Cresciuti senza smartphone ma con la radio sempre accesa, chi è nato negli anni 60 e 70 porta addosso abitudini che non sono nostalgia sterile ma strumenti pratici. Questo articolo non è un elogio degli anni che furono né un attacco ai giovani di oggi. È un invito a osservare caratteristiche concrete che, se rispolverate, migliorerebbero la qualità del vivere collettivo. Chi è nato negli anni 60 e 70 ha imparato 7 lezioni che oggi molti ignorano. Le racconto così come le vedo e come le ho vissute, con qualche nota personale e un paio di segnali d’allarme.
1. La pazienza come capacità strategica
Non parlo della pazienza morale da carretta, ma di una capacità che oggi fatichiamo a misurare: aspettare prima di agire per ottenere più informazioni. Chi ha fatto i primi lavori seri negli anni 80 sa che aspettare poteva significare risparmiare anni di errori. Oggi l’urgenza è diventata una virtù indecente. Si pubblica prima di pensare, si risponde subito anche quando non si sa. Questo non è progresso, è rumorosità. Io stesso ho imparato a trattenere il dito dal tasto invio e spesso ho evitato disastri editoriali semplicemente aspettando qualche ora.
Riflessione
La pazienza non è inerzia. È un modo di costruire precisione. Ma molti confondono lentezza con inefficienza e così perdiamo opportunità di valutare bene le cose.
2. Riparare prima che sostituire diventi un’industria
Le generazioni nate negli anni 60 e 70 hanno visto i tecnici aggiustare tutto, da una caldaia a una radio. Non era status symbol possedere oggetti nuovi; il valore era nella cura. Oggi la catena veloce della tecnologia ha costruito un’industria della sostituzione. Si butta via, si compra nuovo, si scrolla. Questo atteggiamento ha conseguenze economiche e ambientali che qui non voglio moralizzare ma mettere in luce: riparare era una scuola pratica di rispetto per le risorse. E poi riparare ti insegnava a capire come funzionano le cose, non solo come usarle.
3. La conversazione densa e non performativa
Negli anni precedenti all’oversharing digitale, la conversazione aveva margini e ritmi diversi. Si ascoltava per capire, non per reagire all’istante. Chi è nato negli anni 60 e 70 ha praticato discussioni che duravano ore e che cambiavano i punti di vista. Oggi le conversazioni spesso mirano al consenso visibile. Questo ha svuotato il valore della parola lunga. Non sto suggerendo che il silenzio sia superiore. Sto sostenendo che la conversazione densa rimarrà il luogo dove le idee si temperano davvero.
Un esempio personale
Ricordo una cena in cui una discussione sul lavoro è durata fino a mezzanotte. Nessuno filmava nulla. Due settimane dopo quella cena abbiamo corretto un progetto che sarebbe poi fallito. La lentezza aveva generato lucidità.
4. La comunità come risorsa pragmatica
Non è un fatto romantico. È una lezione economica e politica. Robert D Putnam ha mostrato con dati che la forza dei legami sociali sostiene la fiducia e la capacità di risolvere problemi collettivi. Putnam spiega che le associazioni e le attività locali costruiscono capitale sociale indispensabile alla vita civile. Questa non è mera teoria accademica. Chi ha vissuto nelle città e nei paesi italiani dei decenni passati sa che la rete informale funzionava come assicurazione contro l’imprevisto. Lo dico senza idealizzare i limiti di quei tempi ma ricordando una concretezza che oggi manca.
Robert D Putnam Peter and Isabel Malkin Professor of Public Policy Emeritus Harvard Kennedy School.
We heard Kennedy say with our own ears Ask not what your country can do for you Ask what you can do for your country I thought I ve got to do something about America I have obligations to this country.
5. La discrezione come scelta comunicativa
La discrezione non è ipocrisia. È strategia relazionale. Le persone nate in quegli anni spesso non condividono tutto perché comprendono che alcune informazioni hanno costi relazionali. In un’epoca di feed pubblici e di trasparenza assoluta, la discrezione appare come retaggio transitorio. Eppure, chi custodisce frammenti di vita spesso costruisce relazioni più stabili. Non dico che il segreto sia sempre meglio. Dico che la selezione delle informazioni da mettere in circolo resta un’abilità sociale non banale.
6. L’abitudine al lavoro manuale come antidoto alla specializzazione cieca
I nati negli anni 60 e 70 hanno visto la transizione dal lavoro manuale al lavoro cognitivo. Molti hanno iniziato piegandosi su una catena o su un banco di falegnameria. Quella esperienza fisica insegna limiti corporei e ritmi reali del lavoro. Quando sono entrato in redazione ho scoperto che chi aveva fatto lavori manuali gestiva meglio le frustrazioni tecniche e sapeva affrontare i problemi con gesti concreti. La specializzazione estrema ci ha reso efficienti ma spesso incapaci di comprendere il pezzo nella sua materialità.
