Non è un complimento nostalgico né un elogio automatico alle giacche di pelle e ai vinili. Parlo di qualcosa di più sostanziale e meno celebrato: la capacità, spesso sottovalutata, degli adulti nati negli anni 60 di gestire il disagio emotivo con una pazienza nervosa che oggi stupisce chi non la conosce. Questo pezzo non vuole spiegare tutto fino all ultima virgola. Vuole provocare, raccontare e offrire qualche pista concreta su perché certe persone della mia generazione sembrano avere un timone interiore che non trema al primo scossone.
Una generazione che ha imparato a misurare i tempi
Chi è nato negli anni 60 ha attraversato rotture storiche e quotidiane: cambiamenti sociali, crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche e l emergere del mondo globale. A differenza delle generazioni successive, non sono cresciuti con la convinzione che tutto sia immediatamente risolvibile con una notifica o una ricerca su internet. C è una familiarità con l attesa. Non è passiva. E una pazienza che si è temprata nel tentativo e nell errore, ed è spesso scambiata per indifferenza da chi osserva da fuori.
Formazione emotiva senza filtri digitali
Il disagio emotivo per questa generazione è stato spesso gestito in spazi non performativi: cucine, bar, assemblee di condominio, riunioni faccia a faccia. Le conversazioni non erano scritte per apparire meglio ma per risolvere. Questo ha fatto sì che l esperienza del conflitto fosse meno un evento da condividere e più un problema da lavorare, talvolta goffamente, talvolta con grande efficacia. Si impara a sopportare l ambiguità senza doverla subito etichettare.
Strategie ricavate dall esperienza piuttosto che da manuali
Oggi i corsi e i libri di self help dettano comportamenti codificati. Gli anni 60 hanno sviluppato strategia pratica: lisciare una situazione quando serve, insistere in silenzio quando serve, ritirarsi con dignità quando serve. È un repertorio fatto di tentativi, non di app teoriche. Non sempre elegante, a volte ingenuo, ma spesso efficace.
Le competenze irregolari che contano
Queste competenze non sono facilmente misurabili in test psicometrici. Sono abilità di contesto: capire quando una discussione è una sfida reale e quando è solo rumore; saper scegliere il tempo giusto per controbattere; avere il coraggio di aspettare. Questa pratica genera una forma di regolazione emotiva che è meno spettacolare ma più resistente nel tempo.
La flessibilità come parola d ordine
La ricerca moderna parla di flessibilità emotiva. Se volete un nome che ha provato a rompere il mito del trauma eterno, ascoltate George A. Bonanno. La sua osservazione fondamentale è che molte persone, a prescindere dalla generazione, mostrano traiettorie di adattamento sorprendenti dopo eventi difficili.
“Events are not traumatic until we experience them as traumatic. To call something a traumatic event belies that fact.” — George A. Bonanno Professor of Clinical Psychology Teachers College Columbia University.
Questa frase non è comfort teorico. È una chiamata all attenzione: la percezione e la narrazione personale cambiano il significato dell evento. Gli adulti nati negli anni 60 hanno avuto più tempo per mettere in fila narrazioni alternative, per scegliere storie meno catastrofiste e più pratiche, anche per autodifesa psicologica.
Un atteggiamento pragmatico e non performativo
Nel gergo di strada: meno monologhi, più lavoro. Questa pragmaticità rompe l idea che essere emotivamente forti significhi non sentire. Significa piuttosto saper fare qualcosa con quello che si sente. Non si tratta di una regola morale universale ma di un osservabile pattern nei comportamenti quotidiani.
La selezione sociale e la qualità delle relazioni
Laura Carstensen e la sua socioemotional selectivity theory spiegano che quando la percezione del tempo si restringe le persone tendono a investire nelle relazioni emotivamente significative. Non è ottimismo ingenuo. È una scelta strategica che riduce l esposizione a conflitti inutili e aumenta la probabilità di supporto autentico quando il disagio arriva.
Per questa ragione molti nati negli anni 60 non hanno reti sociali sterminate e superficiali. Hanno pochi nodi forti. E questi nodi funzionano quando servono. Non è magia è selezione. Un investimento che paga quando il mondo si scalda.
Il valore della conversazione lunga
Una cena che dura ore, un caffè che non ha orario. La lentezza del dialogo favorisce l elaborazione emotiva. Questi momenti generano una memoria emotiva diversa: meno reazioni immediate e più interpretazione. Ho visto persone utilizzare il dialogo come un tempo di rifinitura emotiva. Non è per tutti. Ma funziona spesso.
