Nasce una generazione che ha imparato ad ascoltare il silenzio nelle stanze anziché riempirle di notifiche. Questo pezzo non è un elogio nostalgico fine a se stesso. È una provocazione: molte competenze emotive tipiche di chi è nato tra il 1960 e il 1970 stanno lentamente perdendo terreno in una società iperconnessa che misura tutto in like e velocità di reazione. Qui provo a spiegare quali sono queste abilità, perché le considero importanti e soprattutto perché, se sparissero, ci mancherebbe qualcosa di non banale.
Una generazione di confine emotivo
Chi è nato tra il 1960 e il 1970 ha vissuto un mondo ibrido. La loro adolescenza e prima vita adulta sono state segnate da relazioni reali e circuiti comunicativi analogici. Non dico che fossero migliori di noi. Dico che hanno praticato esercizi emotivi diversi: gestione della frustrazione senza distrazioni digitali, pazienza nelle conversazioni, capacità di restare presenti anche quando non cera convenienza immediata a farlo. Queste abilità non sono solo pratiche intime. Sono risorse sociali.
Presenza senza spettacolarità
La capacità di stare con unaltra persona senza trasformare ogni interazione in una performance è una conquista sottile. Non si tratta di non condividere. Si tratta di tollerare i silenzi, osservare i segnali non verbali, cogliere lintervallo tra una parola e laltra. Per molti oggi questi intervalli sono diventati vuoti assordanti che la cronologia riempie con distrazioni.
Resistenza emotiva costruita sul quotidiano
La resilienza di quella generazione spesso non viene raccontata come tale perché era pratica comune. Sostenere un lavoro fisico o amministrativo per anni, attraversare crisi economiche locali, crescere figli con risorse limitate: tutte esperienze che allenano una specie di muscolo emotivo fatto di pazienza e realismo. Non è retorica eroica. È pragmatismo emotivo. E ha prodotto persone capaci di riconoscere quando una situazione richiede adattamento e quando, invece, va cambiata radicalmente.
Empatia come abilità acquisita
Molti di quei nati negli anni 60 hanno sviluppato empatia come abilità pratica. Nei rapporti di lavoro o di vicinato, empatia voleva dire ascoltare, ricordare dettagli non perché fossero utili per un post ma perché servivano per regolare il rapporto con laltra persona. Questa empatia era spesso minima nellapparenza ma profonda nella funzione sociale. Oggi la disponibilità empatica viene misurata in emoji e durata delle risposte. Il rischio è che la profondità si consumi.
“In a very real sense we have two minds one that thinks and one that feels.”
Questa frase di Daniel Goleman non risolve il mio discorso ma lo incornicia. Lidea che il sentire abbia una sua logica autonoma è centrale per capire perché le abilità emotive della generazione 1960 1970 non siano un nostalgico vanto ma un bagaglio operativo.
Competenze concrete che si stanno perdendo
Provo a nominare alcune competenze precise e a spiegare il perché del loro valore pratico. Sono competenze che funzionano nel quotidiano e che non trovano facilmente replica nelle app.
1 Registrare la storia emotiva di una relazione
Non confondere con ricordare dettagli superficiali. Si tratta di avere un archivio emozionale fatto di piccole osservazioni che orientano il comportamento futuro. Sapere che una parola detta in un certo momento ha fatto male e adattare il proprio approccio senza parlarne subito è una forma sottile di cura relazionale.
2 Sostenere conversazioni lunghe senza scopo immediato
Chi è nato tra il 1960 e il 1970 sa come tollerare una conversazione che non cerca un risultato pratico. Questo genera legami meno volatili. La nostra epoca confonde immediatezza con efficacia e perde molte conversazioni che coltivano fiducia.
3 Mettere limiti con coerenza emotiva
Non confonderla con freddezza. È la capacità di dire no e mantenerlo senza instabilità emotiva radicale. Non si tratta di recitare un copione ma di una pratica quotidiana che riflette confini interiori allenati.
Perché oggi sembriamo meno abili
Le tecnologie non sono colpevoli di per sé. Ma accelerano feedback loop che premiano risposte rapide e riducono la ricompensa per lattesa. Il risultato è prevedibile: si impara a reagire prima di riflettere. E una generazione cresciuta in relazione analogica fatica a trovare un posto in questo nuovo ritmo.
