Sono nato alla fine degli anni 70 ma ho passato molto tempo con amici e parenti nati negli anni 60. Certe risposte emotive le riconosco al volo: un respiro profondo, un attimo di silenzio, la scelta istintiva di non trasformare ogni problema in emergenza. Non è mera nostalgia. È un modo pratico di affrontare la vita che si è formato in contesti molto specifici e che oggi, in un mondo di notifiche e urgenze digitali, suona quasi esotico.
Una calma che non è freddezza
Quando dico calma non intendo apatia. Persone nate nei primi anni 60 spesso reagiscono con misura perché hanno visto che la fretta non cambia quasi nulla di sostanziale. Hanno attraversato scioperi, inflazione, crisi energetiche, transizioni sociali e tecniche senza la possibilità di consultare subito una rete globale. Questo ha insegnato loro a valutare prima di accelerare e a preferire la soluzione che dura più a lungo rispetto a quella che gratifica subito.
Non è genetica, è ripetizione
La calma è una pratica ripetuta. Se cresci in una famiglia dove lottare per riparare le cose è normale, impari un circuito mentale diverso: prima provo, poi chiedo aiuto, poi mi arrendo. Se la prima reazione fosse sempre fuggire o chiamare aiuto esterno questo circuito non si forma. Molti dei miei amici nati negli anni 60 descrivono quell’allenamento quotidiano come una palestra di pazienza che ha modellato il loro rapporto con l’ansia.
Il contesto sociale che ha plasmato il pattern
Non parlo solo di economia. Negli anni 60 il tessuto sociale era diverso. Le relazioni di quartiere, i momenti collettivi, l’assenza di una memoria digitale che moltiplica e immortala gli errori: tutto questo insegnava che molte ferite si cicatrizzano con il tempo. Anche l’educazione e la scuola funzionavano su ritmi più lenti e meno celebrativi. Il risultato: una maggiore tolleranza alla frustrazione e una minore necessità di validazione istantanea.
Un esempio pratico
Ho visto mio zio sistemare la caldaia per ore con una cassetta degli attrezzi ereditata. Ogni tanto sbuffava, si prendeva una sigaretta, tornava e cambiava pezzi. Nessuna chiamata viral, nessuna ricerca su forum in diretta. Quando la caldaia ripartiva, la soddisfazione era silenziosa ma solida. Quella ciclicità di tentativo fallimento riprovare è il cuore del pattern della risposta calma.
Perché oggi sembra un trucco magico
Viviamo in una cultura che premia la reattività immediata. Le piattaforme spingono a reagire in fretta e a farlo in pubblico. Di conseguenza la calma appare come una strategia controintuitiva: rallentare produce vantaggi emotivi ma anche pratici. Chi nasce negli anni 60 applica questa lente di riduzione della reattività in modo quasi automatico. Il risultato è che, in discussioni familiari o lavorative, tende a rimanere più lucido e a evitare escalation inutili.
Un caveat importante
Non tutto ciò che sembra calma è sano. Ci sono casi in cui la soppressione emotiva diventa disfunzionale. Però non bisogna confondere il contenuto di una scelta emotiva con la sua forma. Molti dei comportamenti che vedo sono piuttosto regolazione emotiva praticata senza eccessi di analisi verbale, non una rimozione inespressa dei sentimenti.
Jean M. Twenge Professoressa di Psicologia San Diego State University Ha osservato che smartphone e social media hanno cambiato profondamente i pattern emotivi dei più giovani e che questi cambiamenti possono spiegare differenze nette nella tolleranza alla frustrazione e nella capacità di stare nel disagio.
Un vantaggio concreto nella vita adulta
Nel lavoro e nelle relazioni la capacità di non amplificare ogni contrarietà è una risorsa. Colleghi nati nei 60 spesso non trasformano un contrattempo in una crisi aziendale; amici di quella generazione non drammatizzano ogni contrasto. Questo non significa che siano immuni dallo stress ma che lo gestiscono con strumenti diversi: prioritarizzazione, tempo di attesa, intervento mirato.
L’effetto sulla salute mentale collettiva
Qui entro in opinione netta: la società perde quando perde l’addestramento alla noia e alla frustrazione. Le nuove generazioni hanno vantaggi enormi ma anche fragilità diverse. Restituire alle persone giovani la pratica del tollerare l’incompleto non è un invito a tornare indietro ma a riprendersi una competenza che era normale fino a poche decadi fa. È una competenza sociale, non un rimedio individuale.
