Molti di noi riconoscono nei genitori e negli zii quella pazienza asciutta che non ha bisogno di etichette. Quando ho cominciato a parlare con persone nate o cresciute negli anni 70 ho capito che qui non si tratta solo di nostalgia. Perché chi è cresciuto negli anni 70 ha sviluppato resistenza mentale senza chiamarla forza è una storia fatta di piccoli aggiustamenti quotidiani che oggi abbiamo il vizio di categorizzare come tecnica o terapia. E non è così semplice.
Un tratto non rivendicato
Gli anni 70 non sono stati un decennio uniforme. C erano crisi economiche vere e diffuse ma anche fermenti culturali. In Italia le famiglie affrontavano problemi concreti e spesso pratici che chiedevano soluzioni immediate. Ho visto persone di quella generazione descrivere la loro resilienza come un dovere discreto e quasi imbarazzante. Non si vantavano. Si arrangiavano. Per molti di loro resistenza mentale era sinonimo di seguire il lavoro fino a sera senza lamentarsi e riparare ciò che si rompeva in casa senza chiamare un tecnico.
La lingua della generazione
La parola resilienza oggi è usata da consulenti e post social. Ma chi è cresciuto negli anni 70 parla diverso. La loro grammatica emotiva include frasi come non avere altro da fare se non andare avanti e ci si fa così. Sono formule pratiche più che teorie. La resistenza mentale è incarnata in gesti concreti. Quando racconto di queste persone non vedo eroi. Vedo aggiustatori di dettagli umani.
Contesto sociale e formazione di nervi robusti
Non è soltanto il trauma o la prova a forgiare la tenacia. È l esposizione ripetuta a frizioni ordinarie. La precarietà lavorativa era meno sponsorizzata come dramma esistenziale e più vissuta come lettera quotidiana. Questo ha portato molta della generazione a sviluppare meccanismi di adattamento che oggi chiameremmo coping naturale. La differenza è che allora non c era un corso che te lo spiegava. Ti capitava e imparavi per forza.
La scuola come palestra non ufficiale
La scuola pubblica allora fungeva da vero laboratorio sociale. Non si aggrediva la fragilità in una sessione di gruppo. Si imparava dalle punizioni e dagli scambi bruschi. L educazione non era sempre morbida ma dava spesso responsabilità concrete fin dalla giovane età. Quelle responsabilita hanno abituato a pensare in termini di risultato più che di emotività fine. Non voglio dire che fosse meglio. Dico che creava fibre diverse.
Perché la generazione non ha chiamato questa qualità forza
Parlare di forza implica uno show. La generazione cresciuta negli anni 70 ha avuto meno bisogno di performare il proprio valore. Valore e forza erano misurati in azione quotidiana. Se la lavatrice riparata funzionava era già un successo. Se un figlio veniva sostenuto con presenza invece che con discorsi motivazionali era un risultato. La modestia era parte integrante della grammatica emotiva. Questo spiega perché il termine forza non è mai stato associato a quei comportamenti.
Un esempio personale
Mia zia appartenente a quella generazione non ha mai usato la parola resilienza. Quando le chiesi come aveva fatto a reggere alcune perdite familiari mi rispose facendomi un elenco di cose pratiche tipo portare la spesa a casa e sistemare i documenti. Era una risposta che riduceva il dramma ma allo stesso tempo lo spezzettava in compiti affrontabili. Quella microtecnica ripetuta nel tempo è ciò che oggi definiremmo resistenza mentale ma con un altro registro.
Che cosa dicono gli esperti
Unless the environment is just so adverse that nothing can flourish the vast majority of human beings seem to veer toward a form of basic normal development in other words there is built into us through many millions of years of evolution the ability to bounce back. Emmy E Werner Professor of Human Development Division of Human Development and Family Studies University of California Davis. Source IIRP Graduate School.
La citazione della studiosa Emmy E Werner aiuta a mettere in prospettiva ciò che osservo. Werner studiò cohorti che mostrarono come la persistenza non sia sempre una qualità che si esibisce. A volte è una tendenza che emerge in condizioni normali e quotidiane. Non è un trionfo spettacolare. È una forma di continuità.
