La generazione degli anni 60 ha imparato il controllo emotivo mentre oggi abbiamo imparato la velocità. È una frase che suona come una pietra posta al centro di una piazza e sotto cui la gente si raduna per discutere. Non è un giudizio assoluto ma una lente: mette a fuoco differenze di esperienza, di strumenti e di tempi. Qui non farò l’apologia nostalgica né l’elogio veloce della contemporaneità. Proverò piuttosto a tracciare linee, confessioni e osservazioni personali che spiegano perché, forse, un secolo culturale ha insegnato calma e l’altro rapidità.
Controllo emotivo negli anni 60. Non eroismo ma pratica quotidiana
Chi è nato o cresciuto negli anni 60 in Italia ha vissuto una vita scandita da rituali lenti: il lavoro con orari fissi, la telefonata che si preparava perché costava, la comunità che attendeva risposte. Molti imparavano a gestire l’ansia non perché fosse un vanto ma perché era necessario. Controllo emotivo significava sapere modulare una reazione davanti a un capo, davanti a un vicino, in famiglia. Era abilità sociale prima ancora che psicologica.
Vorrei dire che quel controllo era sempre sano. Non lo era. Spesso era repressione. Spesso era maschera. Ma la capacità di restare composti davanti a crisi, di usare il silenzio come strumento e non come fuga, è qualcosa che quella generazione ha praticato molto. È una lezione che sopravvive, talvolta nascosta, nei modi di fare e nella pazienza mostrata nelle piccole cose.
Un allenamento sociale
Non c’era un manuale esplicito. Era allenamento sociale. I genitori non sempre sapevano parlare di sentimenti ma insegnavano a non esplodere, a non interrompere, a misurare le parole. È differente da oggi dove l’educazione emotiva è spesso teoria e consumo assieme: si legge, si condivide, ma si impara sul palcoscenico di feed che premiano la reazione più rapida.
Velocità oggi. Non virtù automatica ma strategia di sopravvivenza
La generazione che vive oggi è immersa nella velocità. Non è solo tecnologia. È economia dell’attenzione, lavoro che cambia continuamente mansione, orari spezzettati, relazioni che si consumano in messaggi. La velocità è diventata metodo. Non sempre una scelta positiva ma spesso un adattamento necessario: rispondere in tempo, aggiornarsi in tempo, cambiare rotta in tempo.
Personalmente credo che imparare la velocità abbia valore. Ma c’è una costante che spesso non viene detta: la velocità ha un costo. Riduce lo spazio interno dove si elaborano le emozioni complesse. Produciamo molte reazioni ma poche elaborazioni. È un tipo di perizia diversa dal controllo emotivo degli anni 60 ma non per questo più avanzata.
La frattura tra reazione e riflessione
Una delle conseguenze più visibili è la distanza tra reazione e riflessione. La rapidità ci offre microvincoli temporali: rispondere subito per non perdere opportunità sociali o professionali. Ma così la riflessione diventa opzionale. Non è una critica puramente morale. È un’osservazione empirica: dove i tempi sono compressi le emozioni vengono spesso spostate sul piano performativo.
We are shaped by our tools. When we let our minds wander we set our brains free. Our brains are most productive when there is no demand that they be reactive. Sherry Turkle Professor of the Social Studies of Science and Technology at MIT.
La voce di Sherry Turkle arriva come una conferma fredda e puntuale. Non serve citarla come sentenza definitiva ma come osservazione che lega tecnologia e capacità di pensare a lungo termine. Se gli strumenti richiedono rapidità noi rispondiamo in fretta. Il problema è che la velocità diventa modello anche per questioni che richiederebbero lentezza: il lutto, la malattia, le scelte importanti.
Non si tratta di meglio o peggio. È una questione di ecologia emotiva
Preferisco parlare di ecologia emotiva. Gli anni 60 hanno contribuito a costruire un ambiente dove la durata e la stabilità favorivano il controllo. Oggi viviamo in un ecosistema che premia l’azione rapida e la capacità di cambiare. Mi spingo oltre: entrambe le epoche si limitano se prese come modelli assoluti. Il controllo emotivo senza capacità di adattamento diventa chiusura. La velocità senza profondità diventa rumorosa e fragile.
Un insight che vedo raramente scritto: la tecnologia non ha solo accelerato ma ha anche fornito nuovi strumenti di simulazione emotiva. Con questo intendo che oggi possiamo modulare l’apparenza di calma o intensità con pochi tasti. Questa possibilità altera la mappa di ciò che è autentico e ciò che è performativo.
