Cresciuti in un tempo senza notifiche costanti e con confini più netti tra pubblico e privato, molti nati negli anni 60 e 70 portano con sé una forma di resilienza che raramente fa rumore ma resiste. Non è nostalgia nostalgica o mitologia familiare. È un insieme di pratiche quotidiane, di piccole abitudini ripetute, che hanno temprato nervi e abitudini emotive. In questo pezzo provo a spiegare come e perché. E lo faccio in modo parziale, a volte provocatorio, perché la verità è complessa e perché certe cose si capiscono solo parlando con persone e ascoltando i loro silenzi.
Un carattere costruito senza manuale distratto
Non si diventa resilienti per decreto. Si diventa resilienti quando la routine ti mette davanti a inconvenienti che non si risolvono con un tap. Un autobus saltato, una telefonata che non arriva, una lavatrice che si guasta il giorno prima di una festa. Quelle frizioni non erano eventi epocali. Erano fastidi. Ripetuti. E la ripetizione insegna a reagire senza spettacolo. La persona che ha imparato a riparare, ad aspettare, a rimandare un capriccio sviluppa una soglia di tolleranza al disagio che oggi molti chiamano disturbi emotivi.
La pratica dell attesa
Imparare ad aspettare è meno poetico di quanto sembra. Non è virtù romantica. È allenamento nervoso. Se fin da bambini ti abitui a che le cose non accadono subito, il cervello non saturerà di ansia i piccoli ritardi. Non è che le persone degli anni 60 e 70 fossero tutte impassibili. È che avevano più occasioni per sedersi con l impazienza e non farne un cataclisma.
Autonomia pratica e convinzione che i propri gesti contano
Molti hanno sperimentato una forma di locus of control più interno. Questo non significa superstima. Significa spesso sapere che una parte del problema si può risolvere con mani sporche e pazienza. Le riparazioni domestiche, i lavori estivi, i compiti che non venivano sostituiti ma insegnavano una mestiere: tutto questo nutre una convinzione silenziosa che l azione produce risultati. È un antidoto contro la paralisi da complessità che vedo oggi intorno a me.
“This idea that old age is associated with only declines is not true.” Dr. Dilip Jeste Distinguished Professor of Psychiatry and Neurosciences Director Center for Healthy Aging University of California San Diego.
Questa osservazione di un esperto non è una celebrazione acritica dell età. È un punto di vista che aiuta a separare il corpo che invecchia dalle competenze psicologiche che persistono. Le tracce di cui parlo non scompaiono automaticamente con i capelli bianchi. Possono attenuarsi o essere ripensate, ma esistono e in molti casi diventano una risorsa pratica.
Comunicazione di persona e fatica sociale
Vivere relazioni principalmente faccia a faccia abitua a gestire conflitti senza la protezione degli schermi. Non dico che fosse sempre elegante o giusto. Dico che sbagliare ad alta voce, discutere senza cancellare messaggi, ricevere un no e restare nello stesso salotto per cena è un esercizio emotivo che affina la tenacia sociale. Questa resistenza non è soltanto personale. È anche collettiva. Comunità più piccole, vicinati in cui ci si conosce, presuppongono che la vita sociale non finisca al primo imbarazzo.
Una forma di saggezza pratica
Alcuni chiamerebbero questa attitudine saggezza. Io preferisco chiamarla know how esistenziale. È l abilità di stabilire priorità quando il mondo ti impone scelte pratiche. È una competenza semplice e spesso sottovalutata: capire cosa richiede attenzione ora e cosa può aspettare. Non è una morale. È scelta strategica quotidiana.
Quello che non dico e quello che non si può misurare
Non tutti coloro che sono cresciuti negli anni 60 e 70 possiedono questa resilienza. Non intendo idealizzare epoche che hanno prodotto ingiustizie e errori. Ci sono traumi che non fortificano. Ma c è un tratto comune che emerge dalle storie: una propensione a tollerare l incerto senza drammatizzare, una pratica della riparazione, una fiducia nel tempo come agente di cura. Queste cose spesso sfuggono ai sondaggi perché sono pratiche minute, non etichette.
