La psicologia spiega perché chi è cresciuto nei anni 60 e 70 è diventato più forte emotivamente

Cresciuti con le porte senza chiavistelli e le estati senza programmi organizzati, molti di noi portano ancora una specie di durezza emotiva che oggi viene chiamata resilienza. Non è una mitologia nostalgica. È una trama di esperienze quotidiane che hanno esercitato abilità psicologiche precise e misurabili. In questo pezzo provo a spiegare perché psicologia e storia sociale convergono sul fatto che chi ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza negli anni 60 e 70 spesso manifesta meccanismi emotivi diversi rispetto ai nativi digitali.

Un ambiente che addestra il carattere senza volerlo

Non esisteva un manuale per diventare resilienti. Esistevano però condizioni ricorrenti: più autonomia fisica, più noia obbligata, più responsabilità domestiche, meno filtri protettivi degli adulti. Queste condizioni hanno funzionato come una serie di piccoli esercizi ripetuti. Le neuroscienze ci dicono che circuiti come quelli dell’autoregolazione e del controllo inibitorio si rafforzano con l’uso. La domanda interessante non è se quelle generazioni fossero migliori, ma come l’ambiente abbia creato ripetute opportunità di allenamento emotivo.

Boredom come palestra mentale

La noia non era solo fastidio. Era uno stato in cui il cervello doveva inventare soluzioni, progettare giochi, tollerare l’attesa. Studi moderni che analizzano gli effetti della monotonia mostrano che periodi senza stimoli esterni favoriscono la creatività e la pianificazione. La versione pratica di quel processo è semplice: se da bambino passi molto tempo a cercare modi per non annoiarti, crei un’abitudine a cercare risorse interne piuttosto che soluzioni immediate dall’esterno.

Compiti reali e conseguenze tangibili

La responsabilità domestica e i piccoli lavori fuori casa non erano opzionali per molti. Fare la spesa, consegnare giornali, curare animali, sistemare il cortile: attività concrete con risultati visibili. Questo tipo di feedback — vedere che la propria azione ha prodotto un effetto — costruisce una credenza fondamentale che gli psicologi chiamano locus of control interno. Non un motto, ma una struttura operativa mentale: quando qualcosa si rompe io provo a ripararlo prima di lamentarmi.

La scuola e le regole come architetture della disciplina

La scuola era meno focalizzata sullemozioni e più sulle routine. Non sto celebrando quella scuola. Dico che la prevedibilità delle regole e delle conseguenze offriva uno schema cognitivo per affrontare l’imprevisto: se so che le regole funzionano, posso applicare procedure in contesti nuovi. Questo produce meno panico e più procedura quando si affrontano problemi reali.

Contatto faccia a faccia ed esercizio sociale

Le relazioni si costruivano principalmente dal vivo, non mediati da uno schermo. Questo ha effetti concreti sulla capacità di leggere segnali non verbali e negoziare tensioni. Quando quaranta minuti di gioco in strada erano l’arena per risolvere conflitti, la pratica sociale diventava allenamento emotivo: tollerare frustrazione, negoziare, chiedere scusa, ricostruire rapporti. Non tutto qui era sano o giusto ma l’allenamento a stare nella relazione è reale e misurabile.

La fragilità come esperienza educativa

Un punto che spesso non si dice: la forza emotiva che osserviamo non è assenza di fragilità. È la percezione che la fragilità sia sopportabile. Saper stare nella rottura senza che tutto crolli è un portato dell’esperienza ripetuta del fallimento e del recupero. Questo ha un effetto paradossale. La persona non è più impermeabile al dolore; è più capace di attraversarlo e continuare.

Grit e perseveranza spiegati dalla scienza

La parola inglese grit è ormai comune, e la sua popolarità non è casuale. La ricerca mostra che la perseveranza conta, ma non come giudizio morale bensì come processo: l’abitudine a riprendere un compito dopo una battuta d’arresto. Angela Duckworth, psicologa alla University of Pennsylvania, ha descritto questa qualità in termini semplici e riconoscibili.

“Grit is passion and perseverance for very long term goals. Grit is having stamina. Grit is sticking with your future day in and day out. Grit is living life like it is a marathon not a sprint.” — Angela Duckworth, Professor of Psychology, University of Pennsylvania.

