Negli ultimi anni è diventato comune sentire che i giovani di oggi siano più fragili rispetto ai loro nonni. Io non credo a semplificazioni retoriche ma qualcosa sta succedendo davvero. In questo articolo provo a delineare sette forze mentali che gli psicologi dicono essere meno presenti nelle generazioni nate dopo il 1995 rispetto a chi è cresciuto negli anni 60 e 70. Non è una condanna, è un tentativo di capire dove siamo e perché certe capacità non si trasmettono più con la stessa naturalezza.
Un quadro che non piace a nessuno
Non amo il tono accusatorio. Tuttavia, quando i dati e le osservazioni cliniche coincidono con testimonianze di insegnanti e genitori, diventa difficile ignorare una tendenza: certe abilità pratiche e psicologiche si sono affievolite. Non si tratta di dire che una generazione è superiore moralmente all’altra. Piuttosto, si tratta di chiedersi quali elementi ambientali e culturali abbiano alterato il modo in cui i giovani apprendono la resilienza, l’autonomia e la capacità di tollerare il disagio.
Perché gli anni 60 e 70 facevano forza
Quei decenni erano peculiarmente formativi perché la socializzazione quotidiana aveva ritmi diversi. Le uscite non erano programmate, la tecnologia non scandiva ogni interazione e gli adolescenti praticavano l’arte, sgraziata ma efficace, del confronto faccia a faccia. Cose semplici come arrangiarsi con poco, riparare qualcosa senza consultare un video online, o tollerare l’attesa senza stimoli continui, costruivano abitudini mentali. Oggi molte di quelle esperienze sono state privatizzate o mediate da schermi e algoritmi.
Le 7 forze mentali che sembrano in calo
Qui non do etichette politiche né litanie di soluzioni facili. Segnalo sette competenze che, secondo osservazioni cliniche e ricerche, appaiono indebolite nelle generazioni nate dopo il 1995 rispetto a quelle che hanno vissuto l’adolescenza negli anni 60 e 70.
1. Autonomia pratica
Con meno compiti domestici assegnati ai ragazzi e più servizi che sostituiscono compiti quotidiani, la familiarità con la gestione di piccoli problemi concreti è diminuita. Questo non significa che i giovani siano meno intelligenti; significa che hanno meno opportunità di sbagliare in pubblico e apprendere dagli errori.
2. Tolleranza all’incertezza
Viviamo in un’epoca in cui molte risposte sono a portata di tap. La capacità di rimanere in uno stato di domanda senza risposta, e trarne una maturità, è un allenamento che richiede tempo e frustrazione. Oggi si tende a risolvere il disagio immediatamente e così non si costruisce l’abitudine alla pazienza mentale.
3. Resilienza sociale
La resilienza non è solo reagire a un fallimento ma imparare a ricostruire relazioni dopo conflitti. Le reti digitali accelerano l’esposizione pubblica ma riducono spesso il contatto riparativo necessario dopo una rottura. Di fatto, si assiste a una fragilità relazionale che è più sistemica che individuale.
4. Capacità di noia creativa
Quando l’ozio diventa impossibile perché lo smartphone riempie ogni momento, la mente perde il tempo necessario per generare idee originali. Non sto dicendo che i giovani non siano creativi. Dico che la creatività che nasce dalla lentezza è meno frequente.
5. Autoregolazione emotiva
Le tecniche di regolazione emotiva si imparano anche negli scontri banali. Evitare ogni conflitto per proteggere il benessere percepito impoverisce il repertorio emotivo. Alcune scuole puntano sul benessere immediato e finiscono per non insegnare come tollerare stati spiacevoli senza crollare.
6. Pragmatismo decisionale
Prendere decisioni con informazioni incomplete era un esercizio quotidiano del passato. Oggi, l’illusione di poter ottenere dati perfetti in tempo reale modifica la soglia del rischio accettabile. Il risultato è indecisione prolungata o scelte rese in modo ricattatorio dall’algoritmo più familiare.
7. Autorità critica
Non intendo obbedienza cieca. Intendo la capacità di mettere in discussione un’autorità con strumenti razionali e non con reazioni emotive immediate. Quando l’autorità perde definizione nelle relazioni quotidiane, i giovani imparano meno come contestare con efficacia e responsabilità.
Qualche voce esperta
“Around 2011 2012 I started to notice changes that were bigger and more sudden. More and more teens started to say that they felt left out or that they felt lonely. More and more started to say that they can’t do anything right or that their life wasn’t useful or that they did not enjoy life.” Jean Twenge Professor of Psychology San Diego State University.