Perché questo non è un ritratto idilliaco
Non sto affermando che tutti gli adulti nati negli anni 60 siano immuni alla sofferenza né che abbiano soluzioni sempre migliori. Ci sono ferite che degenerano, abitudini dannose che si consolidano e tradizioni tossiche tramandate. Le categorie generazionali non spiegano tutto e spesso nascondono disuguaglianze.
Quello che sostengo è semplicemente che esiste una tendenza reale: una familiarità con l incertezza e una pratica quotidiana della regolazione che emerge dalla storia personale e collettiva di quella coorte. E questa tendenza può essere studiata senza essere sminuita.
Un avvertimento
Non confondete perseveranza con rassegnazione. La perseveranza è energia direzionata. La rassegnazione è perdita di orientamento. Alcuni confundono la calma con apatia. Questo errore è costoso. Osservate i risultati, non solo le apparenze.
Come riconoscere queste abilità nel quotidiano
Non serve un test scientifico. Guardate come la persona gestisce una notizia brutta. Se respira, valuta e poi parla con chiarezza. Se non cerca l approvazione immediata o non dichiara vittoria emotiva sui social. Se mantiene rapporti che durano. Sono indizi concreti di una gestione del disagio vissuta, non recitata.
Non è semplice insegnare tutto questo, e non vorrei suggerire soluzioni facili. Alcune abilità si possono osservare, altre si tramandano con dialoghi veri. Se vi interessa, cercate conversazioni che non pretendono di cambiare l altro ma di capirlo meglio.
Conclusione aperta
Gli adulti nati negli anni 60 portano con sé un bagaglio pratico e talvolta irritante per i più giovani. Non è eroismo da romanzo. È mestiere emozionale. Non prometto che sia sempre bello. Prometto però che è spesso utile. E se il mondo digitale vi sembra fragile, forse vale la pena guardare a come certe persone affrontano il disagio e rubare qualche tecnica non brillante, ma resistente.
| Idea chiave | Perché conta |
|---|---|
| Esperienza del tempo | Aumenta la capacità di scegliere priorità emotive. |
| Formazione relazionale analogica | Favorisce conversazioni profonde e supporti reali. |
| Flessibilità pratica | Permette adattamenti contestuali meno ideologici. |
| Selezione sociale | Riduce l esposizione a conflitti inutili e potenzia reti di supporto. |
| Narrativa personale | La percezione di un evento ne cambia l impatto emotivo. |
FAQ
1. È vero che l età rende tutti più resistenti emotivamente?
No. L età porta cambiamenti nella gestione emotiva ma non garantisce immunità. Molte variabili entrano in gioco: salute mentale pregressa, contesto sociale, traumi non risolti e risorse economiche. È più corretto dire che alcune tendenze legate all età possono facilitare la regolazione emotiva in certi contesti.
2. Cosa possiamo imparare dagli adulti nati negli anni 60 senza idealizzarli?
Imparare la pazienza pratica, l arte di scegliere con chi spendere tempo e la volontà di affrontare i problemi con conversazioni prolungate. Non si tratta di imitare atteggiamenti rigidi ma di comprendere che molte soluzioni funzionano perché sono meno performative e più orientate all azione.
3. Le tecniche descritte sono insegnabili alle nuove generazioni?
In parte sì. Alcune competenze sono trasferibili: ascolto prolungato, selezione delle relazioni, registrare e rielaborare le proprie narrazioni. Ma molte si apprendono dal contesto sociale e dalla pratica quotidiana, non da un corso intensivo. Richiedono tempo e ripetizione.
4. C è il rischio che queste abilità diventino semplicemente scuse per non cambiare?
Sì. Qualsiasi strategia può essere usata come giustificazione per evitare il cambiamento. La differenza è che l approccio che descrivo tende a privilegiare la funzione rispetto alla forma: ciò che conta è il risultato nella vita quotidiana. Se la calma serve a evitare responsabilità necessarie allora non è virtuosa; se serve a gestire meglio i problemi allora è utile.
5. Come riconoscere una gestione sana del disagio emotivo?
Una gestione sana mantiene la capacità di funzionare nelle responsabilità quotidiane, preserva relazioni significative e permette una elaborazione graduale del dolore. Non è assenza di sofferenza ma la capacità di non farsi sopraffare da essa per tempi indefiniti.