Cosa ha fatto al cervello dei nati tra gli anni 60 e 70 crescere senza elogi continui

Sono cresciuto ascoltando osservazioni asciutte sul rendimento scolastico e pochi complimenti a comando. Non era raro che un professore scrivesse “potrebbe impegnarsi di più” e che questa frase rimanesse senza eco emotiva a casa. Quel modo di crescere — tipico di molte famiglie e scuole degli anni 60 e 70 — ha lasciato tracce comportamentali e forse anche neurali. Questa non è una difesa romantica delle punizioni o una condanna inflessibile dei genitori del passato. È un tentativo di leggere con onestà cosa succede quando lodi e conferme non sono la moneta corrente dell’infanzia.

Un imprinting di discrezione emotiva

I figli nati negli anni 60 e 70 imparavano a misurare le proprie azioni con standard esterni piuttosto che con un flusso costante di approvazione. In pratica questo produceva due cose: un’abitudine a regolare le emozioni senza ricorrere immediatamente a conferme altrui e una curiosa attitudine a nascondere la fragilità. Non parlo di un eroismo etereo. Parlo di persone che hanno sviluppato una soglia di autovalutazione meno dipendente dal feedback in tempo reale.

La pazienza come abilità cognitiva

Quando lodi raramente arriva, si impara a tollerare l’incertezza. Questo non è un tratto passeggero ma una forma di allenamento mentale. La mente, privata di ricompense continue, tende a tessere strategie interne per valutare il valore delle proprie azioni. Nei contesti moderni questo si traduce in una maggiore capacità di procrastinare decisioni emotive e nel saper aspettare risultati concreti invece della gratificazione istantanea.

Resilienza o stoicismo mal compreso?

Molti commentatori celebrano la “resilienza” delle generazioni nate negli anni 60 e 70. Io guardo alla cosa con sospetto: ciò che alcuni chiamano resilienza altre persone lo vedono come rimozione o come incapacità a chiedere aiuto. La realtà è ambigua. Avere meno elogi rende meno probabile che una persona cerchi conferme esterne ma più probabile che impari a camuffare il bisogno.

“Children need praise. We all do.” Kenneth Barish PhD Clinical Expert Child Mind Institute.

La citazione di Kenneth Barish ricorda una verità semplice e spesso dimenticata. Anche chi veniva cresciuto senza lodi continue non era immunizzato dal desiderio di sentirsi visto. Quel desiderio però si è piegato in forme meno riconoscibili: silenzi che mascherano aspettative, ironia come scudo, autoironia come sopravvivenza.

Lavoro, carriera e feedback

Nel mondo del lavoro i nati negli anni 60 e 70 spesso si trovano a navigare feedback continui in modo claudicante. Non perché non sappiano recepire una critica, ma perché il loro linguaggio emotivo non è tarato su richieste di approvazione frequenti. Potrebbero apparire indifferenti quando in realtà stanno valutando il senso a lungo termine di quel feedback. In un ambiente che premia retroazione costante questo atteggiamento può essere scambiato per freddezza o lentezza.

Connessioni neurali e genesi di abitudini

La ricerca sugli effetti a lungo termine di stili di caregiving mostra pattern interessanti. Non dico che la scarsa lode crei danni irrevocabili, ma indica che le reti di ricompensa e la regolazione emotiva si modellano in risposta alla prevedibilità del rinforzo sociale. Se la conferma è rara, il cervello costruisce strategie alternative: attribuisce valore a segnali più sottili, sviluppa schemi di autovalutazione più complessi.

Un dettaglio spesso trascurato è la differenza tra lode sincera e lode rituale. La seconda, quando frequentissima, impoverisce il segnale e può creare dipendenza da approvazione. La prima, anche se occasionale, resta potente e forma il motivo per cui molte persone degli anni 60 e 70 ricordano poche parole di elogio come eventi significativi e non come rumore di fondo.

Il rovescio della medaglia dell indipendenza

Essere abituati a far conto su se stessi può sembrare un vantaggio. Ma paga un prezzo: minore abilità a esprimere vulnerabilità in pubblico e maggior difficoltà a riconoscere la propria solitudine emotiva. Alcuni si trasformano in mentori pazienti, altri in critici interni inflessibili. Questa varietà dimostra che non c’è una sola traiettoria genetica o sociale. Ci sono molte risposte possibili allo stesso ambiente emotivo.

