La generazione degli anni 70 ha una specie di non detto pratico: la pazienza non è qualcosa che si studia a scuola ma un’abitudine coltivata tra code al supermercato, appuntamenti dal meccanico e serate fredde in cui si attendeva una chiamata che magari non sarebbe mai arrivata. In questo pezzo provo a ricostruire quell’alfabeto implicito della pazienza che è sopravvissuto a decenni di urgenze digitali. Non è un elogio nostalgico acritico. È piuttosto l’osservazione di come certe pratiche quotidiane abbiano creato nervi diversi, magari più lenti, ma spesso più resistenti.
La pazienza come artigianato quotidiano
Se oggi tutto sembra possibile con un tap o una ricerca, chi è nato nei Settanta sa bene che molte cose richiedevano tempo non perché qualcuno volesse punire, ma perché il tempo era il medium attraverso cui si costruivano competenze e relazioni. Riparare una radio, aspettare la copia di una fotografia, leggere una lettera: atti banali che insegnavano, senza proclami teorici, a tollerare l’intervallo tra desiderio e risultato.
Non era rassegnazione. Era pratica.
Parlo di pratica perché preferisco un verbo che implica azione. La pazienza di quella generazione non era inerzia passiva. Piuttosto era un esercizio ripetuto: si imparava a spostare l’attenzione, a progettare intorno all’incertezza, a fare microprogrammi mentali per gestire attese lunghe. Oggi chi ha molta fretta cerca scorciatoie tecnologiche; allora invece si sapeva che la scorciatoia spesso era scomoda o inesistente, perciò si rimediava con altro.
“The idea that your child is doomed if she chooses not to wait for her marshmallows is really a serious misinterpretation.”
Walter Mischel Professor of Psychology Columbia University.
Questa riflessione dello psicologo Walter Mischel ci ricorda che la capacità di aspettare non è un destino immutabile. Io credo che la generazione degli anni 70 abbia incarnato le condizioni nelle quali certe strategie di attesa si sviluppavano spontaneamente: non era tanto la moralità dell’attendere quanto l’esercizio di trasformare un ostacolo in occasione.
Come l’assenza di urgenza forzata ha formato abitudini diverse
Mi capita spesso di osservare giovani con mille strumenti e pochissima disponibilità ad aspettare. La generazione dei Settanta non era immune all’impazienza, ma aveva modalità di sopravvivenza che funzionavano: tollerare frustrazioni immediate, ritagliare spazi di attesa creativi, sfruttare interstizi temporali per pensare. Cose che oggi tendiamo a delegare ai dispositivi.
Strategie pratiche, non teorie
Non intendo dire che fossero santi del ritardo. Dico che imparavano strategie semplici: spegnere la radio quando il messaggio era cattivo, trasformare la lunga attesa in un lavoro parallelo, riposizionare le priorità. Queste tecniche sono più vicine all’artigianato mentale che a una lezione di psicologia.
La pazienza come selezione delle priorità
Un tratto che spesso sottovalutiamo è la capacità di scegliere a cosa dare tempo. L’atto di aspettare non è neutro: si decide cosa merita attesa. La generazione degli anni 70, compressa tra ideali e necessità concrete, ha imparato a dedurre valore dal fatto stesso che si fosse disposti a sopportare un ritardo. Il valore diventava segnale: se aspetto è perché conta. Questa è una logica che oggi si perde quando tutto è immediato e tutto è scontato.
“Grit is passion and perseverance for very long term goals. Grit is having stamina.”
Dr Angela Lee Duckworth Psychologist University of Pennsylvania.
La citazione di Angela Duckworth ci connette a un’altra variabile: non è solo aspettare, ma mantenere tenacia verso qualcosa che richiede tempo. La differenza tra pazienza passiva e pazienza con scopo è fondamentale. I miei genitori anni Settanta non la chiamavano grit né la teorizzavano; la praticavano e basta.
