Ho vissuto abbastanza da vedere città cambiare insegne e televisori diventare schermi tascabili. Ciò che mi sorprende ancora oggi non è tanto la tecnologia quanto la naturalezza con cui molte persone nate negli anni 60 e 70 affrontano le scelte difficili da sole. Non è un eroismo romantico né un vezzo generazionale. È un’abitudine, una disposizione praticata e rinforzata da esperienza, cultura e contesti storici specifici. In questo pezzo provo a spiegare perché la generazione che oggi ha tra i cinquanta e i sessant’anni è spesso così a suo agio nel decidere senza una folla di consigli.
Un background che educa alla scelta
Chi è cresciuto negli anni 60 e 70 ha imparato a fare i conti con incertezze nette: cambiamenti economici, contesti politici turbolenti, trasformazioni della famiglia e del lavoro. Non erano epoche di certezze incrollabili, ma di adattamento quasi obbligato. Non dico che abbiano tutti la stessa attitudine. Dico che certi meccanismi sono stati interiorizzati: si valuta in fretta, si sceglie, si regola il tiro. La mancanza di un ecosistema digitale di opinioni immediate ha avuto un effetto collaterale: la pratica del giudizio personale.
La differenza tra informazione e responsabilità
Nella nostra epoca i consigli arrivano da ogni parte. Per chi è nato in un tempo con meno input esterni la responsabilità della decisione restava chiara e personale. Questo non significa isolamento. Molti di questi decisori cercano confronto, ma non confondono il confronto con l’abdicazione: chiedono pareri e poi scelgono, raramente si nascondono dietro una collettiva indecisione.
Esperienza pratica contro paralisi analitica
Si tende a pensare che più informazioni portino sempre a scelte migliori. Non è così. Le persone nate negli anni 60 e 70 hanno visto troppo spesso piani perfetti andare in crisi per ragioni imprevedibili. Ne è nata una cultura pratica: meglio scegliere e adattare che aspettare una prova definitiva. Quel comportamento, visto oggi come pragmatismo, è anche una risposta a un ambiente che non premiava l’indecisione.
Un commento che chiarisce
“Most of the research that has been done has utilized younger adults as participants. Weve got a lot of information regarding the psychological decision making processes that guide younger adults behavior. But very little work has explored older adults.” Natalie Shook Assistant Professor Department of Psychology West Virginia University.
La citazione non spiega tutto, ma aiuta a non semplificare il fenomeno. Non si tratta solo di saggezza anagrafica. È una combinazione di fattori cognitivi, sociali e culturali che convergono in una disposizione all’azione autonoma.
Il ruolo del fallimento come maestro
Un tratto che raramente viene esposto con onestà è la familiarità con il fallimento. Negli anni 60 e 70 la narrazione pubblica non celebrava ogni passo come successo potenziale. Si sbagliava, si ricominciava. La ripetuta esposizione a errori reali ha ridotto l’ansia da giudizio e ha rafforzato la fiducia nel saper rimediare. Questo rende più facile prendere decisioni rischiose perché il prezzo psicologico dell’errore è stato, per così dire, declassato.
Decisioni intime e decisioni pubbliche
Se guardiamo alla sfera privata troviamo una forte preferenza per scelte che preservano la dignità personale. Questo non vuol dire che chi nasce in quegli anni ignori il consenso. Significa che quando il consenso manca, la scelta personale non paralizza. Nella sfera pubblica, molti esponenti di quel periodo hanno imparato a decidere anche sotto pressione, con pochi dati e grandi conseguenze.
Non è solo storia. È anche biologia sociale
La maturazione delle strutture cognitive e della capacità di ponderare il rischio avviene in modi differenti. Ma la biologia sociale interagisce con l’ambiente. Crescere in comunità dove le risorse erano limitate o dove la fiducia nelle istituzioni era bassa spinge a sviluppare competenze decisionali individuali. È una combinazione di scala sociale e microesperienze quotidiane.
Perché i giovani di oggi a volte esitano
Non voglio ritrarre i giovani come incapaci. La generazione attuale vive in un mondo di scelte iperpersonalizzate e informazioni sovrabbondanti. Il risultato è che la scelta diventa un rituale collettivo: si cerca la migliore opinione esterna prima di decidere. Questo crea una diversa relazione con l’autonomia, e spesso produce esitazione dove una sola persona, radicata in pratiche decisionali precedenti, avrebbe scelto subito.
