Cresciuti in un mondo con meno comfort immediati e più responsabilità pratiche molte persone nate negli anni 60 e 70 mostrano oggi una capacità di resistere e adattarsi che raramente viene descritta con tanta semplicità. Non è nostalgia. Non è un elogio postumo e sbiadito. È un osservare come certe condizioni di vita plasmano strumenti psicologici concreti. Qui provo a spiegare perché questa generazione sembra aver sviluppato una resilienza che altri hanno poi codificato e chiamato con un nome snello e internazionale.
Una definizione che arriva dopo l esperienza
La parola resilienza è entrata nel lessico popolare molto dopo che molte persone nate negli anni 60 e 70 avevano già imparato a farne uso quotidiano. Loro non l hanno studiata in corsi universitari. L hanno praticata facendosi carico di responsabilità familiari da giovani. L hanno usata quando il telefono fisso era l unica linea con il mondo e un viaggio era un investimento di tempo che non si annullava con un click. Queste esperienze hanno generato abilità che oggi sono misurate con scale psicometriche ma che una volta erano semplicemente routine.
Non più eroismo che racconti
Non voglio sacralizzare. Ci sono stati abusi di queste aspettative. Ci sono stati silenzi imposti e scelte sbagliate fatte in nome del dovere. Ma se si separa l ideale dalla voce che lo racconta emerge un fatto semplice. La necessità favorisce pratiche emotive. E le pratiche ripetute diventano competenze.
Tre tratti che distinguono quella resilienza
Prima di seguire una lista formale lascia che annoti qualcosa che i dati non sempre dicono. La resilienza che osservo è pratica. È fatta di gesti ripetuti. Implica la capacità di tollerare un problema fino a quando non si trova una soluzione. Questo tipo di resilienza non viene da un libro. Si apprende quando l auto si rompe e non hai la garanzia di essere tirato su da un carro attrezzi in due ore. Si apprende guardando un genitore che rimbalza da un licenziamento e rimette insieme la giornata. Ecco tre tratti distintivi che spesso emergono.
Frustrazione tollerata come norma
La priorità non era l immediato conforto. Se qualcosa era sbagliato si cercava di sistemarlo. Questa pratica ha alzato la soglia del fastidio. Non parlo di sopportazione estrema. Parlo di capacità di rimanere efficaci nonostante il disagio. È una disposizione che semplifica decisioni lunghe e riduce il rumore emotivo che oggi spesso confonde la scelta.
Indipendenza radicata
Chi è nato negli anni 60 e 70 spesso ha imparato un auto affidamento pratico. Saper aggiustare una cosa, saper capire quando chiedere aiuto, saper valutare il costo reale di una scelta. Non è mancata la rete di relazioni ma la loro funzione non è stata sempre quella di sollevare dall azione. Questo favorisce un comportamento meno narrato e più eseguito.
Routine di resilienza
Non è tutto improvvisazione. Molte persone hanno rituali quotidiani di cura e responsabilità che sostengono la capacità di recupero. Non sono pratiche eroiche. Sono semplici abitudini che riducono il dispendio cognitivo e lasciano risorse per i problemi davvero nuovi.
La resilienza non è solo resistenza allo stress. E la capacit di recuperare e adattarsi. Le generazioni cresciute negli anni 60 e 70 hanno spesso imparato questo per via esperienziale piuttosto che per via teorica. Dr Crystal Saidi psicologa presso Thriveworks.
Perch questa osservazione non è banale
Perché oggi la parola resilienza è ovunque e rischia di svuotarsi. Conosciamo tutti le liste di consigli che promettono di rafforzare la resilienza in dieci semplici passi. Non dico che siano inutili. Dico che non sostituiscono l esperienza. Nell esercizio quotidiano di responsabilità e incompiutezza si costruisce qualcosa che le liste non colgono: la soglia di tolleranza e la pazienza operativa.
Il prezzo nascosto
Studiare questa resilienza significa anche riconoscere il prezzo pagato. Alcuni hanno sviluppato meccanismi che oggi si manifestano come difficoltà a esprimere fragilità. Alcuni adulti portano dentro abitudini di soppressione emotiva che richiedono attenzione. Se non lo si dice si rischia di usare la parola resilienza per legittimare l incapacità di cambiare condizioni sociali svantaggiose.
