Negli anni 60 c era qualcosa nell aria che oggi si fatica a nominare. Non era magia, né un colpo di fortuna storica. Era una pratica quotidiana di relazione fatta di tempo lento e di attenzione spartita fra poche cose reali. Quando penso ai miei zii alle feste di paese o ai vicini in cortile immagino conversazioni che duravano ore e che cambiavano le persone. Non erano perfette. Erano però capaci di scavare. Quella capacità oggi viene spesso attribuita alla nostalgia ma merita invece un esame serio: come facevano i 60s kids a socializzare così profondamente senza affidarsi ai schermi?
Non era l assenza di tecnologia a creare profondità
La spiegazione ingenua è che mancavano gli strumenti e quindi le relazioni dovevano essere più vere. Non è così. Profondità e autenticità non sono semplicemente il prodotto dell assenza di dispositivi. È vero che non c erano notifiche, ma c erano distrazioni di altro tipo. La differenza cruciale era l economia dell attenzione: era distribuita diversamente. La socialità degli anni 60 era un lavoro, spesso faticoso, e questo lavoro veniva valorizzato dalla comunità.
Rituali che imponevano presenza
In quegli anni i rituali sociali erano più incalzanti e meno comprimibili. Un pranzo di famiglia non era un incontro opzionale ma un evento ricorsivo che richiedeva preparazione emotiva e fisica. Le attività ludiche erano spesso condivise e richiedevano competenze comuni: un gioco di strada con regole non scritte, una partita improvvisata, una raccolta di canzoni e storie. Questi rituali creavano una infrastruttura relazionale che obbligava a consumare tempo insieme e a negoziare ruoli e gerarchie in situ. Da qui nasceva la profondità: non per virtù, ma per costrizione sociale.
Il lavoro della conversazione
Oggi tendiamo a pensare alla conversazione come un risultato, come qualcosa che accade se due persone sono nello stesso posto. Non è così. La conversazione è soprattutto tecnica: ascoltare per più turni, tollerare il silenzio, tornare a un tema anche dopo ore. I ragazzi degli anni 60 avevano pratica per queste abilità perché erano esercitate quotidianamente. Non c era la possibilità di scorrere via con un gesto; la fuga costava di più. Quella resistenza produceva un tipo di intimità che richiedeva impegno ma restituiva ricchezza.
Memoria condivisa e banca delle storie
Un altro fattore sottovalutato è la memoria condivisa. Le comunità locali mantenevano storie comuni: un incidente al pozzo, la ricetta di una nonna, il soprannome di un vicino. Quelle storie non erano solo gossip, erano segnali di identità collettiva. Servivano da terreno comune per conversazioni che potevano crescere in profondità perché non partivano da zero ogni volta. Quando racconto un aneddoto che tutti conoscono posso esplorare sfumature emotive e morali con minor attrito. La memoria condivisa è stata una colonna portante della socialità pre digitale.
Ruoli chiari e mentori improvvisati
Negli anni 60 i confini tra generazioni erano più attraversabili in senso pratico. Un ragazzo poteva passare un intero pomeriggio con un artigiano e imparare a osservare, a chiedere, a rimediare. Questi incontri funzionavano come sessioni di coaching non ufficiali che oggi sono rare. L apprendimento sociale era spesso tattile e contestuale. Oggi molte competenze relazionali si apprendono in stanze separate o dietro uno schermo; allora si imparavano sporchi di polvere e di errori davanti a un banco di lavoro o a una radio accesa.
Il valore della noia
Un elemento che quasi nessuno osa elogiare è la noia. Negli anni 60 la noia non era un vuoto da riempire con stimoli infiniti ma una condizione che induceva a guardare l altro con intenzione. La noia creava spazio per l osservazione lunga, per i silenzi che poi diventavano parole importanti. Oggi la noia è spesso terapeuticamente neutralizzata da schermi che offrono distrazioni immediate. Ciò che si perde non è solo la noia ma la pazienza necessaria a trasformarla in conversazione.
“We expect more from technology and less from each other.” Sherry Turkle Professor of the Social Studies of Science and Technology Massachusetts Institute of Technology.
La citazione di Sherry Turkle, studiosa che osserva le trasformazioni della conversazione nella vita digitale, non è un giudizio assoluto. È però un aiuto per capire che quello che diamo ai dispositivi corrisponde a quello che togliamo alle interazioni umane. Non si tratta di demonizzare ma di riconoscere scelte sociali.
Qualche idea non banale che pochi discutono
Primo. La profondità degli anni 60 era spesso verticale piuttosto che orizzontale. Le relazioni tendevano a consolidare gerarchie e narrazioni condivise, il che in certi casi escludeva diversità e dissenting voices. Non dico che tutto fosse meglio. Dico che la profondità aveva costi che oggi raramente misuriamo.
