È facile sentimentalizzare il passato. Lo fanno i giornali, lo fanno i talk show, lo facciamo noi quando cerchiamo un modello per il presente. Ma parlare di cosa significasse crescere negli anni 60 e 70 e trarne lezioni pratiche sulla responsabilità non è nostalgia da salotto: è una verifica scomoda di comportamenti che oggi vengono spesso elusi. Questo pezzo non vuole celebrare un’età dell’oro immaginaria. Vuole raccontare, osservare e parecchio giudicare.
La responsabilità come tessuto quotidiano
Da ragazzino in quelle stagioni si imparava a prendersi carico di cose concrete. Non parlo solo di lavori domestici o di andarsene in bicicletta fino al negozio del paese. Intendo una tessitura più sottile: la responsabilità era esercizio sociale. Si imparava che le parole avevano conseguenze e che le azioni potevano creare problemi reali per altri. Non era moralismo esterno imposto da adulti severi, era apprendimento per contagio. Il contagio però non era virale e onnipresente come oggi. Era presenza fisica: un vicino che ti prestava il martello e ti guardava mentre lo usavi. C’era supervisione non istituzionale e spesso impacciata. Quella supervisione era educazione pratica, e la responsabilità si imparava sbagliando sotto gli occhi degli altri.
Non tutti diventavano eroi
Non trasformo l’esperienza collettiva in un manuale di buoni comportamenti. Molti fallivano. Alcuni facevano scelte stolte e pagarono il prezzo. Eppure la differenza stava nel fatto che il fallimento aveva un volto e quel volto tornava a ricordarti cosa evitare. L’assenza di anonimato sociale modificava il modo in cui le persone pensavano alle conseguenze delle proprie azioni. Non è un elogio dell’intolleranza sociale, è un’osservazione: quando la tua reputazione è reale e misurabile nella vita quotidiana, la responsabilità pratica si forma più rapidamente.
Le istituzioni e il dovere quotidiano
Scuole, parrocchie, circoli sportivi, cooperative: tutto era più spesso connesso al territorio. Studi importanti hanno poi formalizzato questa idea chiamandola capitale sociale. Robert D. Putnam ha messo in chiaro che le reti sociali non sono semplici decorazioni. Sono infrastrutture morali. Il suo lavoro ci ricorda come la partecipazione a organizzazioni e reti faciliti norme di reciprocità e di responsabilità civica.
Social capital may turn out to be a prerequisite for, rather than a consequence of, effective computer mediated communication.
Robert D Putnam Peter and Isabel Malkin Professor of Public Policy Harvard University.
Lo cito non per dare una lezione accademica al lettore, ma per chiarire che quello che poi abbiamo perso non è l’amore per il dovere ma certe infrastrutture che lo rendevano possibile. La responsabilità non è solo scelta individuale. È capacità di fare conti con gli altri. Quando le reti collassano la responsabilità diventa opzionale, spesso declinata in chiave di immagine personale o brand personale e meno in termini di impegno reciproco.
Il racconto e l’assunzione di responsabilità
Nell’Italia di quegli anni certe tensioni politiche e culturali spinsero moltissimi a prendere posizioni nette. Questo ha forgiato abitudini di responsabilità espressa. Ricordare però non è neutro: raccontare è un atto che implica responsabilità verso chi ascolta e verso la verità che si pretende di restituire. Su questo tema ho sempre trovato illuminante il lavoro degli storici orali che mostrano la responsabilità intrinseca del narratore.
Ne deriva quindi che ogni volta i narratori si assumono la responsabilità e l impegno dei loro atti di parola.
Alessandro Portelli Professor Emeritus Universita di Roma La Sapienza.
Portelli non dice che i racconti sono verità inoppugnabili. Dice che chi parla si mette in gioco. E in quegli anni parlare voleva spesso dire rischiare reputazione, lavoro, relazioni. Oggi parlare su un social non ha lo stesso peso materiale. È un’illusione di responsabilità, un surrogato che dà l’idea di agire senza il costo dell’azione.
Responsabilità come formazione dell’identità
Crescere in quegli anni significava spesso essere chiamati a ruoli prima del tempo. I ragazzi che si occupavano dei fratelli minori, chi gestiva le finanze domestiche per un periodo, chi lavorava in fabbrica già a sedici anni: tutte esperienze che modellavano il senso del sé non come consumo ma come funzione sociale. Non è che oggi non si pratichi responsabilità. È che la sua forma è cambiata. Oggi è più spesso certificata, mediata da esperti, mercificata e raramente incorporata come norma quotidiana.