Twenge ha documentato con dati periodici come la vita sociale dei giovani sia cambiata dopo l’arrivo massiccio degli smartphone. È un dato che pesa.
“As soon as kids ditched their friends in the real world and had 500 friends online they didn’t get happier. They got starved for social connection depressed.” Jonathan Haidt Professor of Social Psychology New York University.
Haidt porta l’accento sulla qualità del contatto sociale e su come la sovraesposizione digitale possa alterare l’apprendimento emotivo.
Cosa non sto dicendo
Non sostengo che le nuove generazioni siano meno valide o meno degne di rispetto. Non penso neanche che tutto ciò sia irreversibile. Molte competenze si imparano in età adulta se il contesto lo permette. Ma sarebbe ingenuo non riconoscere che i cambiamenti culturali abbiano effetti misurabili sulle traiettorie di sviluppo.
Qualche idea pratica e controversa
Alcune proposte mi sembrano sensate altre mi inquietano. Dare agli adolescenti più responsabilità domestiche può aiutare. Ma non basta tornare al passato come se fosse un manuale. Bisogna ripensare le istituzioni educative e familiari così che la pratica e la riflessione tornino a convivere. Non ho la formula magica. Ho però la convinzione che serva meno panico mediatico e più pazienza strutturata.
Conclusione aperta
Se c’è una lezione che traggo dalla mia esperienza è che la fragilità o la forza mentale non si trasferiscono per osmosi. Si costruiscono: con fatica opaca, con esercizi noiosi e con errori che fanno male. Forse possiamo offrire alle nuove generazioni l’occasione per praticare di nuovo certe abilità. Oppure no. Il tempo dirà quale strada sceglieremo come società.
Tabella riassuntiva delle idee chiave
| Forza mentale | Come si mostrava negli anni 60 70 | Come cambia oggi |
|---|---|---|
| Autonomia pratica | Risoluzione diretta dei piccoli problemi quotidiani | Più servizi e meno compiti pratici |
| Tolleranza all’incertezza | Abitudine ad aspettare e decidere con informazioni limitate | Ricerca immediata di risposte digitali |
| Resilienza sociale | Ricomposizione delle relazioni dopo conflitti | Conflitti mediati e permanenti online |
| Noia creativa | Spazi di tempo senza stimoli | Riempimento continuo tramite schermi |
| Autoregolazione emotiva | Apprendimento emotivo sul campo | Protezione eccessiva dal disagio |
| Pragmatismo decisionale | Scelte in condizioni di rischio quotidiano | Indecisione o delega agli algoritmi |
| Autorità critica | Discussione razionale delle gerarchie | Contestazione spesso emotiva o simbolica |
FAQ
Perché gli psicologi parlano di carenze generazionali senza demonizzare i giovani?
Perché la scienza osserva pattern non persone. Gli psicologi rilevano trend in grandi campioni e poi cercano di capire meccanismi causali. Questo non è un giudizio morale ma un tentativo di capire processi che possono essere utili per progettare interventi educativi e culturali più efficaci.
Le scuole possono fare qualcosa di concreto?
Sì. Le scuole possono reintrodurre attività che richiedono responsabilità reali non simulate. Laboratori pratici compiti di gruppo con rischio misurato e tempi lunghi di completamento sono esempi. Non è facile ma possibile. Serve anche formazione per gli insegnanti su come facilitare il fallimento produttivo.
La tecnologia è il colpevole principale?
La tecnologia è un fattore potente ma non l’unico. Cambiamenti economici sociali nelle famiglie politiche delle istituzioni giocano un ruolo. La tecnologia amplifica e catalizza tendenze già in atto ma non ha inventato la fragilità da sola.
Cosa possono fare i genitori senza indulgere in allarmismi?
I genitori possono creare opportunità per l autonomia progressiva assegnare compiti reali e permettere piccoli fallimenti. Equilibrare supporto e libertà è complicato e non esiste una ricetta valida per tutti ma l’idea di base è lasciare spazio alla pratica anziché eliminare il rischio a priori.
Queste carenze sono permanenti o possono essere recuperate?
Molte abilità possono essere riscritte in età adulta attraverso pratiche deliberate e contesti che le richiedono. Recuperare è possibile ma richiede pazienza strutturata e contesti che offrano esercizio continuo piuttosto che soluzioni immediate.
Come distinguere tra problemi reali e moda culturale?
Guardando ai dati longitudinali e alle misure oggettive oltre alle impressioni aneddotiche. Gli studi che analizzano cambiamenti nel tempo forniscono indizi solidi. È importante però non ridurre tutto ai numeri perché le storie individuali contano e spesso svelano meccanismi nascosti.