Gli psicologi dicono che chi è nato negli anni 60 e 70 ha imparato la resilienza prima che avesse un nome

È facile raccontarsi storie semplici: le generazioni successive sono più fragili, quelle precedenti più toste. Ma c’è qualcosa di più sottile e interessante dietro l’affermazione secondo cui le persone nate negli anni 60 e 70 avrebbero interiorizzato la resilienza quando ancora non si chiamava così. Questo pezzo non vuole santificare nessuno né cadere nel solito confronto generazionale. Piuttosto provo a spiegare come certi contesti storici e pratiche quotidiane abbiano plasmato risposte psicologiche durature e spesso sottovalutate.

Non era filosofia motivazionale. Era vita pratica.

Quando parlo con amici che hanno superato i cinquanta e i sessanta, sento racconti che non assomigliano alle narrative da social. Si parla di blackout che duravano giorni, di lavori che sparivano da un momento all’altro, di padri che tornavano di notte dopo scioperi, di famiglie che inventavano soluzioni con quel poco che c’era. Le ripetute esperienze di adattamento generano abitudini mentali: non una forza d’animo eroica ma una capacità di rialzarsi che diventa automatica.

La differenza che conta

Chi è cresciuto senza internet e con poche risorse ha imparato a tollerare l’incertezza in modo abituale. Non è che non provassero paura. È che la paura non paralizzava: diventava materia su cui lavorare. Non pretendo che questa sia una mappa completa della psicologia di una generazione, ma è una lente utile per leggere certe attitudini ancora presenti.

Quando la parola resilienza non c’era

La parola stessa è entrata in uso comune molto dopo. Però i comportamenti che oggi definiamo resilienti erano praticati da milioni di persone senza teoria alle spalle. Erano pratiche: riparare, aspettare, fare, riprovare. Cose ripetute che hanno fatto da allenamento. E questo è diverso da insegnare la resilienza in modo astratto. La differenza è tra imparare facendo e imparare ascoltando un manuale.

Resilience is not about sucking it up or pulling yourself up by your bootstraps. It is the ability to recover, adapt and grow through adversity. Boomers learned this out of necessity. The Boomer generation grew up in the post World War II era marked by rapid industrialization cultural shifts and less emotional handholding.

— Dr. Crystal Saidi Psy.D. Psychologist Thriveworks

La parola dell’esperta non annulla la complessità ma aiuta a collocare il fenomeno: non si tratta di machismo emotivo ma di adattamento. Questo spiega perché tante persone nate in quegli anni mostrano un pragmatismo emotivo che può sembrare freddo a chi non lo condivide.

Il cortocircuito tra crisi pubblica e crescita privata

Eventi collettivi come crisi economiche regionali, cambiamenti politici repentini e movimenti sociali costringevano le famiglie a inventare strategie di sopravvivenza. Non erano lezioni teoriche. Erano microdecisioni continue che, sommate, hanno strutturato un modo di affrontare il futuro. Senza la continuità di quei piccoli aggiustamenti, la resilienza non si fossilizza; resta instabile.

Boomers were exposed to societal upheaval through events like the Vietnam War the Civil Rights movement and the Cold War which forced them to grapple with uncertainty loss and moral complexity at a young age. They were able to bounce back from disillusionment and hold nuance which are both hallmarks of psychological strength.

— Dr. Holly Schiff Psy.D. Psychologist

La citazione qui sopra mostra un punto spesso trascurato. L’esposizione a incertezze eterogenee allena la capacità di trattenere la complessità. Chi ha vissuto quei tempi ha sviluppato una forma di tolleranza alle contraddizioni che oggi attraversa molte conversazioni pubbliche.

Quali meccanismi psicologici sono davvero coinvolti

Se spogliamo il discorso da retorica, rimangono alcuni meccanismi osservabili. Il primo è l’abitudine alla frustrazione ritardata. Il secondo è la pratica routinaria di soluzione dei problemi senza consulenze immediate. Il terzo è l’allenamento sociale alla comunicazione faccia a faccia che costruisce competenze di negoziazione emotiva.