Cosa possiamo imparare senza idealizzare
Imparare non significa copiare pedissequamente il passato. Significa riconoscere che alcune condizioni ambientali producono abilità utili. Possiamo replicare certe pratiche senza tornare indietro. Dare tempo ai giovani per noia produttiva. Offrire compiti che richiedono perseveranza senza annullare la possibilità di errore. Valorizzare l indipendenza senza trasformarla in isolamento. Sono accorgimenti pratici che hanno poco a che vedere con gli slogan e molto con la postura educativa quotidiana.
La mia osservazione personale
Lavoro con famiglie e vedo spesso l effetto opposto. I giovani di oggi sono formati in un ambiente che celebra la velocit e la visibilit. Questa generazione anziana non era migliore. Era semplicemente diversa. Ma c è qualcosa di utile nella lentezza della loro quotidianit che varrebbe la pena inserirla nell educazione e nel lavoro di cura senza rimpiangere nulla.
Conclusione aperta
Non c è una risposta definitiva su quale generazione sia pi resiliente. Ci sono milioni di eccezioni. La mia tesi è semplice e per certi versi provocatoria. Chi è nato negli anni 60 e 70 ha spesso imparato pratiche di resilienza prima che la parola diventasse popolare. Riconoscerlo aiuta a costruire politiche e abitudini che non inseguono la forma ma cercano risultati concreti. Questo non è un rimpianto. È un invito a osservare meglio.
Riepilogo
| Idea chiave | Perch conta |
|---|---|
| Resilienza pratica | Si impara con compiti quotidiani pi che da teorie |
| Tolleranza alla frustrazione | Riduce il rumore emotivo e facilita le decisioni lunghe |
| Indipendenza operativa | Favorisce soluzioni autonome e responsabilit personale |
| Prezzo nascosto | Pu porta a soppressione emotiva se non riconosciuto |
Domande frequenti
Perch si dice che questa generazione abbia imparato la resilienza prima che fosse nominata?
Perch molte pratiche che oggi descriviamo con la parola resilienza erano parte delle routine di vita quotidiana. La tecnologia non offriva soluzioni istantanee e le responsabilit urgenti si affrontavano sul campo. Queste circostanze hanno creato un addestramento pratico che oggi viene studiato e nominato ma che allora era vissuto come normale. Non tutto quello che sembra resilienza era sano. Ci sono elementi di forza e elementi di costo emotivo che devono essere distinti.
La resilienza di quegli anni pu essere insegnata oggi?
Sì ma non tramite imitazione letterale. Alcune condizioni possono essere ricreate. Dare tempo libero non mediato dalla tecnologia. Proporre compiti che richiedono perseveranza. Promuovere responsabilit reali nella vita quotidiana. Però bisogna evitare di imporre silenzi emotivi o aspettative ingiuste. L insegnamento deve essere consapevole e accompagnato dal supporto emotivo che oggi spesso manca nelle pratiche storiche.
Questo significa che i giovani sono meno resilienti?
Non necessariamente. I contesti sono diversi e producono forme diverse di resilienza. I giovani di oggi mostrano adattamenti a ambienti digitali e cambiamenti rapidi che erano sconosciuti una volta. Il punto sta nel riconoscere che i tipi di stress sono cambiati e che gli strumenti adattivi devono essere diversi. Non si tratta di una gara generazionale ma di capire come trasferire competenze utili in contesti nuovi.
Come riconoscere se la resilienza di una persona è sana o dannosa?
Una resilienza sana permette il recupero e la crescita. Una resilienza trasformata in resistenza silente accumula costi emotivi e sociali. Osservare se la persona ha spazi per esprimere fragilit e se le sue reti di supporto funzionano sono indizi importanti. Anche la capacit di chiedere aiuto e di cambiare strategia segnala una resilienza flessibile. Ricordare che resistere non sempre equivale a stare bene a lungo termine.
Quali sono le responsabilit sociali nel valorizzare questa forma di resilienza?
Non dobbiamo usare la parola resilienza per giustificare mancanza di servizi e condizioni di lavoro ingiuste. Valorizzare competenze pratiche deve andare di pari passo con politiche che riducano carichi ingiusti e offrano supporti quando la resilienza non basta. La lezione positiva di certe generazioni sono pratiche da integrare in contesti che rispettino la dignit e il benessere delle persone.