Labilitá e Tenacia Il talento emotivo che la generazione dei 70 ha imparato senza terapia

La generazione cresciuta negli anni 70 porta con sé un talento emotivo che i manuali di self help non sanno spiegare del tutto. Non è solo resistenza o stoicismo. È un modo di abitare l’incertezza che si costruisce in cucine piene di radio, in file alla posta, in viaggi fatti con mappe di carta. In questo pezzo provo a mettere in parole quel mestiere interiore che molti di loro svilupparono senza etichette cliniche e che oggi appare più utile di qualsiasi slogan motivazionale.

Un apprendimento emozionale non verbale

Se guardi chi è nato tra la fine dei 40 e i primi anni 60 trovi spesso reazioni emotionale meno urlate e più durevoli. Non dico migliori. Dico diverse. Diversità che nasceva dal fatto che pochi parlavano di emozioni in termini psicologici e molti le vivevano sul campo. Le discussioni si risolvevano tra stanze e cortili. I fallimenti restavano nella carne e non in una storia da condividere sui social. Quel modo di vivere ha allenato una forma di tolleranza emotiva: saper stare nella noia, accettare ritardi, tollerare l’imperfezione degli altri senza renderla una crisi identitaria continua.

La pazienza come palestra quotidiana

Non mi riferisco alla pazienza da manuale ma a una pazienza sporca e pratica. Si imparava a tollerare attese e imprevisti come parte del lavoro sociale e familiare. Questo non ha valore solo nostalgico. Conosco persone che oggi, davanti a un cambiamento improvviso, non panicano. Hanno una routine mentale fatta di piccoli gesti che li tiene ancorati. Alcuni chiamano questo equilibrio saggezza. Io lo chiamo allenamento ripetuto.

Riconoscere la resilienza senza romanticizzarla

Occorre essere onesti. Non tutti hanno beneficiato di questo apprendimento. Molti hanno subito traumi, tabù e silenzi che hanno lasciato ferite profonde. Eppure la ricerca moderna su resilienza ci dice qualcosa che risuona con quelle storie di vita. Secondo George A. Bonanno professore di psicologia clinica a Teachers College Columbia University la resilienza spesso non è frutto di un unico fattore ma di una molteplicità di risposte flessibili.

“Resilience is not informed by one or two things. There are likely many different routes to the same end.” George A. Bonanno Professor of Psychology and Education and Professor of Clinical Psychology Teachers College Columbia University.

Questa osservazione è importante qui perché smonta l’idea che esista una sola formula tecnica per stare meglio. La generazione dei 70 ha costruito percorsi pratici e spesso artigianali per affrontare gli scossoni della vita.

La flessibilità come abilità sociale

Non si trattava solo di reggere la frustrazione. C’era un modo specifico di usare gli altri. Le reti di vicinato e le conoscenze pratiche erano strumenti di sopravvivenza emotiva. Saper chiedere aiuto con naturalezza o offrire sollievo senza contabilizzare tutto era parte del mestiere. Quel dare e ricevere senza aspettative perfette ha formato cuori meno fragili davanti alle oscillazioni dell’esistenza.

Perché questa abilità sembra scomparire

La digitalizzazione ha trasformato i tempi dell’attesa e la geografia delle relazioni. Gli strumenti che liberano tempo hanno anche tolto occasioni di pratica emotiva. Non è un’accusa, è un’osservazione. Oggi molti problemi emotivi hanno il contorno dell’urgenza: risposte immediate, diagnosi rapide, soluzioni in pillole. La generazione dei 70 aveva invece un corso di esercitazioni pratiche che non passava per lo studio clinico ma per la ripetizione di situazioni frammentarie e non curate.

Non si tratta di tornare indietro

Non propongo un ritorno alla penna biro o al telefono con rotella. Ma riconoscere che alcune abilità emotive si apprendono in modi non tecnologici può aiutarci a progettare contesti dove queste pratiche ritornino. Luoghi fisici, tempi condivisi, rituali di conversazione che non siano performance. È un pensiero semplice e per questo in qualche modo pericoloso: comincia a cambiare il modo in cui immaginiamo il benessere emotivo collettivo.