Le nuove abilità che servono
Per uscire dalla falsa dicotomia bisogna praticare nuove abilità che attingono a entrambe le eredità. Prendere dalla generazione degli anni 60 la pratica del ritardo intenzionale: sospendere la risposta per non cedere alla prima emozione. Prendere dalla contemporaneità la capacità di trasformare la velocità in un alleato consapevole: usare strumenti rapidi per creare spazio e non per riempirlo di rumore.
Io stesso applico una regola semplice e personale. Ogni volta che un messaggio mi accende una reazione intensa aspetto un numero di minuti pari al giorno della settimana. È una sciocchezza? Forse. Funziona? Sì abbastanza da convincermi a non abbandonarla. Non è una terapia e non ho dati scientifici a supporto. È un piccolo esperimento personale che punta a creare quella pausa che oggi è diventata merce rara.
Implicazioni sociali e culturali
Se la generazione degli anni 60 ha lasciato tracce di compostezza, oggi rischiamo di lasciare tracce di superficialità. Questo non significa che siamo meno capaci di empatia. Significa che l’empatia rischia di venire misurata in velocità di risposta anziché in profondità di ascolto. Le istituzioni educative e i luoghi di lavoro hanno responsabilità reali nel ricalibrare tempi e aspettative.
Non propongo ricette. Propongo invece domande che vorrei che le scuole e i datori di lavoro si ponessero: quali tempi concediamo per pensare. Come strutturiamo gli spazi perché le persone possano elaborare. Come misuriamo la produttività senza confonderla con la reattività.
Conclusione aperta
La generazione degli anni 60 ha imparato il controllo emotivo mentre oggi abbiamo imparato la velocità. Questa è la diagnosi. La prognosi rimane aperta. Potremmo scegliere di combinare le virtù di entrambe le epoche o continuare a oscillare tra una pace di facciata e un tempo che scivola via in notifiche. Io tendo a pensare che il valore stia nella pratica quotidiana. Che la somma di piccoli comportamenti possa ricostruire spazi di lentezza dentro la modernità veloce.
Non rispondo a tutto. Non posso. Ma mi interessa lasciare una cosa: imparare a aspettare non è rinunciare all’innovazione. È darle un senso più stabile.
Tabella riepilogativa
| Elemento | Generazione anni 60 | Generazione contemporanea |
|---|---|---|
| Strumento dominante | Tempo sociale e rituali lenti | Tecnologia in tempo reale e multitasking |
| Abilità prevalente | Controllo emotivo praticato | Velocità di reazione e adattamento |
| Rischio principale | Repressione e rigidità | Superficialità e mancanza di elaborazione |
| Possibile sinergia | Ritardo intenzionale e misura | Uso consapevole degli strumenti rapidi |
FAQ
1. Questo significa che la generazione degli anni 60 era emozionalmente superiore?
No. Non è una gara di superiorità. Gli anni 60 hanno sviluppato pratiche di controllo che possono sembrare utili oggi ma erano spesso legate a norme sociali rigide. Superiore non è il termine giusto. Più corretto è dire differente nella forma e nelle funzioni.
2. La velocità attuale è irreversibile?
La velocità è in parte irreversibile perché è ancorata a infrastrutture tecnologiche e necessità economiche. Tuttavia la scelta di come usarla rimane culturale. Si possono costruire pratiche e regole che rallentano quando serve senza rinunciare ai benefici dell’efficienza.
3. Come si insegna oggi il controllo emotivo senza trasformarlo in repressione?
Insegnare controllo emotivo oggi dovrebbe passare per il riconoscimento delle emozioni e la pratica della pausa. Non si tratta di reprimere ma di creare spazi per elaborare. Le scuole possono sperimentare esercizi di scrittura riflessiva e periodi senza schermo. Le organizzazioni possono stabilire tempi di risposta ragionevoli.
4. Ci sono esempi pratici di combinazione tra controllo e velocità?
Sì. Alcune aziende sperimentano politiche di no email dopo una certa ora e riunioni lunghe ma meno frequenti per favorire pensiero approfondito. Anche nella vita privata pratiche semplici come il digiuno da notifiche per alcune ore o regole familiari per le conversazioni a tavola mostrano come si possa mescolare rapidità e riflessione.
5. Qual è il primo passo che suggerisci a chi legge?
Provare una pausa intenzionale prima di rispondere ai messaggi che provocano emozione. Anche pochi minuti possono cambiare il tono di una conversazione. Non è una soluzione magica ma è un esercizio che rimette al centro la scelta e non la reazione automatica.