Cinque piccole azioni che chi ha sessantanni fa ancora e le nuove generazioni non provano quasi mai

Non è nostalgia. È un confronto che punge quando stai seduto al bar e senti un signore con sessantanni ordinare il caffè con una sicurezza che non è solo abitudine ma metodo. Ho provato a mettere insieme cinque comportamenti apparentemente insignificanti che ho visto migliaia di volte tra le persone nate negli anni Sessanta e che oggi, tra i venti e i trentenni, sono quasi scomparsi. Non si tratta di elencare virtù morali o di fare la tessera a favore delle generazioni più vecchie. È altro. È pratica quotidiana trasformata in cura di sé e degli altri. E sì, alcune scelte non sono più praticabili oggi. Ma molte lo sarebbero se le volessimo davvero sperimentare.

1. Scrivere a mano una lista che non si butta

La carta ingiallita con la spesa scritta da un carattere che non è più il tuo è una reliquia viva. Persone nate negli anni Sessanta ancora scrivono liste a mano per quasi tutto. Non è una fissazione contro la tecnologia. È un modo per dare peso alle cose da fare. Ho visto liste che diventano promemoria familiari: il figlio le appende al frigo, la mamma le integra con una nota, la lista diventa memoria condivisa. La scrittura testimonia l’intenzione. Per i più giovani tutto diventa un’app, una notifica che si sbiadisce quando lo schermo si spegne.

Questo gesto sembra banale ma influisce su come si concentra l’attenzione. La lista scritta a mano è spesso più selettiva. Ti costringe a scegliere cosa merita la pena di essere segnato. Ed è curioso osservare che quella lista non è eliminata alla fine del giorno. Viene piegata e messa in un cassetto come se conservare il residuo di una giornata fosse parte del rituale di chiudere il tempo.

2. Telefonare senza aspettare risposta immediata

La chiamata per chiedere come stai, per ricordare un appuntamento, o semplicemente per dire che sei passato sotto casa è roba da persone che hanno fatto della pazienza una pratica. Non sto parlando di lunghe telefonate quotidiane. Mi riferisco al gesto di comporre un numero e lasciare un messaggio sincero. Nelle conversazioni con persone nate negli anni Sessanta ho notato una regola non scritta: si chiama quando si ha qualcosa di concreto da dire ma non perché si stia fuggendo dalla solitudine digitale.

Molti giovani evitano la telefonata perché temono l’immediato. Preferiscono scrivere messaggi brevi, emoji, note vocali che durano dieci secondi. La telefonata richiede presenza. Richiede il rischio dell’imprevisto, e questo a volte spaventa. Perché non siamo più abituati a restare nell’incertezza del tempo che passa mentre qualcuno risponde.

3. Riparare prima di sostituire

La tendenza a buttare e comprare nuovo è diventata un mantra economico e culturale. Chi ha sessantanni ha visto periodi in cui riparare era normale. La caldaia, una giacca, la radio del passato. Riparare non è solo economia domestica. È conoscere l’oggetto fino a poter decidere se vale la pena investire tempo. C’è un sapere pratico che si tramanda: fare il primo passo da sé, chiamare una persona che sappia, intervenire con pazienza prima di accettare la sostituzione.

Questo atteggiamento crea una piccola rete di competenze locali. Si cercano consigli, si scambia tempo. Non è un manifesto anti consumismo. È un modo di vedere il mondo che ritiene la cura di ciò che possiedi una forma di rispetto verso il materiale e verso chi ti aiuta a sistemarlo.

4. Colazione lunga ma non per Instagram

Non intendo dire che tutti i sessantenni mangino sempre cornetto e cappuccino per mezzora. Intendo dire che molti coltivano un primo pasto che non è pensato per essere fotografato. È un momento domestico, spesso condiviso, che funge da orientamento per la giornata. È meno spettacolo e più strategia. È un punto di appoggio emotivo che può essere breve ma stabile.

Il tema qui non è il cibo. È il modo in cui si proteggono gli attimi iniziali della giornata. Le generazioni più giovani trasformano la colazione in palcoscenico digitale o la consumano al volo tra notifiche e riunioni. Il risultato è una perdita di ritmo, non solo gastronomica.

“It is what we want and how we think about what we want that controls and regulates what we’re able to do.” Walter Mischel Psychologist former professor at Columbia University.

La citazione di Walter Mischel non è un certificato di moralità. È piuttosto un invito a ripensare il rapporto con il desiderio immediato e la pazienza. Se la generazione del digitale vive sotto la pressione continua dell’appagamento istantaneo, allora alcune abitudini dei sessantenni rappresentano semplici tecniche per rallentare l’urgenza.

