Sento spesso dire che chi è nato o cresciuto negli anni 70 porta con sé un tempo diverso. Non è solo nostalgia o retorica da social. C è qualcosa di concreto nelle abitudini, nelle aspettative e nel modo di distribuire l attenzione che rende queste persone meno inclini a sentirsi mentalmente di fretta rispetto alle generazioni che le hanno seguite. In questo pezzo provo a spiegare perché penso sia così, mischiano osservazioni personali a riferimenti culturali e qualche punto di vista accademico.
La costruzione di un ritmo senza orologio digitale
Quando parlo con amici nati tra il 1948 e il 1979 noto subito un elemento ricorrente: la misura del tempo è spesso legata a eventi concreti piuttosto che a scadenze costanti. Una riunione diventava un appuntamento da rispettare, non una catena di notifiche. La giornata aveva confini naturali la mattina il pranzo la sera e gli impegni si intersecavano con la vita famigliare in modo meno invasivo. Non dico che non ci fossero pressioni ma che queste pressioni non avevano ancora il ritmo sincopato del presente.
Perché questo conta
Il cervello umano, privato del costante segnale esterno che richiede risposta immediata, sviluppa una soglia d attenzione diversa. Nel linguaggio psicologico si parla di tolleranza all incubazione mentale. Chi è cresciuto negli anni 70 ha imparato per necessità a lasciar maturare pensieri e soluzioni perché non c era il mezzo per sollecitare risposte immediate. Il risultato non è magico. È un modo di lavorare e vivere che favorisce meno urgenza soggettiva e più spazio per pensare.
La lentezza come pratica quotidiana e non come slogan
Non intendere questo come una lode edulcorata alla lentezza. Il concetto che ho visto emergere tra le persone nate negli anni 70 non è quello della lentezza autocelebrata dei blog alla moda. È piuttosto un insieme di abitudini radicate: leggere fino a sera, conversare lungamente al bar, riparare un oggetto invece di sostituirlo, prendere mezzi pubblici che imponevano tempi prevedibili. Sono pratiche che plasmano un atteggiamento mentale dove la fretta è un eccezione, non la norma.
Oziare non significa non pensare. Significa non pensare secondo regole obbligatorie non avere l assillo del cronometro non seguire i percorsi angusti della razionalità.
Domenico De Masi Sociologo Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
Questa frase sintetizza un tratto che incontro spesso nei racconti e nelle spiegazioni che danno le persone di quella generazione. Il riferimento a Domenico De Masi non è una citazione fumosa di intellettuali ma una descrizione pratica: l ozio creativo di cui si parla ha colore quotidiano e non metafisico.
Memoria sociale e identità temporale
Un altro aspetto sottovalutato è la memoria condivisa. Chi è cresciuto negli anni 70 ha molte esperienze modulate da ritmi analogici: c era tempo per raccontare episodi, per rielaborare. La memoria non è solo personale è sociale. Le storie familiari si spiegavano attorno a una tavola per ore. Questo fa sì che gli eventi si fissino con un altra profondità e che il presente non appaia sempre urgente da risolvere subito.
Non tutto è roseo
Naturalmente la generazione degli anni 70 non era immune da ansia o stress. Molti hanno dovuto fare i conti con discontinuità lavorative e crisi economiche. Però la strategia mentale che molti adottavano per affrontare queste situazioni era diversa: pianificazione orizzontale e resilienza radicata nelle relazioni piuttosto che nella prestazione continua. È una differenza sottile ma potente.
Le istituzioni e il mercato che non acceleravano tutto
Un fattore meno emotivo e più strutturale riguarda le istituzioni. Negli anni 70 i sistemi burocratici erano lenti in modo prevedibile. La lentezza delle pratiche amministrative era frustrante ma anche stabilizzante: sapevi che per certe cose ci voleva tempo e questo mitigava l attesa psicologica. In altre parole l esternalità della lentezza attenuava il sentirsi mentalmente rincorsi.
Viceversa il mondo digitale ha tolto quella prevedibilità. Oggi che qualsiasi attesa può trasformarsi in una notifica e una richiesta immediata la soglia d emergenza personale si abbassa. La generazione successiva è cresciuta già in questo contesto e lo ha interiorizzato.