Una chiamata all apprendimento intergenerazionale
La mia posizione è netta: le generazioni non sono scatole. Se osserviamo con cura, troviamo rituali utili da recuperare. Non è questione di tornare indietro. È questione di selezionare le abitudini che funzionano ancora oggi. I ragazzi di oggi non devono rinunciare alla tecnologia per imparare la pazienza. Possono costruirla con piccoli esercizi quotidiani. Non è un programma. È un atteggiamento che si trasmette parlando, non moralizzando.
Perché non insisto su tutte le risposte
Forse il punto più importante è questo. Non ho tutte le risposte. Le soluzioni migliori nascono dal confronto reale tra generazioni. Alcune pratiche vanno adattate, altre abbandonate. Non è una macchina del tempo. È un dialogo. E il dialogo richiede tempo e volontà di cambiare idea.
| Sintesi | Perché conta |
|---|---|
| Abitudine all attesa | Riduce l ansia dei ritardi e potenzia la tolleranza al disagio. |
| Autonomia pratica | Favorisce un senso di efficacia personale e problem solving concreto. |
| Comunicazione diretta | Allena la gestione dei conflitti e la resilienza sociale. |
| Rituali quotidiani | Generano stabilità emotiva che sopravvive a cambiamenti esterni. |
FAQ
Che cosa intendete con resilienza silenziosa?
Con resilienza silenziosa intendo una capacità stabile di affrontare frizioni quotidiane senza bisogno di spettacolarizzazione emotiva. È meno una caratteristica eroica e più una serie di abiti mentali: tollerare l attesa, rimettere a posto le cose, riprovare dopo un fallimento pratico. Non è un certificato di superiorità morale. È un insieme di abilità che si manifestano nella vita concreta.
È vero che le generazioni più giovani non possono sviluppare questa resilienza?
No. Assolutamente no. Il contesto cambia e con esso i modi per imparare. La tecnologia offre strumenti nuovi e al tempo stesso rimuove alcune opportunità tradizionali di esercizio. Ma i giovani possono coltivare tolleranza al disagio, autonomia e gestione dei conflitti attraverso pratiche intenzionali. Serve volontà di esporsi a situazioni non immediatamente risolvibili.
Le esperienze traumatiche possono trasformarsi in resilienza?
Non tutte le difficoltà forgiano resilienza. Alcuni eventi lasciano ferite che richiedono cure specifiche. La differenza spesso sta nella presenza di supporto e nella possibilità di trovare senso in ciò che è accaduto. Non è una formula semplice. Alcune persone emergono più forti da avversità modeste e sorpassano chi ha subito traumi pesanti senza aiuto. Le storie personali contano molto.
Come riconoscere questa resilienza in una persona?
Non la riconosci da discorsi altisonanti ma dalle abitudini. Una persona resiliente tende a non reagire con panico ai piccoli contrattempi. Cerca soluzioni pratiche prima di lamentarsi. Mantiene relazioni non urlate. Ha una pazienza che sembra banale ma è sostanziale. Spesso è sobria nell esprimere emozioni ma coerente nelle azioni.
Perché insisto che non sia una mitologia generazionale?
Perché sarebbe facile trasformare osservazioni utili in stereotipi. La generazione degli anni 60 e 70 ha molte sfaccettature. Riconoscere tratti pratici non significa cancellare errori storici né idealizzare il passato. È una lettura critica che prova a isolare elementi utili per il presente. Questo è il cuore del mio interesse: imparare senza ingenua nostalgia.
Se avete racconti personali o domande specifiche scrivetemi. Le storie concrete sono spesso il miglior laboratorio per capire cosa funziona davvero.