C’è una scena che ormai vedo spesso nei bar e nelle aule coworking: un uomo sulla cinquantina che lavora sul suo taccuino o sul portatile e sembra immerso in un flusso di attenzione che dura. Vicino, un ventinovenne scorre, risponde a una notifica, apre una nuova app, si distrae. Non è solo nostalgia. È un fenomeno riconoscibile e ricorrente. Ma perché davvero le persone nate negli anni 70 riescono così spesso a concentrarsi per ore senza distrazioni e i giovani no.
L’errore di spiegare tutto con lo schermo
La risposta rapida sarebbe dare la colpa agli smartphone. Semplice, elegante, vendibile. Eppure è una spiegazione parziale. È vero che il contesto tecnologico ha cambiato l’ecosistema dell’attenzione, ma la tecnologia da sola non spiega la differenza generazionale. Ripetere il mantra screens equal short attention è comodo ma impreciso. Per capire bisogna scavare sotto la superficie: abitudini formative, aspettative culturali, modelli di lavoro, relazioni sociali, e anche il linguaggio con cui ciascuna generazione ha imparato a misurare se stessa.
La scuola dei 70 e il training dell’attenzione
Chi è cresciuto negli anni 70 ha vissuto un’infanzia e un’adolescenza dove la disponibilità dell’informazione era lenta e sequenziale. Leggere un libro richiedeva passaggi fisici e spesso sociali: andare in biblioteca, discutere un testo a scuola, passare ore a copiare appunti. Quel tipo di ambiente non solo favoriva la concentrazione, ma creava anche una grammatica dell’attenzione. Non significa che tutti allora fossero più intelligenti o più disciplinati; significa che il sistema educativo e sociale premiasse determinati sforzi mentali.
Abitudini che diventano infrastrutture
Le routine ripetute — prendere il treno, studiare in silenzio dopo cena, lavorare su progetti che richiedevano più giorni — hanno costruito una specie di infrastruttura personale dell’attenzione. Le abitudini che oggi chiamiamo noiose erano, senza pretendere moralismi, un allenamento cognitivo. Questa non è eroizzazione: è una constatazione di come certi ambienti modellano capacità.
I giovani non sono difettosi sono diversi
È irritante sentir dire che i giovani di oggi sono semplicemente distratti o incapaci. Non è così. Hanno sviluppato abilità di selezione e reattività che i nati negli anni 70 non avevano: scansione rapida di informazioni, capacità di sintetizzare contenuti multimediali, gestione simultanea di reti sociali digitali. Il punto è che queste abilità rispondono a criteri diversi. Dove serve profondità, spesso la profondità manca; dove serve adattabilità, spesso eccellono.
Il lavoro che cambia la struttura dell’impegno
Molti lavori moderni richiedono risposte veloci, microdecisioni e un continuo rimbalzo tra conversazioni asincrone. Non è una malattia. Però quando una attività richiede immersione prolungata, il sistema di priorità mentale dei giovani non sempre è ottimizzato per resistere alle interruzioni continue.
“Blanket bans on teen smartphone use are unrealistic and potentially detrimental.”
Questa riflessione di Amy Orben mi sembra utile perché ricorda che la soluzione non è la repressione. L’attenzione non è un’abitudine che si impone dall’alto con una regola sola. Serve progettare spazi e pratiche che permettano alle persone di trovare il proprio ritmo.
Una teoria meno comune: la memoria epica dell’investimento
Propongo un concetto che vedo raramente nei post virali: la memoria epica dell’investimento. Le persone nate negli anni 70 portano dentro di sé storie concrete di impegno che hanno avuto ritorni tangibili. Hanno esperienze lavorative dove il saper rimanere concentrati ha prodotto risultati visibili, valutabili nel mondo reale. Quella memoria di investimento funziona come un circuito di rinforzo secondario: più ti focalizzi e più hai prove che focalizzarsi paga. È una forma di apprendimento emotivo-cognitivo che non si trasferisce automaticamente in ambienti dove il feedback è rapido e frammentato.
Il valore dell’attenzione come valuta sociale
In alcune culture del lavoro degli anni 90 e 2000 l’attenzione era una valuta riconosciuta. Un collega che stava ore su un progetto veniva visto come affidabile. Oggi la valuta sociale è spesso visibilità immediata. Questo sposta incentivi e crea cicli di attenzione che premiano quello che si vede subito.
