Gestire le emozioni non è sopprimerle è il modo in cui si prendono decisioni migliori

Molti confondono il controllo emotivo con la faccia di cera. Ho visto gente applaudire chi trattiene un pianto come se fosse prova di forza. Non è così. Gestire le emozioni non è sopprimerle è una pratica decisiva per scegliere meglio. Questo pezzo non è una difesa del sentimentalismo né una lezione di freddezza calcolata. È una provocazione pratica: le emozioni sono informazioni e saperle usare cambia la qualità delle nostre scelte.

Perché la soppressione inganna

Ho lavorato per anni con colleghi che confondevano compostezza e controllo. La soppressione è spesso vista come disciplina sociale. Funziona per uno spettacolo, per una cena elegante, per non scatenare una lite in pubblico. Ma quella stessa capacità di taccio e vado avanti ha un prezzo nascosto. La ricerca scientifica lo mostra con chiarezza da tempo e la mia esperienza sul campo l ha reso viscerale: quando nascondiamo un’emozione ci dimentichiamo pezzi della storia che ci servirebbero per decidere. Non perdiamo solo l’espressione facciale. Perdiamo memoria, segnali fisiologici che orientano il giudizio e spesso la capacità di prevedere come ci sentiremo dopo una scelta.

Un paradosso sociale

Nella cultura italiana la compostezza ha spesso valore morale. Ma questo valore si guadagna a volte a scapito della lucidità. Se negli affari o nelle relazioni contiamo gli effetti futuri delle nostre decisioni, eliminare il dato emotivo significa prendere decisioni con meno informazioni.

“Reappraisal decreases emotion experience and behavioral expression, and has no impact on memory. By contrast, suppression decreases behavioral expression, but fails to decrease emotion experience, and actually impairs memory.” James J. Gross Professor of Psychology Stanford University.

Gestire non significa anestetizzare

Qui si apre una distinzione che pochi articoli trattano davvero: gestire le emozioni non è abbassare il volume interno fino a non sentirle più. È scegliere quale attitudine mentale usare per integrare quell impulso in una decisione ponderata. Penso alle email che qualcuno invia da arrabbiato e poi cancella solo perché ha saputo trattenersi. Trattenersi ha salvato relazioni ma spesso ha anche cancellato opportunità di confronti necessari. Gestire vuol dire trasformare la carica emotiva in informazione pratica.

Due mosse che non appaiono nelle guide rapide

Prima mossa. Nominalizzare l’emozione. Dire il nome di quello che provi non è un atto poetico ma un gesto di catalogazione cognitiva che riduce l’overload e permette una lettura più fine del problema. Seconda mossa. Scomporre l’emozione in tracce operative. Che cosa mi spinge proprio ora a reagire? È paura di perdere qualcosa o rabbia per un torto reale? Capire la radice cambia la strategia di risposta.

Emotion as data Non sentimenti come errore

Questa è una posizione non neutra: considero l’emozione una forma di dato esperienziale. Non dico che sia sempre corretta. Dico che è utile. Gli stati emotivi nascondono storie di ricordi, di anticipazioni corporee, di investimenti sociali. Ignorarli significa delegare intere porzioni di conoscenza a un ruolo passivo. Per questo la gestione emozionale diventa una competenza decisionale.

“Emotions bring the body into the loop of reason.” Antonio R. Damasio Professor of Neuroscience University of Southern California.

Decisioni migliori come risultato

Quando si impara a integrare emozioni e ragionamento succede qualcosa di semplice e potente. Le decisioni diventano più rapide quando si eliminano gli scarti inutili e più accurate perché includono segnali che altrimenti sarebbero silenziati. Non è controllo nel senso del comando assoluto. È un addestramento del tattile interno per riconoscere quali emozioni meritano peso e quali vanno rimodulate.

