Non è un revival nostalgico né una lista di trucchi motivazionali facili. Cè qualcosa di concreto e ripetibile nella testa di molte persone cresciute negli anni 60 che continua a far discutere gli psicologi: una forma di gestione dello stress dura a usura, discreta e spesso invisibile. Uso il termine coping skill comune nella 60s generation perché è così che molti ricercatori e giornalisti anglosassoni la chiamano. Ma nella realtà il fenomeno è più complesso e meno raccontato di quanto i titoli sensazionalistici suggeriscono.
Una pratica quotidiana che non sa di pratica
Se provi a osservare una persona nata negli anni 60 in un bar di quartiere italiano noterai piccoli gesti che sembrano insignificanti: rispostacce che non esplodono, pause lunghe prima di rispondere, la scelta di non documentare ogni emozione sui social. Questi gesti non sono vuoti. Sono segnali di un modo di abitare le difficoltà che non cerca lappagamento immediato né la performance emotiva. È una specie di disciplina emotiva fatta di attese, memorie di sopravvivenza e gesti ripetuti.
Non è resilienza glamour
La parola resilienza oggi è usata troppo spesso. Qui parlo di qualcosa di meno carismatico: il riuso di esperienze fallimentari come materiale grezzo da cui costruire risposte pratiche. Non è positività tossica. Non è neppure fatalismo passivo. È uno stile: riconoscere la soglia di sopportazione, scegliere battaglie rilevanti, mantenere relazioni che durano più del singolo problema.
Perché gli psicologi restano sorpresi
Quando i ricercatori guardano ai dati longitudinali o ascoltano storie orali, emergono costanti che non combaciano con i modelli generazionali più popolari. La generazione nata negli anni 60 ha sperimentato crisi economiche varie e cambiamenti sociali rapidi senza lappoggio istituzionale che di solito accompagna la parola supporto psicologico oggi. Quindi sviluppò risposte pratiche e spesso comunitarie piuttosto che individuali e terapeutiche. Questa radice pratica sorprende chi si aspetta solo narrazioni di declino o di fragilità.
La sorpresa degli esperti non riguarda solo la solidità delle strategie ma anche la loro adattabilità. In alcune ricerche su come gli anziani hanno affrontato la pandemia è emerso che molti hanno proprio riadattato modi ereditati dalla gioventù a risposte contemporanee. Gli studiosi notano che non si tratta di un set fisso di tecniche ma di un atteggiamento operativo verso limprevisto.
There are some older adults who are doing quite well during the pandemic and have actually expanded their social networks and activities. But you don’t hear about them because the pandemic narrative reinforces stereotypes of older adults as frail disabled and dependent. Brian Carpenter Professor of psychological and brain sciences Washington University in St Louis
Un bias della nostra epoca
La nostra cultura tende a leggere il comportamento emotivo come performativo. Se un dolore non è verbalizzato in formato story o post allora non esiste. La generazione dei 60s invece ha lasciato molte emozioni in forma di routine: telefonate programmate, rituali domestici, piccoli lavori manuali che assorbono lansia. Gli psicologi si stupiscono perché queste risposte sfuggono allosservazione digitale e dunque alle teorie che misurano bene solo ciò che è visibile online.
Quali sono le coping skill tipiche
Non aspettarti nomi altisonanti. Le competenze sono pratiche e spesso banali ma efficaci. Riconoscere la priorità reale di un problema. Lasciare tempo al conflitto per stemperarsi. Uso di reti informali di mutuo aiuto. Metodi di distrazione attiva come piccoli lavori manuali. Per quanto il linguaggio clinico li possa incasellare in categorie note questi comportamenti nascono da una logica diversa: la resistenza quotidiana, non lottare per una prova di forza ma per mantenere equilibrio.
Non tutte le persone della generazione 60s sono uguali
Questo punto è importante perché ogni generalizzazione è pericolosa. Ci sono persone fragili e persone straordinarie in ogni coorte. Ciò che è degno di attenzione è la frequenza di certi schemi e la loro efficacia misurata in termini di funzionamento sociale e stabilità emotiva. Gli studi suggeriscono che una parte consistente di quella generazione ha sviluppato abitudini di coping che mantengono efficienza anche in età avanzata.
Perché le giovani generazioni dovrebbero ascoltare senza imitare
È facile trasformare tutto in un manuale. Lerrore comune sarebbe spogliare le strategie del loro contesto storico. Non si tratta di consigliare alla generazione Z di essere freddi o di sopprimere i sentimenti. Si tratta invece di capire come certe routine semplici possano ridurre la domanda emotiva immediata e permettere un lavoro di riflessione più profondo. Imparare a tollerare lati scomodi senza rimuoverli immediatamente può essere una lezione preziosa. Ma non è una ricetta universale: va adattata alle nuove condizioni sociali e tecnologiche.
