Ogni mattina incrocio Anna, settantacinquenne, davanti al forno sotto casa. Saluta con una frase che suona semplice ma che non lo è: Buongiorno, oggi va bene. La cosa non mi pareva aneddotica da salotto per molto tempo. Col passare dei mesi ho notato che quelle parole non nascono da ottimismo ingenuo. Sono il risultato di una pratica quotidiana e deliberata. In questo pezzo provo a spiegare perché la positività nelle persone oltre i settant anni somiglia più a un esercizio che a un dono casuale. E perché lo puoi imparare.
La svolta: non più semplice fortuna ma strategia
La narrativa comune vuole che l’età porti rassegnazione o malinconia. I dati e le storie che ascolto dicono il contrario. In molti casi, l’avanzare degli anni coincide con una selezione delle intenzioni: si riducono le fonti di stress inutili e si alimentano le relazioni e le attività che danno soddisfazione. Non è magia. È scelta ripetuta. Ho parlato con amici e lettori che mi hanno descritto routine apparentemente banali ma potentemente trasformative: leggere per dieci minuti prima di cena, scrivere tre piccoli successi della giornata, telefonare a una persona cara una volta alla settimana. Non dico che sia facile. Dico che è allenamento.
Un cambio di priorità che ha basi empiriche
Laura Carstensen, una delle voci più autorevoli nello studio dell’emozione e dell’invecchiamento, da anni propone che la percezione del tempo residuo orienta i nostri obiettivi. Questa prospettiva ha spiegato molte osservazioni che prima sembravano paradossali: nonostante perdite oggettive come salute o rete sociale ristretta, molti over settanta riportano stabilmente meno emozioni negative rispetto ai giovani. Le persone che conosco agiscono come se avessero una bussola interna per scegliere ciò che vale il prezzo emotivo del loro tempo.
Humans are, to the best of our knowledge, the only species that monitors time left throughout our lives. Laura L. Carstensen Professor of Psychology Stanford University.
La positività come abilità: cosa significa davvero allenarla
Allenare la positività non è ignorare il dolore. È aumentare la probabilità di notare e deliberare sulle cose che creano benessere. Nella pratica quotidiana che osservo in molte case italiane, diventano centrali tre dinamiche: riduzione dell’esposizione alle provocazioni inutili, pratica dell’attenzione selettiva su aspetti gratificanti, e trasformazione di ricordi o esperienze negative in lezioni meno corrosive.
Per esempio, Giulio, 72 anni, ha smesso di guardare telegiornali per più di dieci minuti al giorno. Non per fuga ma perché ha capito che l’eccesso di informazioni lo metteva in allerta continuo. Un altro esempio, Marta, 76 anni, passa dieci minuti al mattino a elencare ad alta voce rumori piacevoli che sente dalla finestra. Sembra un rituale naïf ma a lungo termine cambia la soglia con cui il cervello attribuisce importanza emotiva agli stimoli.
Non è tutta una questione di genetica
Molti autori sostengono toni deterministi su felicità e personalità. La realtà che incontro è meno fatalista: c’è plasticità comportamentale anche in tarda età. La psicologia contemporanea descrive meccanismi di controllo dell’attenzione e della memoria che gli anziani imparano a sfruttare per favorire il ricordo di esperienze positive. Questo non cancella il dolore o la fatica ma modifica il paesaggio emotivo quotidiano.
Perché la positività degli over 70 attira e infastidisce
È interessante osservare le reazioni che suscitano gli anziani sereni. Molti giovani li considerano fuori contesto o non sinceri. Altri li invidiano. C’è un punto di tensione: se la società racconta l’invecchiamento come declino inevitabile, chi si comporta in modo diverso diventa un problema narrativo. Personalmente credo che questa reazione riveli più sulla società che sugli individui. Comodamente ignoriamo che l’arte di selezionare esperienze emotive è una competenza sociale cumulativa che si costruisce anche grazie a istituzioni, quartiere, e scelte politiche. Non è solo responsabilità individuale.