Personalmente trovo inquietante che la responsabilità sia stata smaterializzata. Non mi basta la reputazione digitale. Non voglio un mondo dove l unita minima della responsabilità sia il like o il contratto. Voglio un mondo dove la responsabilità sia pesante, visibile, misurabile nel sociale e non solo nell economia personale.
Qualcosa da tenere e qualcosa da scartare
Non voglio romanticizzare la rigidità morale di un tempo. Era spesso esclusiva, ingiusta e piena di pregiudizi. Ma c’erano strumenti di trasmissione del dovere che funzionavano. Oggi possiamo scegliere quali conservare e quali eliminare. Possiamo conservare l idea che la responsabilità è pratica e collettiva senza conservare la chiusura di allora. Possiamo trasformare la vicinanza sociale in inclusione e non in ostracismo.
Come si traduce tutto questo in azioni? Non do ricette esaustive. Dico solo che qualsiasi politica o progetto che ignori la dimensione relazionale perderà molto del suo potenziale. La responsabilità non si insegna con una campagna pubblicitaria. Si impara con prove che abbiano peso emozionale e costi reali. Ecco perché le scuole e le associazioni territoriali contano ancora, anche quando sembrano anacronistiche.
Conclusione imperfetta
Se mi chiedete cosa dovremmo fare subito rispondo: ricominciare a costruire obblighi visibili e pratiche condivise senza tornare a un passato carico di esclusioni. È un compito complicato e non so se la nostra pazienza collettiva sia ancora disponibile. Ma credo che si possa creare responsabilità intenzionale costruendo lentamente spazi dove le azioni contino davvero per qualcun altro e non solo per il proprio curriculum o per l immagine. Non è facile. Non è immediato. Ma qualcosa da cui partire lo abbiamo avuto. Quel qualcosa merita di essere ripensato e riadattato.
Infine: non siate ingenuamente buoni. Siate pratici. Prendetevi la responsabilità come attività quotidiana e non come accessorio morale da usare nei momenti di spotlight.
Tabella riassuntiva
| Lezione | Significato pratico |
|---|---|
| Responsabilità come pratica sociale | Si impara per contagio e osservazione diretta, non solo per istruzioni. |
| Reti locali come infrastrutture morali | La partecipazione a gruppi facilita norme di reciprocità e dovere. |
| Raccontare è assumersi un obbligo | La memoria pubblica richiede responsabilità del narratore e dell ascoltatore. |
| Modernizzare senza cancellare | Conservare le pratiche utili introducendo inclusione e trasparenza. |
FAQ
Che cosa significa responsabilità praticata e non solo dichiarata?
Significa che la responsabilità ha costi visibili e conseguenze sociali misurabili. Se l unico risultato è un post o una dichiarazione pubblica, la responsabilità rimane simbolica. La responsabilità praticata richiede che qualcuno si accorga del risultato e che esista uno scambio di fiducia implicito tra chi agisce e chi subisce l azione. In parole semplici è qualcosa che pesa nella vita di tutti i giorni e che non può essere cancellato con un like.
Possiamo ricreare oggi le reti che favorivano la responsabilità?
Sì ma non riproducendole identiche. Occorre creare spazi ibridi dove la partecipazione sia agevolata ma vincolante. Non è un ritorno al passato. È una reinvenzione: scuole che affidano compiti reali agli studenti, spazi urbani dove la cura è condivisa e non delegata, associazioni che non siano solo di facciata. Serve volontà politica e capacità di dare valore concreto all investimento relazionale.
La responsabilità degli anni 60 e 70 era più autentica?
Non più autentica in senso morale universale. Era però più visibile e meno mediata da mercati e algoritmi. L autenticità di cui parlo è operativa: azioni con effetti immediati nella vita delle persone. Oggi l autenticità si cerca nello storytelling personale ma quel racconto spesso manca della sostanza che cambia relazioni e istituzioni.
Qual è il ruolo delle istituzioni educative?
Devono riprendere il compito di offrire prove pratiche di responsabilità. Non parlo di moralismo ma di progettare esperienze in cui gli studenti siano responsabili di risultati tangibili per altri. È una forma di formazione civica concreta e non un modulo teorico da spuntare in un curriculum.
Come bilanciare responsabilità e libertà individuale?
La questione è complessa e non ha una risposta unica. Il punto è evitare che la responsabilità diventi conformismo e che la libertà diventi irresponsabilità. Il bilanciamento richiede regole condivise, trasparenza nelle conseguenze e spazi di dissenso che non cancellino l obbligo morale verso gli altri.