La citazione ci aiuta a collegare i comportamenti quotidiani degli anni 60 e 70 a un concetto che oggi viene studiato formalmente. Non è che tutti di quella generazione avessero grit per default, ma le condizioni sociali lo favorivano.

Pericoli della mitologia del passato

Attenzione a non trasformare tutto in racconto eroico. Molte pratiche di quel tempo erano ingiuste e dannose. L’assenza di protezione poteva esporre i più vulnerabili a rischi che non costruiscono forza ma trauma. Non sto proponendo di tornare indietro. Dico che possiamo selezionare ciò che valeva come allenamento emotivo e riproporlo in forme meno rischiose.

Un metodo ibrido per il presente

Un’idea concreta: creare spazi controllati di frustrazione produttiva. Laboratori pratici, compiti senza istruzioni complete, responsabilità reali con supervisione minima. È possibile progettare ambienti che insegnino il controllo delle emozioni senza abbandonare la cura. Questa è una scelta culturale e pedagogica più che una nostalgia malinconica.

Conclusione provvisoria

Chi è cresciuto negli anni 60 e 70 ha spesso incubato competenze emotive importanti grazie a un ambiente che chiedeva autonomia, tolleranza dell’attesa e responsabilità. Non è magia, è design sociale. E ora che quel design non esiste più naturalmente, possiamo decidere cosa recuperare e come integrarlo in una società che non vuole rinunciare alla sicurezza ma nemmeno all’efficacia emotiva. Rimangono molte domande sul come bilanciare protezione e sfida. Non tutte le risposte sono pronte, e forse è giusto che non lo siano.

Aspetto Come veniva allenato negli anni 60 70 Effetto psicologico
Autonomia Gioco non supervisionato e responsabilità domestiche Locus of control interno e iniziativa
Tolleranza allattesa Scarso intrattenimento immediato e ritardi nelle comunicazioni Maggiore capacità di pianificazione e attenzione prolungata
Conflitto sociale Confronti faccia a faccia in strada e a scuola Migliore lettura non verbale e gestione delle tensioni
Fallimento ripetuto Esperienze di perdita e ricostruzione senza interventi continui Resilienza e capacità di ripresa

FAQ

Perché la noia può aiutare a sviluppare forza emotiva?

La noia spinge il cervello a cercare soluzioni interne riducendo la dipendenza da stimoli esterni. Questo genera pratica nella generazione di idee autonome e nella regolazione dell’umore. Psicologi che studiano creatività hanno osservato che periodi prolungati senza stimoli possono facilitare la soluzione creativa dei problemi. Non è una panacea ma un terreno utile per allenare l’autogestione emotiva.

Significa che i giovani di oggi sono più fragili?

Non è una sentenza generazionale. I giovani di oggi affrontano contesti diversi con sfide che richiedono altre competenze. Alcune abilità tipiche degli anni 60 e 70 sono meno praticate oggi, ma emergono diverse forme di resilienza digitale e cognitiva. Il punto è che alcuni esercizi emotivi si sono persi e potrebbero essere reintegrati consciamente.

Quali rischio comportava la libertà di allora?

L’autonomia non era neutra. Per alcuni bambini si è tradotta in negligenza e conseguenze dannose. La differenza tra esposizione che costruisce competenze e esposizione che traumatizza è sottile e dipende molto dal contesto familiare e sociale. Bisogna distinguere ciò che allena da ciò che ferisce.

Come possiamo recuperare quegli apprendimenti oggi senza tornare indietro?

Si può progettare esperienze che richiedano autonomia controllata come progetti pratici, incarichi di responsabilità gestiti e momenti di disconnessione programmata. L’obiettivo non è nostalgia ma creare opportunità mirate per allenare capacità che la modernità rischia di smorzare.

La psicologia moderna conferma questi effetti?

La letteratura su grit autoregolazione e sviluppo sociale fornisce evidenze coerenti con l’idea che pratiche ripetute di autonomia e frustrazione gestita rafforzino capacità emotive. Serve però evitare semplificazioni. Le ricerche mostrano pattern ma anche forti variabilità individuali e di contesto.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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