Secondo. L economia dell attenzione dell epoca era sincronica: quando qualcuno era presente, davvero lo era. Le interazioni asincrone moderne hanno aumentato l ampiezza degli scambi ma ridotto la responsabilità immediata. Il risultato è una conversazione che spesso non chiede conto del suo impatto in tempo reale.
Terzo. La dimensione fisica delle relazioni contava: gesti, posture, odori. Sono segnali che non si possono comprimere in 280 caratteri. Anche questo contribuisce a una sensazione di profondità che oggi si fatica a replicare.
Cosa possiamo rubare ai 60s kids senza tornare indietro
Non sto proponendo una macchina del tempo o una rinuncia totale alla tecnologia. Sto suggerendo esercizi di radicale semplicità. Rituali che impongono presenza, pratiche per allenare l ascolto prolungato, spazi non mediati dove la memoria collettiva può ricostruirsi. Anche le città possono disegnare luoghi che incoraggiano la durata della conversazione piuttosto che la sua velocità. Sono cambiamenti che non costano molto in termini materiali ma richiedono volontà culturale.
Un piccolo esperimento personale
Qualche settimana fa ho trascorso tre ore in un bar senza controllare il telefono. Non era una prova eroica. Era fastidioso, confesso. Ma alla seconda ora la conversazione con uno sconosciuto è scivolata in un tema che non avremmo avuto il tempo di esplorare se avessimo avuto la paura di non rispondere a una notifica. Non voglio fare della mia esperienza una regola universale. Voglio però sostenere che pratiche deliberate generano risultati non banali.
Conclusione aperta
Se i ragazzi degli anni 60 socializzavano in profondità non fu per un elisir perduto ma per pratiche ripetute e strutture sociali che premiano la durata. Possiamo apprenderne le tecniche senza rinunciare ad altri vantaggi contemporanei. Ma richiederà scelte e ostinazione. La domanda controversa che lascio irrisolta è questa: siamo disposti a pagare il costo della profondità oggi che la distrazione è a portata di mano?
Di seguito una sintesi operativa e alcune risposte a domande frequenti che spesso mi pongono i lettori quando affronto questo tema.
Tabella di sintesi
| Elemento | Descrizione |
|---|---|
| Economia dell attenzione | Distribuzione diversa che favoriva durata e presenza piuttosto che ampiezza simultanea. |
| Rituali sociali | Pratiche ricorrenti che obbligavano a investire tempo e attenzione. |
| Memoria condivisa | Storie comuni che facilitavano conversazioni profonde senza ripartire da zero. |
| Mentorship informale | Interazioni intergenerazionali pratiche che allenavano l osservazione e l ascolto. |
| Noia produttiva | Spazio mentale che favoriva l esplorazione e l ascolto prolungato. |
FAQ
1 Che cosa rendeva davvero diversi i ragazzi degli anni 60 nel modo di socializzare?
Non c era un singolo fattore ma una combinazione di elementi sociali e pratici. Rituali condivisi e necessità di presenza fisica imponevano una certa durata alle interazioni. Inoltre la memoria collettiva locale offriva un terreno comune per conversazioni profonde. Era una differenza strutturale piuttosto che morale: non migliori o peggiori, soltanto diverse priorità relazionali.
2 Possiamo riconquistare quella profondità senza rinunciare alla tecnologia?
Sì, in parte. La tecnologia non è neutra ma nemmeno irreversibile. È possibile ricreare spazi e pratiche che favoriscono attenzione prolungata: stanze senza dispositivi, rituali comunitari, incontri regolari. Non si tratta di vietare ma di progettare l uso degli strumenti per servire obiettivi relazionali precisi.
3 Non è la nostalgia a parlarci quando sosteniamo che era meglio prima?
La nostalgia certamente colora la percezione. Tuttavia ci sono dati e osservazioni concrete che mostrano come alcune «tecniche» relazionali fossero più diffuse e più esercitate. Il punto è separare il sentimento dall analisi e chiedersi quali pratiche antiche possono essere integrate oggi con vantaggi reali.
4 Come misuro se una conversazione è profonda oggi?
La profondità non ha una misura semplice. Si può però valutare la qualità osservando la durata dell ascolto senza interruzioni, la capacità di tornare su temi complessi, la presenza emotiva delle persone coinvolte e la quantità di negoziazione di punti di vista. Non è un test scientifico ma una scala pratica che può aiutare a riflettere sulle abitudini relazionali.
5 Serve una politica pubblica per promuovere questo tipo di socialità?
Forse non serve una legge ma serve progettazione urbana e culturale. Spazi pubblici che invitano alla permanenza, programmi educativi che valorizzano l ascolto prolungato e incentivi per attività intergenerazionali possono creare condizioni favorevoli. Non è una panacea ma è un modo per ripensare la città come ambiente di apprendimento sociale.