Strumenti concreti e anti ovvietà

Non userò la solita lista di esercizi. Voglio piuttosto offrire frammenti pratici che ho visto funzionare in contesti veri. Il primo è la regola del minuto. Se una reazione emotiva è molto intensa lasciare passare sessanta secondi prima di frenare l azione. Non per ignorare ma per scomporre. Il secondo è la doppia domanda. Dopo l impulso chiedersi due cose in sequenza: che cosa mi sta dicendo questa emozione e che rischio concreto esiste se agisco così adesso. La terza è l esperimento di piccola scala. Se vuoi sapere che succede chiedi poco e osserva, invece di assumere e generalizzare.

Perché questi strumenti non sono banali

Perché costringono a un esercizio di traduzione. Le emozioni non sono frasi complete. Sono annotazioni apposte su decisioni diverse. Chi riesce a leggere quelle annotazioni con metodo colleziona vantaggi decisionali che gli altri percepiscono come intangibili. Non è empatia da manuale. È abilità tecnica con effetto strategico.

Quando l’emozione tradisce

Non sto dicendo che l’emozione sia sempre affidabile. Alcune emozioni sono distorsioni dovute alla stanchezza, all alcool, a traumi passati che chiamano fuori contesti non pertinenti. In quei casi la gestione è selezione severa. Evitare di decidere in stato emotivo alterato non è fuga. È profilassi. Ma anche qui la scelta di non decidere è una decisione che si prende riconoscendo il valore dell’informazione emotiva e la sua condizione di affidabilità.

Conclusione aperta

Gestire le emozioni non è mettere un lucchetto ai sentimenti. È riconoscere che le emozioni sono componenti dell ambiente decisionale. Prenderle in considerazione non ci rende più vulnerabili. Ci rende più rapidi e, spesso, più giusti. E non aspettatevi che questo procedimento sia sempre lineare. A volte fallisce, e va bene. Il punto è che fallisce meno se sappiamo cosa stiamo facendo quando rispondiamo e quando scegliamo di aspettare.

Tabella riepilogativa

Idea chiave Cosa significa
La soppressione è costosa Riduce l espressione ma peggiora memoria e segnali fisiologici utili.
Gestire è trasformare Trasforma impulso emotivo in informazione utile per la scelta.
Strumenti pratici Regola del minuto doppia domanda e esperimento di piccola scala.
Quando non decidere Se l emozione è distorsiva evitare decisioni permanenti.

FAQ

1. Come distinguere tra gestire e sopprimere in una situazione reale?

La distinzione è nella funzione. Se la tua azione riduce solo l espressione esterna senza modificare l impatto interno sei in modalità soppressione. Se invece trasformi l impulso in un dato che guida la scelta stai gestendo. Un test pratico è osservare che cosa ricordi un’ora dopo. Se hai cancellato dettagli emotivi probabilmente hai soppresso. Se hai trasformato la sensazione in motivazione o prospettiva allora hai gestito.

2. Posso allenarmi a gestire le emozioni senza diventare freddo?

Sì. L allenamento non mira a togliere calore umano ma a migliorare la qualità dell intervento emotivo. Allenarsi significa aumentare la finestra temporale in cui trasformare l impulso in informazione e scegliere l azione migliore. Molte persone diventano più sensibili, non più distaccate, quando imparano a gestire.

3. Qual è l errore più comune quando si prova a integrare emozione e ragione?

L errore più frequente è trattare l emozione come un fastidio da eliminare o come una molla istantanea da premere. Entrambe le vie portano a soluzioni peggiori. La via giusta è quella della traduzione graduale: dare nome capire la fonte e testare una risposta piccola prima di generalizzare.

4. Come comportarsi se l emozione deriva da un trauma passato?

Quando un impulso emotivo è alimentato da un trauma la gestione richiede cautela e spesso supporto esterno. In questi casi la gestione significa prima creare sicurezza e poi procedere con cautela nella valutazione delle scelte. Non è un processo rapido ma la sua solidità rende le decisioni successive più stabili.

5. Cosa rischio se non imparo a gestire le emozioni?

Il rischio non è solo personale. Si traduce in scelte affrettate rapporti deteriorati scarsa memoria degli eventi e opportunità mancate. Sul lungo termine la perdita è strategica perché le emozioni non gestite accumulano bias che distorcono interi cicli decisionali.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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