7. La responsabilità intergenerazionale come pratica quotidiana
Non la responsabilità astratta delle grandi dichiarazioni, ma il gesto quotidiano che mette in relazione generazioni diverse. Chi è nato negli anni 60 e 70 ha spesso curato genitori anziani e figli nello stesso tempo. Questo doppio ruolo forgia un senso pratico delle priorità. Oggi le famiglie sono più fragili, e le reti di cura più labili. Ripensare alla responsabilità intergenerazionale non vuol dire tornare indietro. Vuol dire imparare da chi ha sperimentato conciliazione e pesato scelte quotidiane.
Conclusione aperta
Non propongo formule né soluzioni miracolose. Le sette lezioni che ho descritto sono tracce. Alcune possono sembrare retoriche, ma molte sono abilità misurabili. Se la società contemporanea recuperasse anche solo due di queste pratiche potremmo ridurre sprechi, migliorare il dialogo e riavvicinare persone. Se ti riconosci in almeno tre di queste lezioni sei un produttore di capitale sociale vivente. Se non ti rispecchi in nessuna forse è il momento di chiedersi cosa perdiamo davvero nel mito dell’immediatezza.
Tabella riassuntiva delle idee chiave
| Lezione | Significato pratico | Perdita attuale |
|---|---|---|
| Pazienza strategica | Decisioni più lucide riducono errori | Reazioni affrettate e rumore |
| Riparare | Risparmio e conoscenza tecnica | Consumo usa e getta |
| Conversazione densa | Approfondimento delle idee | Dialogo performativo |
| Comunità | Capitale sociale e fiducia | Isolamento digitale |
| Discrezione | Relazioni più stabili | Oversharing |
| Lavoro manuale | Comprensione pratico materiale | Specializzazione cieca |
| Responsabilità intergenerazionale | Gestione concreta delle priorità | Reti di cura fragili |
FAQ
Chi trae vantaggio dal recupero di queste lezioni?
Vantaggi non sono distribuiti in modo uniforme. Famiglie, piccoli imprenditori, realtà locali e chi opera in settori dove la fiducia è importante possono avere ritorni immediati. Riparare e coltivare relazioni genera risparmi tangibili e risorse immateriali. Organizzazioni complesse possono trarne benefici se reintroducono pratiche di dialogo a più lungo raggio.
Come si insegna la pazienza in un mondo che premia lazione immediata?
Non esiste una scuola della pazienza ma esistono pratiche. Stabilire tempi lunghi per decisioni importanti. Creare routine che prevedano pause di riflessione. Introdurre momenti di verifica differita in progetti. Sono piccole pratiche che cambiano il comportamento collettivo e non richiedono permissioni istituzionali.
È realistico pensare di riparare di nuovo alla grande scala?
Il modello industriale della sostituzione non sparirà domani. Ma esistono segnali di cambiamento. Mercati locali di riparazione, comunità di maker e iniziative di economia circolare stanno crescendo. Il cambiamento è frammentato ma reale. Il punto è capire che riparare non è un ritorno al passato ma una scelta strategica che produce resilienza.
Le comunità di oggi possono davvero sostituire quelle di una volta?
Le comunità attuali sono diverse ma non necessariamente peggiori. Hanno nuove forme e nuove tecnologie che possono aiutare se usate con criterio. Serve però attenzione a non confondere connessione digitale con coesione sociale. La presenza fisica e gli spazi condivisi continuano a fare la differenza.
Come applicare la discrezione nella vita digitale?
La discrezione digitale si esercita scegliendo contesti e destinatari. Si possono creare canali privati per confronti profondi. Si può decidere di non pubblicare ogni dettaglio. È un atto politico semplice ma raro: decidere che alcune informazioni non servono a essere visualizzate ma a costruire fiducia.
Quale ruolo hanno le istituzioni nel recupero di queste lezioni?
Le istituzioni possono favorire infrastrutture che incentivano legami sociali come spazi pubblici attivi e servizi di riparazione sostenuti. Ma le pratiche più efficaci nascono dal basso. Le istituzioni dovrebbero saper ascoltare questi segnali e facilitare, non sostituire, le iniziative comunitarie.
Se sei nato negli anni 60 o 70 condividi quale di queste lezioni ti sembra più vera. Se sei nato dopo prova a metterne in pratica una sola per un mese e osserva cosa cambia. Non prometto miracoli ma risultati concreti sì.