Le cose che i manuali non dicono
Gli approcci popolari alla felicità tendono a prescrivere formule universali. Nella vita reale, la positività settantenne è spesso contingente, intrisa di compromessi. Alcuni la praticano con rituali solitari, altri in comunità. Alcuni usano le religioni, altri l’arte. Un aspetto che raramente appare nei talk show è la dimensione dell’orgoglio: molti di questi soggetti provano soddisfazione nel governare il proprio umore. La positività diventa così un atto di autonomia più che un obiettivo estetico.
La psicologia conferma ma non prescrive
Non sto sostenendo che tutti i sessantenni o settantenni siano felici. Sto dicendo che la pratica della positività è osservabile, replicabile in molti casi, e sostenuta da ricerche che mostrano come le priorità emotive mutino con l’età. Questa osservazione apre una domanda più scomoda: perché la società non costruisce contesti che rendano più semplice questo allenamento? È un fallimento collettivo che alcuni scelgano la solitudine emotiva perché non trovano spazi dove coltivare ciò che conta.
Una riflessione personale
Scrivo da una città italiana che sa ancora riconoscere il valore dei ritmi lenti. Vedo anziani che condividono sapori, segreti di quartiere, e frammenti di memoria che risuonano più profondi quando raccontati. Per me la positività settantennale è un atto di resistenza alla cultura dell’urgenza. È un modo per dire che certi aspetti dell’esperienza umana vanno praticati lentamente e con attenzione.
Conclusione aperta
Non fornisco soluzioni facili. Racconto ciò che ho visto e collego alcuni fili con la letteratura psicologica. La lezione pratica è semplice nella forma e complessa nella fattibilità: la positività di molti over 70 nasce dalla scelta continua di cosa tenere dentro e cosa lasciare andare. Questo processo è allenabile ma richiede tempo, ambienti di supporto e il riconoscimento sociale del valore di questo lavoro emotivo. E il resto resta aperto: quale ruolo vogliamo avere nella costruzione di spazi che favoriscano tale allenamento?
Tabella riassuntiva
| Punto chiave | Descrizione |
|---|---|
| Positività come scelta | Molti nella settantina praticano abitualmente strategie per aumentare esperienze positive. |
| Basi teoriche | La socioemotional selectivity theory spiega il cambio di priorità emotive con l’età. |
| Come si allena | Riduzione esposizione a stress inutili attenzione selettiva su stimoli positivi rituali quotidiani. |
| Non è elisir | Non elimina dolore o perdita ma ne modifica l’impatto emotivo nel quotidiano. |
FAQ
1. La positività a 70 anni è naturale o frutto di pratica?
È una combinazione. Alcuni fattori sono biologici e altri legati a scelte comportamentali. Le persone che mantengono abitudini mirate e che dispongono di relazioni di qualità sembrano riuscire meglio a orientare la propria esperienza emotiva. Da un lato ci sono tendenze evolutive che favoriscono la selezione emotiva con l’età. Dall’altro ci sono pratiche quotidiane e contesti che la rendono più sostenibile.
2. Serve un grande impegno per cambiare il proprio orientamento emotivo in età avanzata?
Non necessariamente. Piccoli interventi ripetuti spesso producono effetti cumulativi. Cambiare la quantità di tempo dedicata a certe attività o eliminare abitudini stressanti può fare la differenza. Lavori sociali che aumentano il senso di appartenenza hanno un impatto non trascurabile. Le trasformazioni drammatiche non sono la norma ma cambi progressivi e praticabili.
3. La positività significa evitare conversazioni difficili o mentire a se stessi?
No. In molti casi si tratta di regolare l’esposizione a contenuti inutilmente negativi e di scegliere con cura dove investire energia emotiva. Questo può includere affrontare problemi reali ma in modo che non dominin completamente la vita quotidiana. La sincerità resta centrale; la differenza è il modo e il contesto in cui si danno peso alle cose.
4. Possono i giovani imparare da questo approccio?
Sì. Alcune strategie sono trasferibili: selezionare relazioni significative, limitare il sovraccarico informativo e coltivare rituali che creano senso possono essere utili a tutte le età. Tuttavia, la stessa azione assume significati diversi in fasi diverse della vita per via di priorità differenti.
5. Che ruolo ha la comunità?
Determinante. Spazi che facilitano incontri, scambi e riconoscimento sociale riducono la fatica emotiva individuale e rendono più semplice l’esercizio quotidiano della positività. Il cambiamento non è solo privato ma collettivo.