Perché la generazione degli anni 70 sembrava meno occupata ma realizzava di più

Quando dico generazione degli anni 70 non parlo soltanto di un decennio sul calendario. Parlo di un modo di stare nel tempo che dava meno spettacolo e più frutto. Oggi si tende a misurare valore con notifiche lette e riunioni riempitive. Negli anni 70 la misura era diversa: meno rumore visibile, più risultati misurabili. Questa non è una nostalgia vuota. È una osservazione che cambia il modo in cui interpreto produttività e attenzione.

Il paradosso visivo della produttività

Cammini per una città degli anni 70 e non vedi gente sempre impegnata in azioni performative. Niente check incessanti di messaggi, meno prove di iperattività sociale. Questo non significa che le persone fossero oziose o lente. Spesso erano immerse in compiti lunghi e poco appariscenti: riparare, costruire, studiare, coltivare rapporti pratici. La differenza è che quei compiti non avevano bisogno di apparire per essere riconosciuti come importanti.

Un diverso rapporto con l’interruzione

L’interruzione era un evento, non una condizione costante. Lavorare ininterrottamente per ore non era spettacolo da condividere bensì pratica quotidiana. Il risultato: cicli di lavoro più profondi e meno dispersione di energia. Non sto dicendo che tutto fosse ideale. Molte cose erano inefficienti sotto altri aspetti. Ma in termini di capacità di portare a termine compiti complessi la generazione degli anni 70 aveva strumenti culturali e pratici che oggi abbiamo perso.

Attenzione come infrastruttura

Oggi vendiamo la nostra attenzione in microprestazioni: risposte immediate, aggiornamenti continui, multitasking che diventa spettacolo. Negli anni 70 l’attenzione era una risorsa condivisa, una sorta di infrastruttura sociale che non veniva dissipata con la stessa leggerezza. Questo ha effetti concreti sulla produttività individuale e collettiva.

“The ability to concentrate intensely is a skill that must be trained.” Cal Newport Professor of Computer Science Georgetown University

Questa frase di Cal Newport ci aiuta a leggere il fenomeno in termini di abilità acquisita. La generazione degli anni 70 non aveva smartphone ma aveva rituali e convenzioni che favorivano la capacità di concentrazione: orari, limiti nei mezzi di comunicazione, aspettative sociali su come e quando lavorare insieme. Non è solo tecnologia; è pratiche condivise che strutturano il tempo.

Una rete di scambi meno liquida

Robert Putnam ha mostrato come la socialità organizzata sia cambiata nel corso del tempo. Quel tessuto di relazioni che facilita scambi immediati e fiducia reciproca era più spesso presente nelle comunità degli anni 70. La conseguenza pratica era che molti progetti si chiudevano più facilmente perché la cooperazione era già incorporata nelle abitudini quotidiane.

“Without at first noticing, we have been pulled apart from one another and from our communities over the last third of the century.” Robert D Putnam Political Scientist Harvard University

Mettere insieme le due osservazioni porta a una conclusione scomoda: non tutto quello che chiamiamo progresso ha aumentato la capacità di fare cose che contano davvero. Spesso ha aumentato la capacità di sembrare occupati.

Ritmi di lavoro e profondità

Il modo in cui misuriamo produttività influisce su come la manifestiamo. Nel passato molte professioni richiedevano una catena di lavoro lunga, interdipendente e non adatta al racconto istantaneo. Chi restaurava una casa, chi curava un orto, chi scriveva un manuale: tutte attività che beneficiavano di una visione a medio termine. Questa temporalità diversa crea una qualità del risultato che oggi fatichiamo a produrre perché i tempi micro sono privilegiati dal design degli strumenti digitali.

Non era tutto sacro o efficiente

Non è la foto idealizzata di un passato perfetto. C’erano sprechi, lentezze inutili e disuguaglianze. Però la capacità di portare a termine opere complesse senza doverle mettere in scena è una competenza che vale la pena studiare e recuperare. Se oggi ci lamentiamo di sentirci sempre occupati ma poco produttivi forse conviene guardare a cosa abbiamo perso, non solo a quello che abbiamo guadagnato.

