Cresciuto a scrivere di vite ordinarie e scelte quotidiane, ho sempre avuto un sospetto: che i settantenni felici non siano nati diversi ma abbiano accumulato una disciplina emotiva invisibile. Non è un trucco di marketing né un rituale new age. È un’abitudine che assomiglia a un esercizio mentale e ha radici nella ricerca. In questo pezzo provo a spiegare perché vedo così tanti over 70 praticare positività deliberata e perché la scienza lo conferma: non è destino, è allenamento.
La positività come pratica quotidiana e non come stato permanente
Ho osservato donne e uomini che ogni mattina si concedono pochi minuti di qualcosa che assomiglia a una preghiera laica. Non ripetono frasi fatte. Ricordano tre piccoli gesti che hanno funzionato il giorno prima. Non c’è edulcorazione. Piuttosto una scrupolosità che cerca tracce di significato. Questa differenza è cruciale: la positività non è una legge naturale, è una politica personale. Chi la pratica la tratta come un mestiere, con la stessa cura di chi mantiene un orto o sistema i conti.
Perché proprio dopo i 70 anni?
Non è un mistero biologico che scatta a quell’età. Piuttosto, è il risultato di conti emotivi che si fanno più espliciti. Dopo decenni si è costretti a scegliere dove mettere l’attenzione. Alcuni scelgono la rimuginazione, altri la curiosità. La persona che sceglie la curiosità trova spesso che i piccoli investimenti quotidiani — ricordare un piacere, telefonare a un amico, osservare un colore — moltiplicano risorse sociali e cognitive. Non è ottimismo ingenuo. È strategia. È anche, ecco la mia opinione, una vendetta sottile contro l’idea che diventare anziani significhi arrendersi alle grandi paure che circondano la vecchiaia.
La scienza che sostiene l’allenamento emotivo
Le ricerche di decenni indicano che la mente umana è più plastica di quanto molti credano. Non parlo di miracoli ma di interventi ripetuti che producono scarti concreti. Il concetto di learned optimism e la teoria broaden and build sono veri punti di riferimento. Non li uso come mantra ma come mappe: indicano dove alcune persone fanno scelte che amplificano capacità e relazioni.
“Changing the destructive things you say to yourself when you experience the setbacks that life deals us is the central skill of optimism.” Martin E. P. Seligman Professor of Psychology University of Pennsylvania.
La frase di Martin Seligman non è un’illusione carina. È un promemoria pratico: la riformulazione interna è un gesto tecnico. Molti settantenni che conosco non si limitano a pensare positivo. Smontano il racconto mentale che li porta alla disperazione. Lo fanno con rigore e spesso con un po’ di ironia verso sé stessi.
“Positive emotions broaden our thinking. Over time having a steady diet of broadened awareness helps people to learn and grow.” Barbara L. Fredrickson Kenan Distinguished Professor Department of Psychology and Neuroscience University of North Carolina at Chapel Hill.
Fredrickson ci ricorda l’effetto cumulativo. Non un singolo gesto catartico ma una dieta quotidiana di piccoli stimoli che ampliano prospettive e costruiscono risorse. È interessante notare che questo processo non cancella il negativo. Lo rende meno dominante. Non suggerisco ipocrisia emotiva; dico che la pratica costante cambia il bilancio delle esperienze.
Osservazioni personali che non trovi nei saggi accademici
La pratica della positività negli over 70 spesso si mescola a rituali non spettacolari: riordinare una fotografia, aggiungere un ingrediente a una zuppa, riscrivere una lettera mai inviata. Sono atti che costringono la mente a diversificarsi. Questo è ciò che vedo: non la fuga dal dolore ma una frammentazione del dolore in elementi gestibili. La curiosità fa da interruttore.
Altro elemento: l’orgoglio per la propria routine. Non l’orgoglio narcisistico ma la soddisfazione di aver mantenuto una pratica. È una forma di responsabilità verso se stessi. Questo mi sembra un antidoto potente contro la passività verso l’età avanzata.