Perché non funziona sempre
Non tutti nati negli anni 60 hanno questo pattern. Lavori, migrazioni, traumi personali e rivoluzioni culturali hanno creato mosaici. Inoltre la calma può essere usata come strategia di controllo socioeconomico: non tutti avevano la possibilità di agire, a volte la calma era una resa mascherata. Dunque attenzione a non idealizzare. Lo dico perché la mia esperienza limbica mi porta a difendere la calma ma la mia testa sa valutare i limiti.
Onde residue e contaminazioni
Molti della generazione successiva hanno ibridato il vecchio pattern con nuove abitudini digitali. Nascono così figure ambivalenti che sanno rallentare ma cedono facilmente alla verifica istantanea su internet. È un ponte interessante ma ancora instabile.
Conclusione aperta
Se cercate una formula segreta non c’è. C’è però un set di pratiche semplici che tornano utili: trattenere la prima parola, aspettare dieci minuti prima di mandare il messaggio di risposta, provare a risolvere un problema senza chiamare immediatamente aiuto. Queste non sono tecniche magiche ma esercizi. Forse è questo che i nati negli anni 60 hanno imparato presto: l’intelligenza della pratica, non dell’immediatezza.
Tabella riassuntiva delle idee chiave
| Concetto | Che cosa significa |
|---|---|
| Calma pratica | Reazione misurata derivata dall’abitudine a risolvere problemi senza ribellarsi all’attesa. |
| Allenamento emotivo | Ripetizione quotidiana di piccoli fallimenti e tentativi che costruisce tolleranza alla frustrazione. |
| Contesto storico | Assenza di memoria digitale e ritmi sociali lenti hanno favorito la formazione del pattern. |
| Limiti | La calma non è sempre sana: può nascondere rimozione o resa in contesti oppressivi. |
| Applicazione oggi | Esercizi pratici semplici per rallentare la reattività e migliorare la regolazione emotiva. |
FAQ
1. Che differenza c è tra calma e soppressione emotiva?
La calma include la possibilità di dare espressione controllata ai sentimenti quando serve. La soppressione emotiva è l invisibilizzazione cronica delle emozioni. La prima è adattiva e spesso visibile in forme proattive di problem solving. La seconda può creare accumulo e crisi successive. Il confine non è sempre netto ma si percepisce nello stile relazionale: chi pratica la calma di solito ritorna sul tema in forma concreta mentre chi sopprime tende a evitamenti più ampi.
2. Questo pattern funziona in tutti i contesti lavorativi?
In molti contesti la reattività è premiata a breve termine ma la calma paga a medio e lungo termine. In ambienti ad alta volatilità la capacità di non farsi prendere dal panico aiuta a trovare soluzioni robusti. In ambienti ipercompetitivi e performativi la calma può essere interpretata come lentezza se non accompagnata da risultati tangibili. È necessario bilanciare calma e visibilità dell azione.
3. Possono le nuove generazioni imparare questo pattern?
Sì. Non è una predisposizione fissa. È una serie di esercizi comportamentali che si possono allenare. Serve però un contesto che li rinforzi: spazi che non richiedano risposta immediata, ruoli che premiano processi più che reazioni impulsive, e spesso la guida di modelli di comportamento coerenti.
4. Quando la calma diventa dannosa?
Diventa dannosa quando è usata per giustificare inazione prolungata o per coprire dinamiche di potere che opprimono. Se la calma impedisce di denunciare abusi o di richiedere cambiamenti necessari diventa un freno. Il segnale d allarme è la crescente sofferenza non affrontata nel tempo nonostante la calma apparente.
5. Quale esercizio pratico consiglieresti subito?
Un esercizio semplice è il minuto di attesa: quando arrivi alla tentazione di rispondere in modo emotivo aspetta sessanta secondi e valuta tre possibili azioni. Non è terapia. È pratica quotidiana che ricostruisce la capacità di scegliere prima di reagire.
Ho lasciato alcune domande aperte apposta. La storia delle generazioni è troppo complessa per essere ridotta a slogan. Ma osservare, provare e mettere in pratica certe abitudini può fare la differenza. Se avete una storia personale che lo conferma scrivetela. Mi interessa ascoltare.