Un paio di osservazioni personali che non fanno testo ma valgono
Ho visto padri e madri nati negli anni 70 comportarsi come se il tempo fosse un materiale malleabile. Tagliavano, cucivano, aspettavano una festa con la calma di chi sa che tutto arriva. A volte la stessa persone poi si mostrano irruente in altri ambiti. Questo mi dice che non è una questione genetica bensì un equilibrio di abitudine e necessità.
Non è consigliabile idealizzare. Ci sono aspetti eleganti e aspetti problematici: una maggiore tolleranza all attesa può tradursi in procrastinazione o nell accettazione passiva di condizioni ingiuste. Il punto è che questo modo di sentirsi meno mentalmente di fretta ha costi e benefici che variano con il contesto.
Perché questa storia interessa oggi
Parlare di come e perché le persone cresciute negli anni 70 raramente si sentono mentalmente di fretta non è un esercizio di archeologia personale. È un invito a riflettere sulle pratiche che producono benessere cognitivo. Non propongo ricette impossibili o nostalgie consolatorie. Dico solo che alcune abitudini della generazione 70 possono essere studiate e, quando utili, replicate senza il bisogno di indossare una maschera vintage.
Mi interessa lasciare aperta la domanda: quante di queste pratiche sono trasferibili al mondo iperveloce odierno senza perdere la loro sostanza? Alcune sì altre no. E questo rimane il nodo aperto con cui chiunque voglia fare cultura del tempo deve confrontarsi.
Conclusione
Esiste davvero una differenza nel modo in cui le persone cresciute negli anni 70 vivono il tempo mentale. È il frutto di pratiche quotidiane istituzioni prevedibili e una memoria sociale forte. Non è una formula magica ma è un catalogo di abitudini che attenuano la sensazione di corsa continua. E vale la pena studiarle senza mitizzarle.
Riepilogo sintetico
| Idea chiave | Spiegazione |
|---|---|
| Ritmo basato su eventi | Le giornate erano regolate da appuntamenti concreti piuttosto che da notifiche continue. |
| Ozio creativo quotidiano | La pratica dell attesa e della riflessione senza cronometro favoriva pensiero profondo. |
| Memoria sociale | Racconti e rituali familiari stabilizzavano la percezione del tempo. |
| Istituzioni prevedibili | La lentezza istituzionale creava una prevedibilità che riduceva l urgenza soggettiva. |
| Costi e benefici | Meno fretta mentale ma rischio di assuefazione all inattività in contesti ingiusti. |
FAQ
1 Che cosa significa concretamente non sentirsi mentalmente di fretta?
Significa che la sensazione interna di urgenza è più rara. Non vuol dire assenza di impegni o di stress ma una diversa modalità di reagire. In pratica le persone si concedono più spesso pause mentali e meno risposte automatiche alle sollecitazioni esterne. Questo si traduce in scelte meno impulsive e in una maggiore attitudine all incubazione delle idee.
2 Questo atteggiamento è ereditabile culturalmente o è solo generazionale?
È più culturale che biologico. Le abitudini quotidiane la qualità delle relazioni e le istituzioni modellano la percezione del tempo. Per questo chi non è nato negli anni 70 può comunque sviluppare una soglia di non urgenza adottando pratiche simili e costruendo contesti sociali che le supportino.
3 È possibile applicare queste pratiche oggi senza rinunciare all efficienza?
Sì ma con prudenza. Alcune pratiche come ritagliarsi momenti di attenzione non distratta o preferire comunicazioni non immediate possono coesistere con produttività elevata. Il problema nasce quando la lentezza diventa rassegnazione. Bisogna scegliere quali aspetti preservare e quali adattare al nuovo ritmo lavorativo e sociale.
4 Quali rischi comporta idealizzare il passato in termini di ritmo mentale?
Idealizzare porta a ignorare le difficoltà reali che molte persone affrontavano e affrontano. Inoltre può indurre scelte sbagliate in contesti dove la rapidità è necessaria. È importante estrarre pratiche utili senza cadere nella mitologia di un tempo che in realtà era complesso e spesso ingiusto.
5 Come riconoscere se la propria percezione della fretta è sana o patologica?
Una percezione sana è funzionale alle attività quotidiane non paralizza le decisioni e permette recupero. Una percezione maladattiva genera affaticamento costante incapacità di concentrazione e reazioni impulsive. Il confine però non è netto ed è influenzato dal contesto sociale e lavorativo.