Implicazioni pratiche per chi convive o lavora con questa generazione
Se lavori con persone nate negli anni 60 e 70 non immaginare freddezza o autoreferenzialità. Spesso trovi pragmatismo, disponibilità a mettersi in gioco e attitudine al problem solving applicata con rapidità. Non sempre hanno ragione, non sempre sono infallibili, ma portano una chiarezza d’intento che può essere utile nel contesto aziendale e familiare.
Un avvertimento personale
Non idealizzo la cosa. Ho conosciuto indecisioni radicate anche in questa generazione, soprattutto quando i nodi emotivi non erano stati affrontati. Essere capaci di decidere non significa essere sempre migliori nel giudizio morale o negli affetti. Il confine tra coraggio decisionale e testardaggine è sottile e va osservato.
Qualche intuizione originale
Vorrei lasciare tre spunti che raramente emergono nei blog convenzionali. Primo, la familiarità con interruzioni di routine ha sviluppato una sorta di concentrazione selettiva: si sa cosa merita tempo e cosa no. Secondo, la pratica del post factum: decidere e poi analizzare l’esito è diventata una forma di apprendimento rapido. Terzo, l’uso discreto delle reti sociali locali. Molti di questi decisori non rifiutano il confronto ma lo selezionano: pochi interlocutori fidati e molto spazio per il giudizio personale.
Non concludo con una morale definitiva. Lascio aperto il campo: questa attitudine alla decisione è un’arma a doppio taglio. Funziona quando è temperata da umiltà. Peggiora quando diventa arroganza. La storia personale di ciascuno decide la proporzione.
Riflessioni finali
Sento spesso ricadere su questa generazione etichette stantie. Preferisco parlare di pratiche. Le persone nate negli anni 60 e 70 hanno praticato la decisione. L’hanno usata. L’hanno corretta. L’hanno trasmessa ad alcuni figli e non ad altri. Se volete imparare a decidere, non basta leggere manuali. Serve esperienza, e soprattutto errori che ti facciano scendere la paura. Questo non è un invito a sbagliare intenzionalmente. È la constatazione che la vita insegna moltissimo a chi si espone.
Tabella di sintesi
| Fattore | Perché conta | Effetto sulla decisione |
|---|---|---|
| Contesto storico | Instabilità economica e sociale | Pragmatismo e rapidit di scelta |
| Esperienza di fallimento | Fallimenti frequenti e rielaborazione | Riduzione dellansia da errore |
| Minore sovraccarico informativo | Meno input esterni durante la crescita | Maggiore fiducia nel giudizio personale |
| Reti selettive | Consulenze fidate anzich non pubbliche | Decisioni informate ma autonome |
FAQ
Le persone nate negli anni 60 e 70 sono sempre indipendenti nelle loro scelte?
No. Lindipendenza nella decisione è una tendenza non una legge. Molti scelgono lapproccio di gruppo in alcuni ambiti come investimenti o salute. Quel che cambia è la soglia oltre la quale preferiscono decidere da soli. La storia personale e il contesto sociale determinano varianti importanti.
Questa attitudine nasce da coraggio o da necessit?
Entrambe le cose. Talvolta la scelta autonoma deriva dalla necessit di risolvere problemi immediati. Altre volte nasce dal coraggio di prendersi la responsabilit. Spesso i due aspetti convivono: la costrizione insegna il coraggio e il coraggio consolida la pratica.
Come possono i giovani imparare a decidere con pi sicurezza?
I giovani possono esercitarsi su scelte a basso rischio e poi aumentare la posta. Ma c’è anche un elemento culturale: imparare a tollerare lerrore e a non considerarlo una catastrofe. Questo si ottiene esponendosi gradualmente e riflettendo sul risultato in modo concreto pi che moralistico.
Decidere da soli vale sempre a lungo termine?
Non sempre. La qualit della decisione dipende dallinformazione e dalla competenza. Decidere da soli senza competenza pu portare a danni. La vera abilità consiste nel riconoscere quando consultare esperti e quando agire in autonomia. È un equilibrio pratico che si affina con lesperienza.
Questa generazione pu influenzare i giovani oggi?
Sì. Il modello del prendere decisioni rapide e aggiustare in corsa pu essere trasmesso. Ma spesso il trasferimento richiede che i giovani osservino concretamente i risultati di queste scelte, non solo ascoltino consigli teorici. Il passaggio generazionale funziona meglio quando accompagna esempi pratici.