Un apprendimento che contamina le generazioni

Ho visto persone nate dopo il 90 che imparano pazienza guardando i genitori. Non è un trasferimento automatico. Richiede storie e fallimenti raccontati senza glamour. C’è qualcosa di contagioso nelle abitudini di chi ha attraversato crisi reali e le ha metabolizzate senza trasformarle in dramma permanente. Questo contagio è lento ma più potente di mille post virali.

Un esempio pratico

Penso a un anziano che aiuta un nipote a sistemare il motore di un motorino. Il processo è fatto di silenzi, motivazioni pragmatiche e piccolo umorismo. Quel tempo insieme insegna ai giovani la tolleranza per gli errori, la ripetizione come metodo, la misura delle aspettative. Alla lunga queste cose cambiano la soglia di reattività emotiva più di qualunque corso online.

Conclusione aperta

Non credo che la generazione dei 70 possieda un’abilità emozionale superiore. Credo invece che abbia alcune routine interiori e sociali che oggi ci mancano e che vale la pena studiare e, se possibile, recuperare. Il mio invito è semplice e non prescrittivo. Osservate. Chiedete come hanno fatto certe persone a non esplodere quando tutto intorno pareva crollare. E ascoltate senza il desiderio di correggere subito. A volte la lezione è nel silenzio della cucina mentre si contano le bollette.

Idea Che cosa significa
Praticare la tolleranza Allenare la capacità di restare nei momenti scomodi senza cercare una soluzione immediata.
Affidarsi alle reti informali Usare amici e vicini come risorse emotive pratiche e non come audience.
Flessibilitá emotiva Adattare le proprie risposte invece di applicare una regola unica a ogni problema.
Apprendimento tramite l’azione Competenze emotive che si costruiscono ripetendo comportamenti concreti e non solo parlandone.

FAQ

Che cosa intendi con talento emotivo della generazione dei 70?

Con talento emotivo intendo una serie di abitudini, saperi pratici e risposte sociali che si sono accumulate in persone cresciute in un mondo più lento. Non è un dono misterioso ma il risultato di ripetute esperienze di attesa gestione di fallimenti e di reti di aiuto concreto. Questa eredità è spesso implicita quindi difficile da dichiarare ma evidente nelle reazioni quotidiane.

Come si può imparare oggi questa abilità senza mettere in discussione la modernità?

Non si tratta di rifiutare la modernità. Si tratta di creare spazi dove certe pratiche possano essere ripetute. Ridurre la velocità delle interazioni quando serve. Praticare conversazioni che non hanno lo scopo di performare. Prendersi la noia come esercizio e non come fallimento personale. La chiave è la pratica non il dogma.

La terapia oggi non è utile allora?

Non ho detto questo. La terapia è fondamentale per molte persone. Dico solo che alcune abilità emotive possono nascere anche fuori dagli studi clinici e che la normalizzazione di certi esercizi pratici nella vita quotidiana potrebbe integrare i percorsi terapeutici e non sostituirli. La scelta è personale e dipende dalla situazione di ciascuno.

Ci sono rischi nello idealizzare le generazioni precedenti?

Sì. Idealizzare nasconde ferite e problemi reali. Molte persone degli anni 70 hanno sofferto in silenzio. Il mio intento non è venerare un passato perfetto ma riconoscere pratiche utili che potrebbero essere adattate oggi. Serve realismo critico non nostalgia cieca.

Quale ruolo ha la comunità in questo apprendimento?

La comunità è cruciale. Le abilità emotive di cui parlo si costruiscono in rapporti ripetuti e concreti. Luoghi in cui si scambiano favori si trasformano in contesti educativi informali. Ricostruire reti di fiducia e aiuto reciproco è probabilmente la via più efficace per tramandare competenze emotive pratiche.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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