Negli ultimi anni ho visto crescere una scena sempre più familiare nelle piazze delle città italiane e nei quartieri: persone con i capelli argento che ritornano al lavoro con pacchetti di stoffa o sacchetti di pane come se nulla fosse cambiato. Non è nostalgia. È un fenomeno strutturale. Questo articolo cerca di spiegare perché i cumulanti cioè chi riceve la pensione e continua a lavorare stanno aumentando e cosa questa tendenza racconta del costo della vita nel Paese.
Un dato che cambia la narrazione
La statistica più banale ma più pericolosa è la semplificazione. Sentiamo spesso dire che i pensionati lavorano per scelta. E in parte è vero: molti trovano nella seconda o terza età un tempo per realizzare progetti rimandati. Tuttavia i numeri mostrano una realtà più complessa. Le ricerche europee segnalano che il piacere del lavoro è una motivazione importante ma non esclusiva. Il rapporto OECD Employment Outlook 2025 rileva che tra coloro che combinano pensione e lavoro “il motivo principale in media era il godimento del lavoro e la voglia di essere produttivi seguito dalle ragioni finanziarie”. Questo non è un orpello accademico: è una lente per guardare il mercato reale.
Andrew Aitken Senior Economist OECD Employment Outlook 2025 “Key motivations for continuing to work after receiving a pension include enjoyment of work and financial reasons”.
Non solo scelta: la somma di incentivi e necessità
La decisione di continuare a lavorare dopo la pensione nasce spesso dall’incrocio tra un meccanismo fiscale favorevole a certe categorie e una pensione insufficiente a sostenere alcune scelte di vita. Nel nostro Paese la distribuzione delle pensioni è disomogenea: per molti la pensione è ancora dignitosa, per altri è semplicemente un’aggiunta che non permette di coprire spese crescenti come affitti, spese sanitarie non completamente coperte e assistenza. Non uso termini astratti: conosco artigiani che sono usciti dal lavoro con una pensione che non corrisponde al loro tenore di vita passato e la soluzione è stata riprendere attività di consulenza o aprire una piccola bottega per integrare.
Il ruolo delle riforme e delle regole
Le riforme pensionistiche, le età legali e le penalizzazioni per il cumulo variano e spostano incentivi. In alcuni Paesi europei le regole permettono il cumulo senza perdere diritti contributivi. In altri, la burocrazia e i limiti rendono il reinserimento meno attraente. Per il cittadino medio tutto questo appare confuso: spesso la soluzione è il lavoro informale o part time. Il risultato è che vediamo più cumulanti nelle regioni dove la rete di protezione sociale è più sottile o dove i costi di vita locali sono impattanti.
Un effetto geografico e di classe
La distribuzione territoriale è netta: al Nord possiamo osservare più persone che continuano a lavorare per scelta legata a opportunità di microimprenditorialità; al Sud molti cumulanti tornano per necessità. Non è solo un dato economico è uno specchio sociale. Chi ha risparmi e una pensione integrativa può godersi attività non retribuite; chi non ha avuto accesso a quei percorsi spesso è costretto a vendere tempo e competenze sul mercato.
Il costo della vita come lente interpretativa
Dire che il costo della vita spinge i pensionati a lavorare è una semplificazione utile ma incompleta. Il vero punto è che il costo della vita interagisce con altre variabili: l’offerta di lavoro flessibile, la disciplina fiscale sul cumulo, la diffusione del lavoro autonomo e i rapporti familiari. Dove i prezzi crescono più rapidamente rispetto alle pensioni, il lavoro dopo la pensione smette di essere un hobby e diventa una strategia di sopravvivenza. Questo spiega anche perché alcuni settori come il commercio la cura domiciliare e l’artigianato vedono più anziani attivi: richiedono competenze relazionali difficili da automatizzare e offrono forme contrattuali flessibili.
