Sono convinto che la generazione nata tra la metà degli anni 60 e la fine dei 70 porti con sé un assortimento di risorse emotive che oggi sembrano anacronistiche. Non intendo dipingerli come eroi invulnerabili. Piuttosto, parlo di abilità sottili che la modernità spesso erode: tolleranza alla frustrazione, capacità di sostenere conversazioni difficili senza emoticon, attese sopportate fino in fondo. In questo pezzo provo a mostrare come certi aspetti del loro vissuto abbiano costruito caratteristiche psicologiche che gli studi e i clinici stanno ricollocando nelle mappe della resilienza.
Un terreno di crescita duro ma formativo
La vita quotidiana di quegli anni non offriva il sollievo immediato che abbiamo ora. Non c’erano smartphone a distrarre, né acquisti istantanei. Questo contesto non è solo nostalgia; è un ambiente che, per la sua lentezza, ha forgiato pazienza pratica. Qualcosa di simile a un allenamento ripetuto: aspettare, sopportare l’incertezza, risolvere problemi con le risorse a disposizione.
Non è resistenza al piagnisteo ma abilità di recupero
Ho parlato con amici e colleghi nati in quegli anni e la descrizione che emerge spesso è questa: non si tratta di nascondere emozioni, ma di avere modi concreti per riorganizzarsi dopo lo stress. E non è un tratto innato: è abitudine plasmata da pratiche quotidiane. La psicologia contemporanea chiama questo processo resilienza. Non è un mantra morale, è una serie di reazioni apprese che si attivano quando la vita fa male.
“Resilience is not about ‘sucking it up’ or ‘pulling yourself up by your bootstraps.’ It is the ability to recover, adapt and grow through adversity.” Dr. Crystal Saidi Psy.D. Psychologist Thriveworks
La frase di Dr. Crystal Saidi riassume un punto cruciale: la resilienza non è pura sopportazione ma processo adattivo. E quella generazione ha avuto molte occasioni per esercitarlo.
Quali competenze emotive emergono da quella formazione?
Non sto elencando virtù da cartolina. Parlo di attitudini che fanno la differenza quando la vita chiede qualcosa di pratico. Per esempio, la capacità di tollerare la noia si traduce in creatività quando le risorse sono scarse. La pratica del confronto faccia a faccia aumenta l’abilità di leggere segnali non verbali e di risolvere conflitti senza ricorrere a tecniche avoidance. Anche il valore del lavoro costante e della gratificazione ritardata produce effetti: una soglia più alta di frustrazione prima che l’impulsività prenda il controllo.
Non tutto è roseo
Va detto: ci sono effetti collaterali. Alcuni hanno interiorizzato schemi di silenzio emotivo che oggi risultano disadattivi. La stessa forza che consente di rimontare può diventare isolamento se non accompagnata da capacità di chiedere aiuto. Qui entra un secondo punto che i clinici evidenziano spesso: la differenza tra resistenza salutare e martirio silenzioso.
“Many Boomers grew up with the idea that you should keep your problems to yourself or ‘just deal with it.’ However, seeking support is not a failure.” Dr. Ernesto Lira de la Rosa Ph.D. Psychologist Hope for Depression Research Foundation media advisor
Questa osservazione non cerca di assolvere o condannare. Indica che alcune strategie apprese devono essere aggiornate. Resilienza non è sinonimo di non vulnerabilità. La sfida è combinare l’abilità di resistere con la capacità di chiedere e ricevere sostegno.
Perché queste abilità sono rare oggi
Viviamo in un ecosistema che premia la velocità e la visibilità. La costante disponibilità digitale rende l’attesa un cortocircuito; il feed continuo abbassa la soglia del dispiacere tollerabile. In più, molte esperienze formative che una volta erano inevitabili sono oggi mediate o eliminate: lavori ripetitivi che insegnavano disciplina, giochi all’aperto che insegnavano rischio calcolato, code e attese che insegnavano pazienza. Quando il contesto non sollecita certi comportamenti, essi semplicemente non si sviluppano.
Un paradosso sociale
Stiamo creando individui mediamente più sensibili al burnout ma con capacità di empatia superficiale e abilità pratiche diminuite. Non è un giudizio morale; è un risultato prevedibile di scelte tecnologiche e culturali. La domanda che mi pongo spesso è: quanto valore attribuiamo oggi a competenze che non si monetizzano subito ma che sostengono la qualità della vita nel lungo periodo?