Dimensione emotiva e strategia pratica
La resistenza mentale degli anni 70 ha una componente emotiva non dichiarata. È la capacità di dividere l angoscia in frammenti gestibili. Non si tratta di riuscire a sopportare tutto. Si tratta di scegliere dove mettere la propria energia. È una selezione tattica che si esercita anche nelle relazioni. Ho visto uomini e donne di quella generazione ritirarsi da conversazioni sterili per mantenere lucidità su temi importanti. Non lo facevano per freddezza. Lo facevano per pragmatismo.
Qualcosa che oggi perdiamo
Viviamo in un era che misura il valore della sofferenza con like. La generazione degli anni 70 non cercava conferme esterne. Questo non la rende superiore. La rende però meno dipendente dal racconto pubblico della propria resilienza. Forse questo è anche il motivo per cui molti giovani oggi la considerano distante e poco riconoscibile. Ma c è un problema di memoria culturale. Se dimentichiamo come si trasmettono certe pratiche quotidiane perdiamo strumenti utili.
Conclusione aperta
Non voglio mitizzare niente. La generazione degli anni 70 ha anche i suoi limiti. Ha taciuto su molte ferite che oggi sarebbe utile ascoltare. Eppure esiste un patrimonio pratico che vale la pena osservare e recuperare. Quando penso a persone che hanno imparato a reggere e a riprogettare vite rotte senza farne un racconto eroico vedo una lezione utile. Forse dovremmo smettere di rincorrere termini e ricominciare a guardare i gesti che permettono alle vite di continuare.
Tabella riassuntiva delle idee chiave
| Concetto | Spiegazione sintetica |
|---|---|
| Resistenza non nominata | Comportamenti pratici e continui che sostituiscono la retorica della forza. |
| Contesto sociale | Esposizione a frizioni ordinarie che formano abitudini di adattamento. |
| Scuola e responsabilit | Ruoli concreti sin da giovani che allenano la gestione delle difficolt. |
| Modestia | La generazione non rivendica la propria tenacia e per questo la definisce meno ‘forza’. |
| Trasmissione | Perdita potenziale di pratiche utili se non raccontate e insegnate. |
FAQ
Chi sono esattamente le persone che si definiscono cresciute negli anni 70?
Con questa espressione intendo persone nate all inizio degli anni 60 e cresciute durante il decennio successivo e oltre. Non si tratta di una categoria demografica rigida. Include chi ha vissuto l adolescenza o la prima vita adulta in quel periodo. L esperienza comune sta in una serie di pratiche quotidiane e contesti sociali che erano prevalenti in quegli anni e che hanno formato abitudini di comportamento e di pensiero.
Perché questa generazione non ha chiamato la sua resistenza forza?
Perché la parola forza evoca performance e visibilit. Chi è cresciuto negli anni 70 tendeva a considerare la tenacia come routine e dovere. Il lessico emotivo era pratico piuttosto che celebrativo e questo ha fatto sì che la resistenza fosse vissuta ma non nominata. La modestia culturale gioca un ruolo importante.
Quali pratiche concrete hanno formato questa resistenza mentale?
Si tratta di azioni quotidiane ripetute. Prendersi cura della casa o della famiglia senza delegare ogni problema. Assumersi responsabilit lavorative dure senza fronzoli. Fare scelte per il lungo periodo piuttosto che rincorrere risultati immediati. Sono pratiche che allenano attenzione e durata piuttosto che reazioni spettacolari.
Questa forma di resistenza mentale ha limiti?
Sì. Può nascondere una scarsa cultura del dialogo sulle ferite personali e portare alla soppressione di bisogni emotivi. Non tutte le ferite si risolvono con la pratica quotidiana. Alcune richiedono riconoscimento e ascolto. La difficolt sta nell equilibrio tra praticit e cura emotiva.
Si possono recuperare questi strumenti oggi?
Credo di s. Osservare come certe generazioni affrontavano il problema senza mitizzarle e senza copiarle pedissequamente permette di trarre insegnamenti concreti. Piccoli cambiamenti nella gestione del tempo e nella scelta delle priorita possono restituire parte di quella capacit di resistere senza spettacolarizzare la sofferenza.