Non tutto è tragedia né tutto è risorsa
Permettetemi una posizione non neutrale: applaudire la volontà di restare attivi senza interrogarsi sulle cause è ideologia. Eppure criminalizzare chi lavora dopo la pensione come sfruttamento è altrettanto semplicistico. Serve una normativa che riconosca i lavori di transizione e renda trasparente il rapporto tra pensione e retribuzione aggiuntiva. Serve, soprattutto, onestà intellettuale: il fenomeno racconta sia fragilità che opportunità.
Implicazioni pratiche per policy e imprese
Per le imprese gli anziani cumulanti sono una risorsa di esperienza ma richiedono riadattamenti: orari flessibili, riconoscimento delle competenze trasversali, formazione mirata. Per le istituzioni è urgente rivedere gli incentivi che penalizzano chi vuole integrare la pensione con un lavoro part time senza perdere diritti. Politiche che favoriscono il lavoro inclusivo degli over possono trasformare un problema di bilancio in un guadagno sociale se progettate con cura.
Una domanda che lascio aperta
Chi dovrebbe farsi carico della transizione tra lavoro e pensione lo Stato la famiglia o il mercato? La risposta non è univoca. Io propendo per un mix pubblico privato chiaramente ribilanciato a favore della protezione minima. Ma la discussione va fatta sui numeri e non sui miti.
Conseguenze per il futuro
Se la tendenza ai cumulanti continuerà vedremo una trasformazione del mercato del lavoro che non riguarda solo gli anziani. Cambieranno i percorsi di carriera le forme contrattuali e persino la percezione dell’età lavorativa. È una trasformazione lenta e spesso invisibile ma destinata a incidere sulla qualità della vita delle famiglie e sui conti pubblici.
Riflessioni finali
Il fenomeno dei cumulanti è un termometro. Indica dove il sistema pubblico non basta e dove il mercato prende il posto delle tutele. Non è un capriccio generazionale e neppure una soluzione magica. È un segnale che richiede risposte concrete politiche salariali adeguate e una visione di lungo periodo.
Tabella riepilogativa
| Tema | Interpretazione chiave |
|---|---|
| Aumento dei cumulanti | Combinazione di scelta personale e necessità economica |
| Ruolo del costo della vita | Moltiplica le differenze territoriali e di classe |
| Politiche | Serve riforma delle regole di cumulo e incentivi al lavoro flessibile |
| Imprese | Opportunità per valorizzare esperienza con adattamenti organizzativi |
FAQ
Perché sempre più pensionati continuano a lavorare?
Per motivi diversi. Alcuni lo fanno per piacere e autonomia personale altri per integrare una pensione insufficiente. La combinazione tra regole di cumulo favorevoli e necessità legate a costi crescenti spinge molte persone a tornare sul mercato del lavoro o a non andarsene mai del tutto.
Lavorare dopo la pensione indica povertà diffusa tra gli anziani?
Non necessariamente. Esistono pensionati benestanti che restano attivi per realizzazione personale e altri che lavorano per necessità. È importante distinguere i profili e non sovrapporre storie diverse sotto un’unica etichetta.
Quali settori accolgono più cumulanti?
I settori con lavori relazionali flessibili e con barriere tecnologiche basse tendono ad attrarre più cumulanti. Commercio cura domiciliare artigianato e consulenza sono esempi ricorrenti. La natura autonoma o part time di molte di queste attività facilita il reinserimento.
Le riforme pensionistiche influenzano il fenomeno?
Sì. Le regole sul cumulo le penalizzazioni per chi continua a lavorare e l’età di pensionamento sono tutte leve che incidono fortemente. Dove le regole premiano la combinazione di pensione e lavoro il fenomeno è più visibile.
Cosa possono fare le imprese?
Le imprese possono adattare orari offrire formazione riconoscere competenze e progettare posizioni che sfruttano l’esperienza senza sovraccaricare fisicamente i lavoratori più anziani. Più che paternalismo serve pragmatismo organizzativo.
È una tendenza che durerà?
Probabilmente sì ma in forme diverse. L’invecchiamento demografico l’evoluzione delle carriere e le scelte politiche determineranno come il fenomeno si strutturerà. Non è un destino immutabile ma una sfida di policy e di mercato.