Abitudini e norme che funzionavano

Gli elementi che aiutavano a ottenere più con meno visibilità includevano limiti tecnici alla distrazione, aspettative sociali sul tempo, e una cultura del lavoro che dava valore alla fase lenta e ripetitiva. Questo non significa che dovremmo ripudiare la tecnologia. Significa però che il design sociale del tempo è altrettanto importante del design degli strumenti.

Una mia osservazione personale

Ho visto colleghi che provano a replicare oggi certi aspetti di quel modo di lavorare e ottengono risultati sorprendenti. Non tornano al passato, ma scelgono pratiche che proteggono cicli di concentrazione. È una scelta politica, non solo personale. Implica modifiche nelle aspettative del team, nella gestione delle comunicazioni e nella valutazione dei risultati.

Conclusione aperta

Se vogliamo essere più efficaci non basta lamentarsi della tecnologia. Dobbiamo ripensare le regole del gioco. La generazione degli anni 70 non era magica. Però ci offre esempi concreti di come si possa fare di più senza apparire costantemente occupati. È una lezione pagata in pratica quotidiana piuttosto che in slogan.

Tabella riassuntiva delle idee chiave

Idea Perché conta Come applicarla oggi
Interruzioni come eventi Permettono cicli di lavoro profondi Creare blocchi di tempo protetti senza notifiche
Attenzione come infrastruttura La capacità di concentrazione è una risorsa condivisa Stabilire norme di risposta e orari di comunicazione
Socialità organizzata Favorisce la fiducia e chiusura dei progetti Investire in relazioni locali e ritrovi di squadra
Valore della lentezza produttiva I processi lunghi producono risultati più solidi Misurare output concreti non solo attività visibili

FAQ

Perché oggi sembriamo più occupati ma produciamo meno?

Il fenomeno deriva da una struttura di incentivi diversa. Notifiche, metriche di visibilità e aspettative di risposta istantanea premiano attività che sembrano produttive anche quando aggiungono poco valore reale. Inoltre la frammentazione dell’attenzione riduce la qualità del lavoro profondo, che è la fonte principale di risultati complessi e duraturi.

Possiamo recuperare qualcosa dalla generazione degli anni 70 senza rinunciare alla tecnologia?

Sì. Si tratta di recuperare pratiche sociali: limiti nella comunicazione, rituali che proteggono il lavoro profondo e norme di fiducia locale. Non è un rifiuto della tecnologia ma un ripensamento del modo in cui la integriamo nelle nostre vite lavorative e personali.

Quali cambiamenti concreti suggerisci per chi lavora in team?

Ridisegnare le aspettative di disponibilità, introdurre blocchi di lavoro condivisi, definire cosa conta come deliverable. Fare in modo che le valutazioni premiano risultati misurabili e non la visibilità della fatica. Questo richiede leadership che accetti l’apparente lentezza come investimento.

La nostalgia del passato può ingannare? Come evitare l’eccesso di romanticismo?

Bisogna distinguere tra idealizzazione e apprendimento. Osservare pratiche che funzionavano e adattarle criticamente al presente. Riconoscere gli aspetti del passato che erano discriminatori o inefficienti è parte del processo. L’obiettivo è estrarre elementi utili senza riprodurre i limiti storici.

Quanto conta la comunità locale nella produttività personale?

Conta molto. La fiducia e la cooperazione quotidiana riducono i costi di coordinamento e facilitano la conclusione dei progetti. Investire tempo in relazioni reali non è soltanto piacevole ma pragmaticamente efficace per portare a termine lavori complessi.

Se volessi iniziare oggi quale è il primo passo pratico?

Proteggi un paio di ore al giorno per lavoro senza interruzioni. Comunica ai colleghi che in quel lasso non risponderai immediatamente. Valuta dopo un mese i risultati anziché le impressioni. È una piccola sperimentazione che rivela molto sulla qualità del tuo tempo.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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