Cosa possiamo imparare da loro senza idealizzarli
Si possono riattivare alcuni meccanismi in modo consapevole. Non è tornare indietro, ma recuperare pratiche utili: tollerare noia per aumentare creatività, accettare frizione per imparare a risolvere, parlare di persona per affinare ascolto e negoziazione emotiva. Però attenzione: non si tratta di imporre antiche norme d’autorità. È un recupero selettivo di abitudini che funzionavano perché avevano senso nell’ambiente che le produceva.
Un punto non risolto
Non credo che dobbiamo persuadere tutti a diventare impenetrabili. Non è neanche auspicabile. La mia posizione personale è che la società guadagnerebbe molto se imparasse a coltivare il tessuto di pratiche che costruiscono stabilità emotiva senza rinunciare alla sensibilità moderna. Restano però domande aperte: come combinare autonomia pratica e apertura emotiva? Come evitare che la resilienza diventi giustificazione per l’assenza di supporti istituzionali?
Conclusione
Le persone nate negli anni 60 e 70 non sono un modello perfetto. Sono però una miniera di esperienze che oggi appaiono rare. Il punto non è imitare passivamente, ma capire quali condizioni hanno fatto fiorire certe abilità e se possiamo ricrearle in un mondo che è cambiato. Questo implica scelte sociali, educative e personali.
Tabella riassuntiva
| Tratto | Origine | Perché oggi è raro |
|---|---|---|
| Tolleranza alla noia | Scarso intrattenimento digitale e giochi liberi | Stimolazione continua e ricerca di gratificazione immediata |
| Gestione diretta dei conflitti | Comunicazione faccia a faccia prevalente | Comunicazione mediatica e avoidance |
| Gratificazione ritardata | Acquisti meno accessibili e attese lunghe | Economia on demand e servizi istantanei |
| Autonomia pratica | Riparazioni domestiche e problem solving manuale | Specializzazione e outsourcing di compiti quotidiani |
| Riserva di resilienza | Esposte a shock economici e sociali ripetuti | Maggior protezione e minori prove di adattamento reale |
FAQ
1. Queste caratteristiche sono innata per chi è nato in quegli anni?
No. Non si tratta di tratti genetici ma di esiti di contesti formativi. L’esperienza quotidiana accumulata durante l’infanzia e l’adolescenza plasma modelli di risposta che poi diventano abitudini. Le famiglie, le scuole e le opportunità di gioco hanno avuto un ruolo decisivo. In sintesi: è ambiente che produce predisposizioni comportamentali.
2. È possibile coltivare oggi le stesse abilità?
Sì, con pratica intenzionale. Tecniche semplici come ridurre la dipendenza dallo smartphone per periodi stabiliti, scegliere attività che richiedono impegno a lungo termine, e allenare conversazioni difficili di persona possono riattivare alcuni circuiti psicologici. Non è una ricetta rapida ma un lavoro di abitudine e contesto.
3. Ci sono rischi nel idealizzare questa generazione?
Assolutamente. Idealizzarla significa ignorare problemi reali come la stigmatizzazione delle emozioni, la tendenza a non chiedere aiuto e le disuguaglianze che hanno segnato molte vite. L’obiettivo dovrebbe essere apprendere e adattare gli aspetti utili senza giustificare pratiche dannose o escludenti.
4. Come riconoscere quando la resilienza diventa dannosa?
Quando la capacità di sopportare diventa motivo per non cercare aiuto, o per normalizzare condizioni ingiuste, allora non è più resilienza ma adattamento patologico. Un segnale è sentirsi costantemente esausti senza sollievo nonostante gli sforzi personali. In questi casi è utile rivedere le pratiche di autoaiuto e il contesto sociale.
5. Vale la pena trasferire questi modi di essere alle nuove generazioni?
Dipende. Bisogna selezionare con cura. Alcune pratiche possono migliorare autonomia e capacità di fronteggiare difficoltà. Altre andrebbero aggiornate per non perpetuare silenzi emotivi o norme che impediscono il supporto reciproco. La cosa intelligente è fare un bilancio critico e vivere quell’eredità in modo consapevole.