Più disposizione all’azione che all’analisi

Una caratteristica che vedo, anche personalmente nei miei affetti, è la preferenza per interventi pratici rispetto alla psicologizzazione continua. Non è immunità dall’ansia o dalla depressione. È una modalità che privilegia la soluzione rapida e ripetuta, a volte a scapito della riflessione lunga. Non sempre è un vantaggio. Talvolta evita l’introspezione necessaria.

Non idolatrare. Non demonizzare. Capire.

Mettere in luce i punti di forza non significa ignorare i limiti. Molti che sono cresciuti in quegli anni hanno ereditato anche rigidità relazionali o timori espressivi. La resilienza praticata come abitudine può diventare rifiuto di chiedere aiuto. Quello che suggerisco è una lettura mista: vedere dove questi tratti funzionano e dove no.

Un ricamo generativo

Mi sento di dire, non con poca audacia, che la lezione che interessa oggi è pratica e trasferibile. Ci sono aspetti riproducibili: creare piccole frizioni intenzionali, coltivare pazienza tecnologica, riabituarsi a risolvere problemi senza il supporto istantaneo. Non perché il passato fosse perfetto ma perché certe abilità si perdono quando tutto diventa immediato.

Alcune domande restano aperte. Quanto di questa resilienza è biologicamente radicata e quanto è puramente culturale. Quanto la tecnologia modificherà permanentemente le strategie di coping nelle nuove generazioni. Non ho risposte definitive e credo sia una buona cosa che restino interrogativi.

Tabella riassuntiva delle idee chiave

Concetto Descrizione sintetica
Resilienza pratica Abilità sviluppata attraverso ripetute esperienze di adattamento piuttosto che tramite teoria.
Tolleranza alla frustrazione Capacità di aspettare e tollerare il disagio senza ricorrere a soluzioni istantanee.
Problem solving analogico Pratica di cercare soluzioni tramite esperienza reale e risorse locali anziché ricerca digitale immediata.
Comunicazione faccia a faccia Allenamento sociale che migliora negoziazione e gestione del conflitto.
Rischi Possibile rigidità emotiva e tendenza a evitare richiesta di aiuto.

FAQ

1. Questa resilienza significa che le persone nate negli anni 60 e 70 non hanno problemi psicologici?

Assolutamente no. La resilienza non è immunità. Vuol dire che spesso possiedono strategie consolidate per rialzarsi dopo un problema. Tuttavia possono esistere fragilità meno visibili come difficoltà a esprimere emozioni o a chiedere supporto. La presenza di una tendenza resiliente non esclude la necessità di cure o di terapia quando servono.

2. Si può imparare la stessa resilienza oggi?

Sì e no. Alcuni elementi si possono esercitare intenzionalmente come la tolleranza all’attesa o la risoluzione pratica dei problemi. Ma non è solo un esercizio volontaristico. Serve esposizione ripetuta a sfide gestibili e la costruzione di reti sociali che sostengano l’apprendimento. Le tecniche moderne possono accelerare questo processo se usate con criterio.

3. Le tecnologie moderne hanno annullato la possibilità di sviluppare queste abilità?

Le tecnologie hanno cambiato l’ambiente di apprendimento. Offrono vantaggi ma riducono alcune occasioni di frizione che allenano la resilienza. Tuttavia le nuove generazioni affrontano altre sfide che possono sviluppare forme diverse di resistenza psicologica. Non è che il meccanismo sia sparito. Si è trasformato.

4. Come riconoscere quando la resilienza diventa un problema?

Quando il ricorso automatico a fare da soli blocca la ricerca di aiuto, quando il pragmatismo diventa negazione delle emozioni profonde o quando il comportamento adattivo maschera sofferenze non elaborate. In quei casi la stessa abilità che ha aiutato può diventare un freno.

5. I figli di chi è nato negli anni 60 e 70 erediteranno questa resilienza?

C’è una componente culturale e relazionale trasmissibile. Modelli comportamentali quotidiani contano molto. Ma ogni generazione nasce in un contesto diverso quindi l’eredità non è automatica. La trasmissione avviene attraverso pratiche concrete e narrazioni familiari che danno senso alle difficoltà.

Ho voluto alternare riflessione a frammenti più diretti perché la materia lo richiede. La resilienza degli anni 60 e 70 non è un trofeo né una scusa per criticare le generazioni attuali. È un oggetto di studio vivo che ci offre strumenti utili se sappiamo come tradurli nel presente.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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