Non tutto funziona per tutti
Non voglio sembrare dogmatico. Alcune persone non traggono giovamento dalla positività ripetuta. Per alcuni la pratica può suonare forzata o perfino alienante. La mia posizione è netta: la positività è uno strumento tra tanti. Applicata male diventa una maschera. Applicata con attenzione diventa risorsa.
Come la comunità e le piccole strutture contano più delle grandi tecniche
Le persone che praticano positività con successo raramente lo fanno in isolamento. Hanno spazi sociali dove questa pratica viene rinforzata. In Italia questo assume forme particolari: il bar sotto casa, il gruppo parrocchiale, il corso di pittura al centro civico. Non è necessario che tutto sia ufficiale. Spesso basta un luogo dove il comportamento positivo trova feedback veri e non performativi.
Ciò che osservo e sostengo è che la positività allenata è un atto sociale tanto quanto individuale. Non c’è separazione tra mente che pratica e ambiente che ricompensa.
Conclusione aperta
Preferisco lasciare alcune cose in sospeso: non ho la presunzione di dire che la positività allenata sia la soluzione definitiva per l’invecchiamento. È però una strategia misurabile e ripetibile che molti settantenni adottano con risultati evidenti nella qualità della vita percepita. La domanda che rimane è se la società saprà creare più contesti dove questa pratica viene coltivata e non dipinta come un lusso per chi ha tempo.
Tabella riassuntiva
| Idea chiave | Spiegazione sintetica |
|---|---|
| Positività come pratica | Routine quotidiana che modella attenzione e narrativa interna. |
| Allenabilità | Ricerche indicano che l ottica e la riformulazione possono essere apprese. |
| Effetto cumulativo | Piccoli gesti ripetuti costruiscono risorse sociali e cognitive. |
| Contesto sociale | Luoghi e relazioni amplificano o ostacolano la pratica. |
| Limiti | Non è una cura universale e può risultare forzata se applicata male. |
FAQ
Che cosa significa che la positività e allenabile?
Significa che atteggiamenti e modi di raccontarsi possono essere modificati attraverso pratiche ripetute. La ricerca sulla learned optimism e sulla broaden and build theory mostra che modificare il nostro modo di interpretare gli eventi e aumentare la frequenza di emozioni positive produce cambiamenti non effimeri nella vita quotidiana. Non prometto miracoli ma cambiamenti incrementali che si accumulano nel tempo.
Quali sono le pratiche concrete che funzionano per gli over 70?
Le pratiche non sono universali. Ciò che vedo funzionare spesso include il ricordare tre cose positive al giorno attenzione intenzionale a piccoli piaceri conversazioni che alimentano curiosità e l impegno in attività che creano risultati concreti. La chiave è la ripetizione e il feedback sociale che conferma l utilità della pratica.
La positività allenata toglie valore alle emozioni negative?
No. La pratica efficace non cancella la tristezza o la rabbia. Serve a impedire che queste emozioni monopolizzino l attenzione. In altre parole la positività allenata amplia il campo visivo emotivo per includere risorse che permettono di affrontare il negativo con maggiore capacità di scelta.
Serve un professionista per cominciare?
Non sempre. Molti cominciano da soli. Però la guida di un facilitatore esperto o di gruppi strutturati può accelerare i progressi e ridurre il rischio di applicazioni superficiali. Dipende dalle esigenze personali e dal contesto sociale.
Quante volte al giorno bisogna praticare?
Non esiste una regola fissa. Per molti, alcuni minuti al mattino e qualche breve esercizio serale sono sufficienti. L importante è la coerenza e il senso di proprietà sulla pratica. Preferisco qualità e frequenza irregolare ma autentica a rituali rigidi e compulsivi.
Ci sono limiti culturali alla diffusione di questa pratica in Italia?
Sì. In Italia il valore posto sulle relazioni faccia a faccia e sui rituali comunitari può essere un vantaggio ma la stigmatizzazione dell autoaffermazione può rendere la pratica meno esplicita. Il risultato è che molte persone praticano positività senza chiamarla così. Riconoscerlo può aiutare a diffondere approcci utili senza imporre etichette.