Una riflessione personale
Ho visto mia nonna attendere giorni prima di rispondere a una telefonata conflittuale per poi chiamare e risolvere. Quella pausa non era distacco. Era un filtraggio. Non lo farei sempre. Non lo considero sempre giusto. Però ho imparato che la fretta emotiva raramente aiuta e che ci sono volte in cui attendere produce chiarezza. Potrebbe sembrarti banale eppure è un effetto che si misura nel tempo.
Che possiamo prendere e che dovremmo scartare
Prendere: la pazienza strategica, il senso di comunità pratica, la capacità di non spettacolarizzare il dolore. Scartare: il rifiuto di chiedere aiuto quando serve, il silenzio imposto sulla sofferenza che degenera in isolamento. Non mi piacciono le semplificazioni. Non penso che gli anni 60 abbiano inventato la saggezza emotiva. Hanno però coltivato strumenti che oggi sono sottovalutati.
Conclusione aperta
La lezione più utile non è ritrovare una presunta saggezza perduta ma riconoscere che esistono modalità molteplici di affrontare il dolore. Alcune sono vecchie ma efficaci. Altre sono nuove ma fragili. Il dibattito dovrebbe essere su come integrare strategie robuste con le risorse terapeutiche moderne, non su quale epoca fosse moralmente superiore. Rimane però una domanda: possiamo recuperare il valore delle routine pratiche senza tornare allisolamento emotivo che alcune di quelle routine mascheravano? Non ho una risposta netta e credo che la risposta più onesta sia per il momento una pratica continua di prova ed errore.
| Idea chiave | Cosa significa |
|---|---|
| Coping skill pratiche | Risposte quotidiane non performative come pause strategiche e reti informali. |
| Contesto storico | Esperienze collettive di crisi hanno modellato risposte non terapeutiche ma operative. |
| Attenzione ai bias | La visibilità online non misura la vera efficienza emotiva. |
| Insegnamento utile | Tollerare il disagio per qualche tempo può permettere risposte migliori. |
| Da scartare | Il silenzio che porta allisolamento e la rinuncia ad aiuti esterni quando necessari. |
FAQ
1. Che cosa intendete per coping skill comune nella 60s generation?
Con questa espressione descrivo modalità di gestione dello stress e delle difficoltà che si sono diffuse per via di contesti storici e culturali degli anni 60. Non è una lista rigida di tecniche ma piuttosto un insieme di abitudini pratiche come la pazienza strategica la cura di relazioni di lunga durata e il ricorso a soluzioni domestiche e comunitarie. Sono comportamenti che tendono a ridurre la reattività immediata e a favorire risposte più ponderate.
2. Funzionano ancora oggi in un mondo digitale?
Sì e no. Funzionano come principi ma non come strumenti inalterati. La pazienza strategica o il valore delle reti informali possono essere rilevanti ma devono fare i conti con la pressione della visibilità e dellimmediatezza digitale. È utile usare questi principi adattandoli al contesto contemporaneo piuttosto che copiarli così come erano applicati mezzo secolo fa.
3. Queste pratiche sono adatte a tutti?
Non tutte le persone traggono beneficio dalle stesse strategie. Alcuni hanno bisogno di interventi professionali o di reti di supporto diverse. Le pratiche della 60s generation possono essere strumenti utili nel toolkit personale ma non sono una soluzione universale. Vanno valutate caso per caso e integrate ad altre risorse quando necessario.
4. Come possiamo sperimentare queste strategie senza rinunciare al dialogo emotivo?
Si può provare a costruire piccole abitudini come attendere 24 ore prima di rispondere a una provocazione o coltivare una rete di persone con cui praticare conversazioni non giudicanti. Lidea è bilanciare la capacità di tollerare il disagio con la volontà di chiedere aiuto. Il rischio è trasformare la pazienza in rassegnazione. Occorre vigilare su questo confine.
5. Ci sono studi recenti che confermano queste osservazioni?
Sì ci sono studi e articoli che documentano la resilienza in età avanzata e il modo in cui esperienze di vita contribuiscono a strategie di coping. Alcune pubblicazioni accademiche e articoli di divulgazione hanno analizzato come alcune persone anziane abbiano riaffermato e adattato abitudini di coping durante eventi stressanti recenti. Queste ricerche mostrano pattern interessanti ma non suggeriscono che ogni individuo della generazione 60s sia automaticamente più capace di gestire lo stress.