Non è solo tecnologia o educazione. È filosofia pratica.
Molti giovani credono che l’efficienza debba essere misurata in output rapidi. Molti nati negli anni 70 misuravano l’efficacia in sigilli di qualità accumulati nel tempo. Entrambi i modi hanno limiti e punti di forza. Io non voglio santificare la lentezza, né voglio criminalizzare la velocità. Sto sostenendo che riconoscere la differenza è un primo passo per riprogettare ambienti dove la profondità sia possibile anche per chi è cresciuto con smartphone.
Cose pratiche ma non scontate
Non dico di spegnere i telefoni e tornare all’analogico con sons of thunder. Dico che alcuni strumenti possono mimare le condizioni che favorivano la concentrazione: segnali chiari di inizio e fine lavoro, contratti sociali temporanei che sospendono interruzioni, spazi fisici e digitali con regole condivise. Sarebbe bello se le aziende e le scuole creassero architetture dell’attenzione invece di limitarsi a politiche punitive o a lasciare tutto al libero mercato delle notifiche.
Una domanda aperta per lettori che vogliono sperimentare
Se sei giovane e vorresti provare a concentrare le tue ore come facevano quelli nati negli anni 70, prova un esperimento: scegli una attività che richiede profondità e fallì per mezzogiorno. Ripeti il tentativo per una settimana e annota qualcosina ogni giorno su cosa è cambiato. Non ti prometto miracoli, ma prometto dati di prima mano. I cambiamenti reali partono sempre da piccoli esperimenti privati.
Conclusione personale
Io credo che la nostalgia per la concentrazione dei 70 abbia ragioni fondate, ma non è una medicina universale. Il vero sbaglio sarebbe voler riportare il mondo indietro. Il compito urgente è costruire condizioni in cui chiunque, di qualsiasi generazione, possa scegliere il tipo di attenzione che serve al momento. Questo è un progetto culturale più che tecnologico.
| Idea chiave | Perché conta |
|---|---|
| Formazione e ambiente | Creano infrastrutture dell’attenzione. |
| Memoria dell’investimento | Rinforza la motivazione alla profondità. |
| Incentivi sociali | Spingono verso visibilità o profondità a seconda del contesto. |
| Soluzioni pratiche | Non sono solo bandiere contro gli smartphone ma progettazione di spazi e regole. |
FAQ
1. È vero che gli smartphone stanno rovinando l’attenzione dei giovani?
Non completamente. Gli smartphone cambiano le condizioni e introducono interruzioni più frequenti. Questo rende difficile sostenere un’attenzione prolungata se l’ambiente sociale e lavorativo non supporta immersione. Perciò non è corretto dire che gli smartphone da soli ‘rovino’ l’attenzione: sono parte di un sistema più ampio che include scuola lavoro cultura e incentivi sociali.
2. Posso imparare a concentrarmi come le persone nate negli anni 70?
Sì, con pratiche deliberate e cambiamenti di contesto. Non è un trasferimento automatico di abilità: richiede creare segnali esterni che riducano le interruzioni e costruire piccole vittorie che ricompensino la profondità. Esperimenti quotidiani e contratti sociali con colleghi o familiari possono accelerare il processo. Non è una ricetta unica ma una serie di strumenti da testare.
3. Le scuole dovrebbero insegnare l’attenzione? Come?
Invece di insegnare l’attenzione come concetto astratto, le scuole potrebbero offrire pratiche concrete: sessioni di lavoro senza interruzioni, compiti che richiedono elaborazione a lungo termine, feedback a distanza di settimane invece che in tempo reale. Si tratterebbe di costruire abitudini non di punire i dispositivi elettronici.
4. I datori di lavoro possono fare qualcosa di concreto?
Sì. Le aziende possono creare finestre protette per lavoro profondo, ridisegnare le riunioni per evitare frammentazione, e misurare il successo su obiettivi di qualità non solo sulla velocità o presenza digitale. Sono cambiamenti gestionali più che tecnologici.
5. Perché non tutti nati negli anni 70 sono bravi a concentrarsi?
Perché l’attenzione è influenzata da molti fattori: personalità, salute mentale, condizioni di vita e lavoro. Le esperienze formative danno vantaggi statistici ma non determinano individui. È importante non trasformare un’osservazione sociale in una regola psicologica rigida.