Perché gli psicologi dicono che chi è nato tra gli anni 60 e 70 regge meglio la pressione

La generazione nata negli anni 60 e 70 viene spesso descritta come più solida di fronte alle crisi. Non è solo nostalgia o stereotipo. Cè una combinazione di abitudini sociali formative, contesti materiali e pratiche quotidiane che hanno costruito nervi diversi. Qui provo a spiegare perché, a mio avviso, questo gruppo sembra maneggiare meglio lo stress contemporaneo rispetto ai più giovani e perché dovremmo smettere di banalizzare questa differenza come semplice fortuna anagrafica.

Un mondo meno urlato

Non parlo di romanticherie. Parlo di stimoli. Chi è cresciuto senza notifiche, schermi sempre lì a strappare attenzione e ritmi iperaccelerati ha imparato, quasi per forza, a tollerare periodi senza input esterni. Questa tolleranza è una muscolatura psicologica: quando la velocità del mondo cala, il sistema nervoso recupera. Non è una garanzia di invulnerabilità ma una riserva di calma che emerge quando serve.

La pazienza come tecnologia

La pazienza era una tecnologia pratica: la posta impiegava giorni, comprare significava aspettare, riparare costava tempo. Tutto ciò allenava la capacità di rimandare la gratificazione e di tollerare frustrazione senza panico immediato. È una spiegazione che non piace agli amanti delle spiegazioni facili, ma osservare come reagiscono alle emergenze persone con questa storia è istruttivo: spesso respirano prima di muoversi.

Locus interno e responsabilità concreta

Un tratto che osservi spesso in questa generazione è un senso più marcato di responsabilità personale inteso come abilità pratica. Quando il frigorifero si rompe non si chiama subito un servizio online e si aspetta la consegna di uno nuovo. Si smonta, si prova, si aggiusta. Questa attitudine non è eroica. È pragmaticamente utile: la sensazione di poter fare qualcosa diminuisce lansia acuta e crea soluzioni, spesso imperfette ma funzionanti.

“Resilience is not about never breaking. It’s about learning that breaking is survivable.” Dr John Ratey Clinical Professor of Psychiatry Harvard Medical School.

Questa citazione non è un mantra ma un punto di vista clinicamente utile. Non tutte le persone nate in quegli anni la incarnano, certo. Ma il contesto sociale ha incentivato ripetuti piccoli fallimenti dai quali rialzarsi senza eccessiva medicalizzazione emotiva.

Comunità e confronto diretto

Le relazioni di vicinato, le reti di lavoro stabili, le conversazioni faccia a faccia non filtrate da emoji hanno formato abilità comunicative preziose. Uno scontro veniva gestito nella stessa stanza; questo portava a un allenamento della regolazione emozionale che oggi si vede meno. Non è che gli altri non possano imparare queste competenze; è che la pratica ripetuta le ingrassa nel tempo.

Il costo di certe virtù

Non essere ipercritico: questo approccio ha anche lati oscuri. Alcuni hanno interiorizzato il non chiedere aiuto, confondendo resilienza con isolamento. E la rigidità emotiva può mascherare traumi non elaborati. Io stesso ho visto anziani apparentemente calmi che evitavano medici o terapie per orgoglio. Non è sempre salutare sul lungo periodo. Però sui compiti immediati di gestione della pressione quotidiana spesso risultano efficaci.

Rituali minimi e autonomia

La quotidianità di allora obbligava a gestire spese, riparazioni, lavori domestici con una manualità emotiva che oggi molte app sostituiscono. Questo genera un effetto collaterale positivo: la fiducia nelle proprie capacità pratiche riduce la sensazione di impotenza che alimenta lansia. È qualcosa di meno studiato nelle ricerche mainstream ma che ho osservato in decine di conversazioni con persone nate in quegli anni.

La lettura che manca nei soliti pezzi

Molti articoli celebrano la resilienza di questa generazione ma raramente sottolineano che gran parte di quella resistenza è emersa da carenze sociali. Hanno dovuto arrangiarsi perché non esistevano reti di protezione diffuse. Quindi non è virtù astratta; è adattamento a un contesto meno indulgente. Questo rende la lezione complessa: non vogliamo tornare a reti sociali più fragili, ma possiamo selezionare dalle vecchie pratiche elementi utili per la nostra era iperconnessa.