Perché la questione è ancora viva oggi

Il dibattito sull’eccesso di elogi o sulla loro scarsità non è nuovo, ma si è caricato di simboli. Da un lato la cultura della stima di sé degli anni 80 e 90; dall’altro la stoicità dei decenni precedenti. Nessuno schema è perfetto e il punto cruciale è che le cicatrici emotive non sono sempre visibili. La generazione che non ha ricevuto lodi costanti ha fornito alla società figure affidabili e spesso inflessibili nel giudizio. Questo ha valore e limiti nello stesso tempo.

“We need to see what is inherently valuable in them.” Richard Weissbourd Senior Lecturer Harvard Graduate School of Education.

La frase di Weissbourd ci invita a spostare il focus: non eliminare la lode ma renderla significativa. È un suggerimento che cambia poco per chi è già adulto, ma che ci impone di guardare ai circuiti sociali che formiamo oggi per i ragazzi di domani.

Riflessioni conclusive non definitive

Non propongo una diagnosi definitiva. Preferisco piuttosto alcune osservazioni personali: quando ho parlato con persone nate in quel periodo, ho trovato in molte storie una resistenza all’esibizione che non è sempre elegante. È discreta, a volte stanca. Sa fare cose complicate ma spesso non sa chiedere dove le manca un pezzo. Questo non è né eroismo né debolezza. È un modo di essere risultato da scelte culturali e pratiche educative specifiche.

Alla fine, la questione resta aperta. Ci vuole più rigore per tracciare mappe neurali precise ma c’è già abbastanza per dire che il rapporto tra lodi e sviluppo emotivo è complesso e stratificato. Se cercate una risposta netta, non ce l’ho. Ho invece una proposta: guardare le esperienze individuali senza farne ideologia.

Tabella riassuntiva delle idee chiave

Tema Effetto osservato
Scarsità di elogi Maggior autocontrollo emotivo e soglia di autovalutazione più alta.
Resilienza Presenza di adattamenti utili ma anche tendenza a nascondere bisogni.
Feedback sul lavoro Ricezione lenta ma riflessiva del feedback continuo moderno.
Reti neurali Adattamento delle reti di ricompensa a segnali sociali meno frequenti.
Lode significativa Pochi ma autentici elogi lasciano tracce più forti della lode rituale.

FAQ

1. Crescere senza elogi trasforma per sempre il cervello?

Non esistono prove che un singolo stile educativo imprima cambiamenti irrevocabili. I circuiti cerebrali sono plastici e soggetti a influenze multiple durante la vita. Detto ciò, gli schemi di relazione precoci creano abitudini emotive che possono perdurare. Molte persone mostrano adattamenti duraturi ma non inevitabili. La traiettoria dipende dalle successive esperienze personali e sociali.

2. È meglio oggi lodare più spesso i bambini?

La risposta non è binaria. La ricerca indica che la qualità della lode conta più della quantità. Elogi sinceri e specifici tendono a essere utili. Elogi generici e inflazionati rischiano di creare dipendenza da approvazione. Insomma la misura e l’autenticità contano molto.

3. Le persone cresciute senza lodi sono meno empatiche?

Non necessariamente. Molte di queste persone sviluppano capacità empatiche diverse, spesso più discrete. Alcune esprimono empatia in azioni concrete più che in parole. Altri possono mostrare distacco emotivo che somiglia a insensibilità ma che in realtà è un modo di proteggersi.

4. Ci sono vantaggi pratici nel non aver ricevuto elogi continui?

Sì. Tra i vantaggi riscontrati ci sono maggiore tolleranza delle frustrazioni, attitudine alla pazienza e meno bisogno di rinforzo esterno per agire. Questi tratti possono risultare utili in situazioni che richiedono resistenza a breve termine e visione a lungo termine.

5. Come si concilia questa eredità con le nuove pratiche educative?

La convivenza è possibile. Le pratiche moderne possono integrare lodi sincere senza cancellare la capacità di gestire la difficoltà. Serve equilibrio e consapevolezza storica. Non tutte le soluzioni attuali cancellano i punti di forza delle generazioni precedenti.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

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