono per un’ora. Bisogna ripensare il valore dell’attenzione come un tessuto e non come una banconota da spendere frettolosamente. Invece di tagliare il multitasking come se fosse un’eresia, provo a offrire un approccio diverso: designare micro-tempi di coerenza emotiva. Sono intervalli tra cinque e venti minuti in cui si mantiene lo stesso tono emotivo per completare una porzione significativa di lavoro. È sufficiente per allenare il filtro emotivo e ricostruire un registro affettivo più stabile durante la giornata.
Perché questo funziona
Perché non combatte la tecnologia. La integra, ma le impone limiti temporali che favoriscono la costruzione di senso. È meno ideologico e più pragmatico. Inoltre non richiede grandi investimenti di volontà, solo una nuova convenzione sociale che puoi proporre al tuo team o alla tua famiglia: rispettare blocchi emotivi come si rispetta un appuntamento.
Qualche osservazione personale
Da quando uso questi micro-tempi ho notato meno sbalzi di umore e reazioni più misurate. Non è magia, è una disciplina che richiede un poco di orgoglio per la propria attenzione. C’è un effetto collaterale curioso: la creatività ritorna a essere lenta e imprevista, invece di essere una serie di lampi confusi. E la vita sociale migliora, non perché passi meno tempo sullo schermo, ma perché il tempo che passi è qualitativamente diverso.
Rimanere con delle domande
Rimango consapevole che molte professioni non consentono pause emotive troppo lunghe. Rimane aperta la questione su come ripensare gli ambienti di lavoro e i contratti culturali che ci impongono di essere sempre reperibili. Non ho tutte le risposte e non voglio predicare soluzioni universali. Mi interessa piuttosto aprire una riflessione pratica e critica sul fatto che il multitasking non sia solo un problema di efficienza ma un problema morale per il nostro stato emotivo collettivo.
Tabella riassuntiva
| Idea | Essenza |
|---|---|
| Dispersione delle risorse | Il multitasking diluisce l’attenzione e riduce la coerenza emotiva. |
| Microinterruzioni | Brevi cambi di contesto che cumulano un affaticamento emotivo. |
| Effetto sulla qualità emotiva | Ridotta empatia e reazioni più piatte o irritabili. |
| Soluzione proposta | Blocchi temporali di coerenza emotiva tra 5 e 20 minuti. |
| Risultato atteso | Miglior tono emotivo e maggiore capacità decisionale. |
FAQ
Il multitasking è necessariamente male per tutti?
No. Ci sono persone e contesti in cui gestire più flussi è una competenza richiesta e utile. Il punto è distinguere tra chi controlla i flussi e chi invece è controllato da essi. La differenza sta nella presenza o assenza di confini chiari e di pause di recupero emotivo. Se senti che la tua calma e il tuo tono emotivo peggiorano con l’uso intensivo di più attività contemporanee allora il multitasking è un problema per te.
Come riconosco che l’affaticamento emotivo è collegato al multitasking?
Osserva la qualità delle tue reazioni quotidiane. Se ti accorgi di irritabilità crescente, difficoltà a godere dei piccoli piaceri o decisioni impulsive quando sei stanco, prova a misurare la frequenza delle interruzioni. Un diario semplice di una settimana che registra quante volte passi da un’attività a un’altra ogni ora può essere rivelatore.
I blocchi temporali di coerenza emotiva funzionano davvero?
Molti trovano beneficio pratico perché i blocchi permettono di completare un ciclo emotivo di lavoro senza interruzioni. Non è una soluzione magica ma migliora la sensazione di nitidezza emotiva. Funziona meglio se accompagnata da micro rituali che segnalano l’inizio e la fine del blocco come spegnere notifiche o impostare un timer discreto.
È possibile che la tecnologia cambi per adattarsi a questo problema?
È possibile e auspicabile. Alcune piattaforme stanno già sperimentando modalità che favoriscono sessioni senza distrazioni. Ma la responsabilità rimane personale e culturale. Le tecnologie possono offrire strumenti ma non possono creare da sole confini emotivi se la nostra cultura lavorativa premia reperibilità continua.
Qual è il primo piccolo passo pratico che suggerisci?
Prova a riservare due periodi di 15 minuti nel corso della giornata per affrontare solo una cosa e mantenere lo stesso tono emotivo. Non devi eliminare il multitasking per sempre. Il test non è sulla moralità ma sull’efficacia: senti se l’umore e la chiarezza migliorano. Spesso è sufficiente un assaggio per capire la differenza.
Fine.