Quando parlo con amici nati fra il 1950 e il 1975, noto sempre la stessa miscela di calma pratica e sicurezza che non ascolti spesso nei ventenni di oggi. Non è solo nostalgia. Cè qualcosa di profondo nel modo in cui quelle generazioni sono state educate che ha creato autostima di lungo periodo più solida della moda del giorno. In questo pezzo provo a spiegare perché essere cresciuti negli anni 60 e 70 ha formato una fiducia in sé diversa e spesso duratura. Non è un inno al passato. È una mappa per capire meccanismi psicologici e sociali che oggi potremmo recuperare.
La fiducia che non si compra al supermercato
La prima cosa da dire è semplice e un po scomoda: molti bambini di quegli anni imparavano a farcela con risorse limitate. Il contesto economico e culturale non offriva la serie infinita di scorciatoie moderne. Questo forgiava una competenza pratica che poi diventava fiducia. Non si trattava di dotarsi di un mantra motivazionale ma di accumulare esperienze di soluzione reale. Fare una strada a piedi per andare a scuola da soli, riparare qualcosa in garage, negoziare per un permesso a casa. Piccoli fallimenti e piccole riparazioni quotidiane. Col tempo questi atti sommati diventavano un sentire interiore che diceva vedo il problema lo affronto e spesso lo risolvo.
La ripetizione come palestra dell io
Ripetere un comportamento non erotizza la sicurezza, la struttura. Quando un ragazzo di allora imparava a resistere alla frustrazione di un attesa o al disagio di una correzione in famiglia, il suo cervello imparava una lezione pratica: l ansia passa e la competenza resta. Questo è diverso dall ottenere lodi continue che alimentano autostima precaria. Qui la stima nasce dalla prova. A me pare che oggi si confonda spesso autostima con approvazione esterna. Per chi è cresciuto nei 60 e 70 la misura era interna, spesso brutta ma efficace.
Relazioni in carne e ossa che allenavano il coraggio
Un altro elemento che non va sottovalutato è il confronto faccia a faccia. Prima dell era digitale le relazioni richiedevano presenza, gesti, profili vocali. Se volevi chiedere qualcosa a un amico dovevi andare a bussare alla sua porta o aspettare il momento in cui passava dal bar. Il rischio sociale era concreto e questo allenava capacità emotive. Oggi possiamo evitare imbarazzi con un messaggio e la macchina dell evasione ci protegge. Allora si imparava a sostenere il proprio corpo nervoso davanti a un altro essere umano e questo, di fatto, costruiva autocontrollo e fiducia.
Grit is a common denominator of high achievers across very different fields. I have been wondering since I started studying grit how could you help a young person develop more passion and perseverance for long term goals. Angela Duckworth Professor of Psychology University of Pennsylvania.
La frase di Angela Duckworth ci ricorda una cosa importante. La perseveranza e la capacità di resistere non nascono dal nulla. Crescere in contesti con compiti concreti e aspettative realistiche alimenta quel tipo di carattere. Non dico che il passato fosse perfetto. Dico che in alcuni aspetti ha funzionato per creare strumenti psicologici utili.
Autonomia forzata e vantaggi paradossali
Molti genitori di quegli anni concedevano libertà che oggi definiremmo imprudente: lasciare i figli a giocare in strada, mandarli a fare la spesa da soli, lasciare compiti senza supervisione. Quella autonomia forzata — per motivi economici, di fiducia sociale o abitudine culturale — ha allenato responsabilità e capacità decisionali già in giovane età. Non è un elogio della trascuratezza. È un riconoscimento che il mettere il ragazzo nella situazione di doversi arrangiare spesso produce competenze che la protezione estrema non dà.
I limiti che non vanno dimenticati
Non voglio idealizzare. L approccio degli anni 60 e 70 portava anche a problemi: incapacità di chiedere aiuto, repressione emotiva, vergogna che si trasforma in silenzio. La stessa forza che costruiva fiducia poteva nascere dalla necessità di non pesare, dal senso che mostrare vulnerabilità era pericoloso. Per molte persone questo si traduce in resistenza a curarsi o a esprimere bisogni reali. La lezione utile è selettiva: prendiamo la capacità di tollerare il disagio senza portarne con noi il prezzo della solitudine emotiva.