Un osservazione personale
Ho visto persone nate nel 1960 rimanere immobili durante un litigio familiare per poi prendere la parola, con calma, cinque minuti dopo. Nei giovani la strategia prevalente è spesso opposta: reagire forte per poi pentirsi. Non dico che la reazione forte sia sempre sbagliata. Dico che perdiamo alternative.
Non tutto era migliore allora
Ci sono aspetti che non vorrei mai recuperare. Lintolleranza verso alcune differenze culturali. Il peso delle aspettative sociali rigide. Ma le abilità emotive di cui parlo sono pratiche che possono e dovrebbero essere recuperate selettivamente. Le tecnologie possono aiutare a ricordare compleanni. Non possono sostituire la fatica di rimanere seduti con una persona e ascoltarla.
Come evitare che si perdano
Non propongo una ricetta definitiva. Propongo piccoli esperimenti sociali. Invitare qualcuno a una cena dove i telefoni restano spenti. Praticare larte di una domanda seria e poi ascoltare tre minuti in silenzio. Non sono soluzioni magiche ma esercizi. Se non li facciamo perdiamo la memoria di come si pratica la presenza.
Un’altra osservazione aperta
Forse quello che perdiamo non è solo una serie di abilità ma una grammatica relazionale. Senza grammatica le frasi diventano suoni. E noi rischiamo di restare molto bravi a parlare ma meno capaci di capirci davvero.
Conclusione
Chi è nato tra il 1960 e il 1970 non ha un monopolio sulla saggezza emotiva. Ma ha avuto lallenamento quotidiano che ha prodotto alcune abilità rare oggi. Non devo suonare come un custode delle memorie. Voglio invitare chi legge a fare attenzione: certe competenze non lasciano tracce visibili fino a quando non mancano.
Tabella riassuntiva delle idee chiave
| Abilità | Descrizione | Perché conta oggi |
|---|---|---|
| Presenza senza spettacolarità | Stare con laltra persona senza trasformare ogni istante in contenuto. | Favorisce legami profondi e conversazioni lunghe. |
| Resistenza emotiva pratica | Capacità di sostenere frustrazioni quotidiane senza cercare sollievo immediato. | Aiuta a valutare cambiamenti importanti con meno impulsività. |
| Empatia acquisita | Ascoltare e ricordare per regolare relazioni future. | Riduce fraintendimenti e costruisce fiducia. |
| Limiti coerenti | Dire no e mantenere la posizione senza oscillazioni emotive estreme. | Protegge il benessere personale e la chiarezza nei rapporti. |
FAQ
Perché queste abilità emotive sono associate a chi è nato tra il 1960 e il 1970?
Quella coorte ha attraversato transizioni tecnologiche e sociali senza la costante disponibilità digitale. Questo ha favorito pratiche relazionali fatte di attesa osservazione e presenza. Non è una legge sociale ma una tendenza nata dallambiente comunicativo in cui sono cresciuti.
Possono le giovani generazioni recuperare queste competenze?
Sì ma non come copia carbone. Servono esercizi pratici ripetuti. Alcuni ambienti lavorativi e comunità stanno già sperimentando incontri off line e momenti di ascolto prolungato. Sono per lo più esperimenti ancora frammentari ma mostrano che la competenza si può riattivare con pratica intenzionale.
Queste abilità sono uguali per tutti i nati in quegli anni?
No. Non si tratta di stereotipi. La mia argomentazione parla di tendenze culturali e pratiche diffuse. Molte persone nate in quegli anni non possedevano queste abilità. Allo stesso modo alcuni nati più tardi le sviluppano comunque. La storia personale conta sempre.
Che ruolo hanno le tecnologie nel preservare o cancellare queste competenze?
Le tecnologie accelerano certi modelli di interazione e possono ridurre la pratica di altri. Ma possono anche essere usate per ricordare impegni relazionali e creare spazi per lentezza. Il punto è il design delle pratiche sociali non la tecnologia in quanto tale.
Qual è il primo passo pratico per non perdere queste abilità a livello collettivo?
Ripensare luoghi e tempi in cui la presenza è la norma. Piccoli cambiamenti come cene senza dispositivi o riunioni con parti dedicate allascolto prolungato creano microambienti in cui le abilità possono essere esercitate e trasmesse.