Perché alcune lezioni degli anni 70 sono utili oggi
Non credo che tutto del passato vada accolto acriticamente. Però ci sono tecniche mentali che funzionano ancora: accettare la lentezza come strumento di verifica, imparare a spezzare i grandi attesi in micro-obiettivi, coltivare una certa distanza emotiva dalle prime pulsioni. Queste sono abilità che si possono recuperare. Non come esercizio nostalgico, piuttosto come allenamento funzionale contro l’ansia della risposta istantanea.
Una proposta pratica e non dogmatica
Non propongo regole universali. Propongo di sperimentare: mettere un timer di attesa breve per certe decisioni, rinviare un acquisto non per principio ma come test, osservare cosa succede alle emozioni quando si abbraccia il vuoto di un intervallo. La pazienza così esercitata smette di essere una virtù vaghissima e diventa strumento di lavoro mentale.
La generazione degli anni 70 ha anche dei difetti
Non è tutto roseo. Certe attitudini si mischiavano a scarso adattamento ai cambiamenti rapidi, a rigidità quando serviva flessibilità. Ho visto amici che attendevano troppo a lungo ricadere in decisioni mancanti. Quindi non difendo un modello in blocco. Dico solo che dentro quella lentezza ci sono risorse pensando a come oggi potremmo integrare il meglio delle due epoche.
Conclusione aperta
Chi è nato negli anni 70 non ha ricevuto un manuale di pazienza. Ha ereditato pratiche, forma mentis e condizioni materiali che hanno reso la capacità di aspettare un talento praticato, non solo teorizzato. Il mio invito è a osservare e provare. Non tutto tornerà utile, ma certe tecniche resistono perché lavorano sul modo in cui la mente rappresenta l’oggetto della sua attesa. E questo è qualcosa che non muore con le mode.
Tabella riassuntiva
| Idea chiave | Descrizione |
|---|---|
| Pazienza come pratica | Si impara nella quotidianità attraverso azioni ripetute e non per insegnamento formale. |
| Strategie d attenzione | Spostare il focus, creare microattività per gestire l attesa. |
| Selezione delle priorità | Decidere cosa merita attesa è un atto di valore più che di sacrificio. |
| Pazienza con scopo | Attendere diventa produttivo se collegato a un obiettivo di lungo periodo. |
| Dose critica | Troppa attesa può paralizzare. Serve equilibrio e sperimentazione. |
FAQ
1. La pazienza degli anni 70 è trasferibile ai giovani di oggi?
Sì ma non in modo meccanico. Alcune tecniche mentali sono trasferibili: spezzare attese, trovare attività analoghe per distrarre la mente, scegliere con cura a cosa dare tempo. Occorre però adattare i metodi ai contesti moderni. La sfida è coniugare velocità digitale e profondità mentale, non rifiutare la tecnologia a priori.
2. Qual è la differenza tra pazienza e rassegnazione?
Pazienza implica scelta e strategia. Rassegnazione è passività. La generazione degli anni 70 tendeva a praticare la prima attraverso operazioni concrete: aggiustare, aspettare, tornare all opera. Rassegnazione nasce quando l attesa non ha scopo o quando manca la capacità di intervenire sul corso degli eventi.
3. Come misurare se un attesa è utile o dannosa?
Chiedetevi se l attesa incrementa le informazioni utili per decidere o se semplicemente ritarda una scelta senza valore aggiunto. Se l’attesa produce dati utili o rafforza capacità pratiche allora è probabilmente utile. Se è solo evitamento, allora è dannosa. È una valutazione pratica più che morale.
4. Le tecnologie moderne hanno ucciso la pazienza?
Non l hanno uccisa ma l hanno riorganizzata. Alcuni spazi di attesa sono spariti, altri sono diventati digitali. La sfida è non confondere la riduzione del tempo con l eliminazione del valore che il tempo produce. Possiamo usare la tecnologia per creare intervalli significativi oppure per riempirli con rumore. La scelta è nostra.
5. Esistono esercizi pratici per coltivare la pazienza oggi?
Sperimentare con microattese intenzionali è utile. Ad esempio rimandare una risposta veloce per un certo lasso di tempo per raccogliere più dati, o trasformare il tempo di attesa in attività produttive o riflessive. Non è una ricetta universale ma un insieme di prove da adattare alla propria vita.