5. Avere un orario che non si negozia

Questo è il più sottile e il più rivoluzionario dei comportamenti. Non parlo di rigidità da ufficio, ma di un senso del tempo che non è solo disponibilità perpetua. Persone nate negli anni Sessanta mantengono abitudini quotidiane precise. Uscire per la passeggiata delle sei, leggere il giornale a un’ora stabilita, chiamare una persona cara ogni domenica. Non è dogma. È conferma di un’architettura del tempo che protegge la vita privata dall’invasività tecnologica.

Per i nati dopo il 1990 quell’architettura spesso non esiste. Il lavoro entra e esce dalla vita con gli stessi strumenti con cui si intrattiene il tempo libero. Le conseguenze non sono tutte tangibili e immediate. Ma si avvertono: diminuzione della concentrazione, senso di dispersione, un rapporto con gli altri che è più atomizzato.

Qualcosa di personale

Non sono qui per idealizzare i sessantenni. Ho visto anche persone di quell’età che si sono adattate al nuovo mondo con incredibile facilità e altre che ne sono rimaste escluse. L’idea non è tornare indietro. È sperimentare. Ho provato alcune di queste azioni per mesi e la sensazione è stata strana e utile. Scrivere una lista a mano mi ha costretto a eliminare dall’agenda cose inutili. Telefoni senza emoji mi hanno costretto a formulare pensieri più chiari. Riparare una giacca mi ha fatto incontrare un artigiano del quartiere e ricostruire una piccola rete umana che non sapevo mi mancasse.

Una parte di questa riflessione rimane aperta. Alcune azioni potrebbero essere impossibili da recuperare per ragioni economiche o sociali. Altre potrebbero sembrare antiquate ma nascondono strumenti pratici di autonomia e cura. Non dico che bisogna diventare più vecchi per essere migliori. Dico che il valore sta nel testare gesti che educano a una misura diversa del tempo e dell’attenzione.

Tabella riassuntiva

Azione Cosa implica Suggerimento pratico
Scrivere liste a mano Selezione delle priorità e conservazione della memoria quotidiana Scegli tre elementi massimi per la lista giornaliera e conserva la pagina a fine settimana.
Telefonare con intenzione Presenza nella conversazione e rischio dell’imprevisto Chiama una persona ogni settimana senza inviare messaggi prima.
Riparare prima di sostituire Cura degli oggetti e mantenimento di competenze locali Prova una riparazione semplice o consulta un artigiano invece di comprare nuovo.
Colazione non spettacolare Protezione del ritmo giornaliero e orientamento emotivo Dedica dieci minuti a un primo pasto senza schermo.
Orari non negoziabili Struttura del tempo e confini tra lavoro e vita privata Stabilisci un piccolo rituale fisso per la giornata come uscire a piedi alle sette.

FAQ

Perché questi gesti sembrano funzionare per alcune persone e non per tutte?

Perché non sono formule magiche. Funzionano per chi li adatta al proprio contesto. Sono strumenti di attenzione che richiedono coerenza e tempo per mostrare effetto. L’efficacia dipende da come vengono integrati nella vita e dalle condizioni sociali e lavorative di ognuno.

Devo diventare rigido e vecchio per provarli?

Assolutamente no. È possibile sperimentare con leggerezza. Il punto è preservare funzioni utili alla qualità della vita. Puoi adattare la pratica di una lista scrivendo su un taccuino digitale o definendo finestre orarie per le telefonate. Il senso non è la forma ma lo scopo che sta dietro al gesto.

Potrei convincere amici più giovani a provarne qualcuna?

Sì ma non come imposizione. È più efficace mostrare il risultato personale. Raccontare un episodio concreto in cui una lista scritta a mano ti ha risparmiato tempo o come una riparazione ha creato una conoscenza locale. Le storie personali sono spesso più contagiose delle regole.

Quanto tempo serve per vedere benefici reali?

Dipende dall’abitudine. Alcuni cambiamenti percepibili possono arrivare in poche settimane. Altri richiedono mesi. Il punto è la costanza e la flessibilità individuare cosa funziona e cosa no e non pretendere risultati immediati come se fosse un programma di rendimento istantaneo.

Queste azioni possono applicarsi anche in città molto veloci come Milano o Roma?

Sì. Molte persone che praticano questi gesti vivono nelle grandi città. L’adattamento richiede solo scelte minime come trovare un bar dove fare colazione senza schermo o scegliere un orario preciso per una passeggiata. Spesso bastano micro decisioni per creare un diverso equilibrio quotidiano.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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