Perché oggi queste qualità sembrano più rare

I giovani oggi affrontano una sovrastimolazione costante e una precarietà temporale diversa. Non è soltanto la presenza di smartphone: è lidea che ogni problema debba avere una soluzione istantanea. Quella pressione continua logora la capacità di attesa e la pazienza. Di conseguenza, chi è cresciuto negli anni 60 e 70 appare più resistente perché ha avuto occasioni ripetute di fronteggiare attese reali e problemi concreti senza ricorrere a soluzioni immediate.

Non è colpa di nessuno

Non siamo davanti a un giudizio morale. Io non penso che i giovani siano deboli per scelta. Le condizioni storiche plasmano comportamenti. Quello che suggerisco, e che ripeto anche a me stesso, è che alcune abitudini dimenticate possono essere riprese senza romantizzarle.

Conclusione aperta

Se la tua curiosità è pratica e non retorica potresti provare a prendere in prestito alcune strategie quotidiane: aspettare consapevolmente, aggiustare prima di sostituire, parlare di persona quando la cosa conta davvero. Non sono regole rigide. Sono esperimenti che funzionano solo se adattati. Non offro soluzioni definitive. Offro tracce per ripensare come affrontiamo la pressione oggi mettendo insieme elementi del passato e opportunità del presente.

Tabella riassuntiva

Fattore Perché conta Impatto sulla pressione
Meno stimoli continui Maggiore tolleranza per lattesa Riduce reattività immediata
Autonomia pratica Esperienza diretta nel risolvere problemi Aumenta senso di controllo
Confronto faccia a faccia Allenamento nella regolazione emozionale Migliora gestione dei conflitti
Rituali e pazienza Abitudine alla gratificazione differita Diminuisce impulsività sotto stress
Limiti Rischio di non chiedere aiuto Può nascondere difficoltà non risolte

FAQ

1 Chi nasce negli anni 60 e 70 è automaticamente più resistente?

No. Non è una regola universale. Le esperienze individuali variano molto. Quel che possiamo dire è che i contesti dei decenni passati tendevano a favorire pratiche che oggi assoceremmo a una maggiore capacità di tollerare lo stress. Alcuni individui hanno beneficiato di questo ambiente, altri invece ne sono usciti con ferite invisibili. La generalizzazione ha senso a livello di trend sociologico ma non per predire il comportamento di una singola persona.

2 Le tecnologie moderne hanno solo effetti negativi sulla capacità di gestire la pressione?

Assolutamente no. La tecnologia offre strumenti di connessione, accesso allinformazione e supporti che prima non esistevano. Il problema non è la tecnologia in sé ma come condensiamo tempo e attenzione attorno ad essa. La soluzione non è demonizzarla ma imparare a usarla con criteri che riducano la sovrastimolazione quando serve.

3 È possibile insegnare a un giovane le abilità osservate negli anni 60 e 70?

Sì. Alcune pratiche sono trasferibili: esercizi di attesa intenzionale, compiti pratici che richiedono ripetizione, dialoghi faccia a faccia non mediati dalle app. Sono interventi semplici e quotidiani. Cambiare abitudini richiede tempo e scelta intenzionale più che colpevolizzare generazioni. La ripetizione è la chiave: la pazienza si allena come un muscolo.

4 Questi tratti sono stati studiati scientificamente?

Esistono ricerche che mostrano come la risposta allo stress cambi con l’età e come contesti sociali differenti plasmino capacità di coping. Molti studi mostrano un miglioramento della regolazione emotiva con l’età adulta e collegamenti tra coesione sociale e minori indicatori di stress. La letteratura è vasta e non univoca ma offre basi empiriche per le osservazioni riportate nellarticolo.

5 Cosa rischia chi idealizza troppo questa generazione?

Lidealizzazione porta a ignorare i problemi reali che molte persone di quella epoca hanno affrontato. Può anche spingere a una comprensione semplicistica: la resilienza non è un trofeo da attribuire automaticamente a unanno di nascita. Meglio usare la storia come fonte di spunti che come giudizio netto.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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