Gli psicologi dicono che la generazione degli anni 60 si è allenata allo stress senza saperlo

Quando penso ai miei genitori o ai vicini nati negli anni 60 non vedo solo fotografie sbiadite e capelli spettinati. Vedo un archivio di pratiche quotidiane che, senza cerimonie, hanno costruito una capacità di reggere gli urti che oggi chiameremmo resilienza. Psicologists Say the 60s Generation Prepared for Stress Without Knowing It è una formula che suona ampollosa in inglese ma dietro c’è un fatto semplice: certi comportamenti sociali e culturali di quell’epoca hanno lasciato tracce psicologiche profonde.

Una resilienza non celebrata ma concreta

Non è che i nati negli anni 60 abbiano fatto yoga emotivo o frequentato seminari di gestione dello stress. È più probabile che abbiano imparato a convivere con limiti materiali, contesti politici in subbuglio e relazioni interpersonali che non si risolvevano con un messaggio sul telefono. Questa esposizione continua a piccoli doses ha forgiato una competenza pratica: tollerare l’incertezza, rimodulare aspettative, ripartire dopo un fallimento senza attendere una spinta esterna.

Perché non lo chiamavano stress training

All’epoca non esisteva il termine stress come lo intendiamo oggi. Le conversazioni in famiglia non erano focalizzate su autocura e burnout. Si parlava di lavoro, di bollette, di problemi concreti. Quella concretezza ha creato schemi mentali che preferiscono risolvere anziché rimuginare. È una forma di pragmatismo emotivo che appare brusca a chi è abituato a processi terapeutici più espliciti, ma per molti ha funzionato.

Non tutto è roseo: il prezzo nascosto dell’adattamento

Non si pensi però a un esercito di eroi emotivi. Molti hanno pagato con emozioni non elaborate: insicurezze sotterranee, difficoltà a chiedere aiuto, microtensioni nelle relazioni. Il risultato è una generazione capace ma spesso poco incline a verbalizzare il disagio. In alcune famiglie questo ha significato un modello relazionale che si tramuta in distanze affettive non sempre riconosciute come problemi.

Resilience is not about sucking it up or pulling yourself up by your bootstraps. It is the ability to recover adapt and grow through adversity. Boomers learned this out of necessity. Dr. Crystal Saidi Psy D Psychologist Thriveworks.

Questa dichiarazione della dottoressa Crystal Saidi appare in un articolo recente che ha ripreso la discussione sul valore formativo delle esperienze vissute dalla generazione del dopoguerra. Non è una lode incondizionata. Piuttosto è un riconoscimento: la resilienza che osserviamo non nasce solo da scelte consapevoli ma anche dall’assenza di alternative.

Il ruolo dei contesti sociali

Nelle città italiane degli anni 60 e 70 la routine era scandita da ritmi di lavoro diversi e da reti di vicinato più fitte. Le persone si prestavano attrezzi, si scambiavano servizi, litigavano e si riconciliavano di persona. Queste interazioni hanno allenato capacità sociali che oggi si traducono in una maggiore tolleranza a frizione e conflitto diretto. Non era tutto sano ma era formativo.

Perché questa storia riguarda anche noi

Se leggi questo pezzo e non sei nato negli anni 60 potresti pensare che non ti riguardi. In realtà la questione è più interessante: la generazione attuale può imparare da questa preparazione informale. Non per imitare gesti degli antenati ma per integrare alcuni meccanismi che funzionano ancora. La capacità di rimandare gratificazioni lunghe, la pratica di risolvere problemi sul momento, il saper tollerare noie prolungate sono tutte risorse utili nel caos digitale contemporaneo.

Non proponiamo nostalgie a buon mercato

Non voglio vendere un ritorno al passato né ignorare i limiti dei modelli che ho descritto. L’obiettivo è osservare con occhio critico: cosa di quell’educazione è utile oggi e cosa va lasciato dove appartiene. La generazione del digitale ha capacità che i sessantenni non avevano. Sarebbe però ingenuo rifiutarne del tutto il patrimonio di pratiche resilienti.

Osservazioni personali e piccoli esperimenti pratici

Parlare con amici e parenti nati negli anni 60 mi ha mostrato esempi banali ma illuminanti. Un vicino che ripara un tubo senza chiamare subito il tecnico. Una madre che affronta una difficoltà familiare con una lista di priorità minimale. Non sono esercizi eroici ma comportamenti che limitano il sovraccarico cognitivo. Vorrei che li consideraste come esperimenti sociali: provate a non rispondere immediatamente a ogni notifica per un giorno. Vedrete emergere una forma di tolleranza che non è semplice indifferenza ma scelta strategica.

Limiti della generalizzazione

Non tutte le persone nate negli anni 60 hanno sviluppato questi meccanismi. Esistono ampie differenze socioeconomiche e di genere. Molte di quelle pratiche nascevano dalla necessità materiale e non dalla volontà di costruire una mente forte. Questo fa la differenza nella qualità dell’adattamento e nelle conseguenze a lungo termine.

Conclusione aperta

Non ho la presunzione di dare risposte definitive. Offro un punto di vista tagliente e forse utile: la generazione degli anni 60 si è ritrovata, senza etichetta, allenata allo stress. Alcuni ne sono usciti arricchiti in strumenti pratici altri con debiti emotivi. Ciò che conta è recuperare la parte buona senza riprodurre i nodi che hanno fatto male.

Idea centrale Perché conta
Esposizione ripetuta a difficoltà Ha costruito tolleranza all’incertezza e strategie di problem solving immediato.
Relazioni faccia a faccia Hanno allenato competenze sociali non mediate da schermi.
Adattamento pragmatico Favorisce la risoluzione concreta ma può nascondere problemi emotivi non elaborati.
Messaggio finale Prendere il buono senza romanticizzare i limiti.

FAQ

1 Che cosa significa realmente che la generazione degli anni 60 era preparata allo stress?

Significa che molti individui di quella coorte hanno interiorizzato abitudini e pratiche che favoriscono la capacità di reggere eventi avversi. Non è una predisposizione genetica ma l’effetto di un ambiente che richiedeva soluzioni pratiche e immediate. La preparazione non era consapevole e non sempre salutare ma spesso efficace nell’affrontare problemi quotidiani.

2 Questo vale per tutte le persone nate negli anni 60?

No. Le esperienze personali variano molto in base a classe sociale area geografica genere ed eventi familiari. Alcuni hanno beneficiato di reti di sostegno altri ne sono stati privati. È un fenomeno di massa con tante eccezioni individuali.

3 Cosa possono imparare i giovani di oggi da quei modelli?

Possono imparare la pazienza pratica la capacità di tollerare l’attesa e la propensione a risolvere problemi con risorse limitate. Non si tratta di tornare indietro ma di integrare queste abilità con la consapevolezza emotiva e le possibilità terapeutiche moderne.

4 Ci sono rischi nel idealizzare quella generazione?

Sì. Idealizzare può nascondere dinamiche di repressione emotiva e resistenze a chiedere aiuto. Serve equilibrio: apprezzare ciò che funziona senza sminuire i danni evitabili che certe pratiche hanno causato.

5 Come riconoscere se un atteggiamento resilienti è sano o nocivo?

Un atteggiamento è sano quando permette di affrontare difficoltà senza negare emozioni e quando consente di cercare supporto. Diventa nocivo quando impedisce la comunicazione dei bisogni e isola la persona dietro una facciata di autosufficienza.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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