Un ingrediente sociale spesso trascurato
Dal punto di vista sociologico, le comunità locali e i legami visibili erano più forti. Quel tessuto dava ai giovani riferimenti e regole non scritte. La fiducia in sé si costruiva anche come riconoscimento sociale: saper svolgere un compito ti restituiva status nel gruppo. Questo elemento comunitario è spesso sottovalutato nelle analisi psicologiche individualiste contemporanee. Non possiamo replicare tutto del passato, ma possiamo ripensare come ricreare tessuti di responsabilità condivisa che non siano soltanto nostalgici.
Perché questa storia conta oggi
Viviamo in un mondo che offre molte più opzioni ma anche più fragilità performativa. Se la fiducia costruita negli anni 60 e 70 nasceva da prove ripetute e da rischi concreti, la domanda utile per oggi è: come ricreare esperienze concrete di padronanza senza tornare a modelli insani? La risposta non è banale. Ma alcuni principi emergono in modo chiaro: responsabilità incrementale, feedback reale e relazioni di supporto non sostitutive. Sono piccoli strumenti pratici, né nostalgici né tecnocratici.
La pratica vale più del principio
Ti racconto una cosa personale. Mio zio, cresciuto in quel periodo, non ha mai usato la parola resilienza. Ma quando la macchina si rompeva lui saliva nel cofano e la rimetteva in funzione. Non era eroismo. Era routine. Questa routine ha un valore pedagogico concreto: insegnava che la competenza si costruisce con la ripetizione e non con il convincersi di essere bravo. È una differenza sottile ma decisiva.
Conclusione aperta
Non tutte le persone cresciute in quegli anni si sentono più sicure. La storia individuale conta. Ma la narrativa collettiva suggerisce che alcuni elementi strutturali del passato costruivano risorse psicologiche utili nel tempo. Non consiglio di copiare tutto. Propongo di ascoltare, imparare, riadattare. Un pezzo di fiducia dura non nasce da slogan ma da pratiche ripetute messe in relazione con altri esseri umani.
| Idea chiave | Perché conta | Come provare oggi |
|---|---|---|
| Autonomia concreta | Forma responsabilità e capacità decisionali | Affidare piccoli compiti senza microgestione |
| Confronto faccia a faccia | Allena lettura emotiva e controllo sociale | Praticare dialoghi lunghi senza distrazioni digitali |
| Ripetizione di compiti pratici | Costruisce competenza tangibile | Imparare un mestiere o hobby con pratica regolare |
| Supporto comunitario | Rinforza riconoscimento esterno e fiducia interna | Partecipare a gruppi locali con responsabilità condivise |
FAQ
Perché molte persone nate negli anni 60 e 70 appaiono così tranquille?
La tranquillità spesso deriva da una combinazione di esperienza pratica e abitudine a confrontarsi con difficoltà non mediate. Essere abituati a risolvere problemi concreti crea una base solida. Questo non significa che siano immuni a ansia o tristezza. Significa piuttosto che hanno spesso strumenti comportamentali per agire prima di farsi sopraffare.
Questa fiducia è trasferibile alle generazioni più giovani?
Sì ma non automaticamente. Le pratiche che costruiscono fiducia sono trasferibili se adattate al contesto moderno. Dare responsabilità graduali, favorire esperienze reali e coltivare relazioni non digitali sono strade praticabili. Non si tratta di imporre rischi inutili ma di offrire occasioni reali di padronanza.
Ci sono aspetti negativi di quell educazione che dovremmo evitare?
Assolutamente. L accettazione sociale del non chiedere aiuto e la tendenza a minimizzare il disagio emotivo non sono salutari. Va riconosciuto che alcuni modelli di quel tempo hanno prodotto silenzi dannosi. Il buon patrimonio di quegli anni va separato dai suoi costi emotivi e tradotto in pratiche che includono cura e condivisione.
Come riconosco se la mia fiducia è solida o fragile?
Una fiducia solida si manifesta nella capacità di affrontare compiti senza bisogno continuo di conferme esterne e nel saper chiedere aiuto quando serve. Una fiducia fragile cerca costante approvazione e si sgretola davanti alla prima critica. La soluzione pratica è allenare competenze concrete e il dialogo aperto su difficoltà e limiti.
Vale la pena idealizzare quegli anni per ricostruire fiducia oggi?
No. Idealizzare è pericoloso. Ma osservare pratiche efficaci e reinterpretarle per il presente è utile. Prendere il buono e aggiungere la consapevolezza emotiva che prima mancava è la strada più produttiva.