Ricevere affetto. Due parole che oggi si leggono sui social come se fossero una condizione normale e semplice. La realtà però è più frammentata: per molte persone quel gesto semplice scatena una reazione interna che assomiglia più a un cortocircuito che a una carezza. In questo articolo provo a spiegare perché ricevere affetto può essere scomodo. Non darò ricette magiche. Piuttosto offrirò intuizioni concrete e qualche opinione scomoda, insieme a una citazione autorevole che è utile tenere a mente.
Non è solo timidezza
Quando qualcuno dice che si vergogna o è timido nel ricevere affetto, spesso riduciamo tutto a un tratto di personalità. Non è così lineare. La sensazione di disagio può nascere da un intreccio di storia personale, aspettative culturali e meccanismi nervosi che regolano il contatto. Alcune persone storcono la bocca di fronte a un abbraccio perché il gesto attiva memorie corporee che non hanno nulla a che fare con la timidezza del momento.
La memoria del corpo che parla prima della testa
Il corpo registra prima delle parole. Se in passato l’affetto è stato condizionato a ricompense o a punizioni, allora il sistema nervoso impara a collegare quel gesto a conseguenze potenti. Questo non è un peccato morale. È apprendimento pavloviano che si ostina a restare anche quando la mente sa che ora le cose sono diverse.
Il nodo dell’intimità e della vulnerabilità
Affetto e vulnerabilità sono amici stretti e questo spaventa. Ricevere carezze o parole affettuose obbliga a lasciare un margine di spazio interno non protetto. Per chi ha tessuto barriere di protezione nel tempo quel margine somiglia a una falla. Non sorprende quindi che alcune persone preferiscano evitare l’affetto: è una misura di autoprotezione, non un difetto di carattere.
We cultivate love when we allow our most vulnerable and powerful selves to be deeply seen and known and when we honor the spiritual connection