C’è qualcosa nell’aria di quegli anni che non si impara dai trend di Instagram. Le persone nate negli anni 60 e 70 sembrano più tranquille rispetto al bisogno di approvazione esterna. Non è soltanto nostalgia o un trucco retorico per lodare la generazione dei genitori. È un fenomeno osservabile, misurabile e spiegabile con concetti psicologici concreti. In questo pezzo provo a mettere ordine, ad offrire qualche ipotesi non banale e ad avere una posizione: non si tratta di un vantaggio morale assoluto, ma di una risorsa che oggi vale molto di più di quanto riconosciamo.
Una premessa rapida
Non intendo dire che tutti gli nati negli anni 60 e 70 siano immuni dalla vanità o dalla ricerca di consenso. La generalizzazione serve a capire tendenze, non a inchiodare persone singole. Dico però che certe condizioni storiche e sociali che hanno plasmato l’infanzia e l’adolescenza di quella coorte favoriscono un rapporto diverso con il giudizio altrui.
Gli elementi che contano
1. Un ambiente meno ipermonitorato
Nelle case, nella scuola, per strada non c’era una telecamera di approvazione costante. L’assenza di feedback immediato ha costretto quei bambini a sviluppare un senso del sé meno dipendente dall’eco sociale. L’eco c’era, certo: famiglia, vicini, lavoro. Ma non era frammentata in mille microvalutazioni pubbliche e performative come oggi. Questa mancanza di frammentazione produce due effetti psicologici utili: una maggiore tolleranza alla frustrazione e una più alta probabilità di costruire una stima interna.
2. Ruoli e responsabilità precoci
Molti hanno dovuto contribuire alla gestione domestica o al lavoro familiare prima dei vent’anni. Quando ti capitano responsabilità concrete e non simboliche impari a misurare il tuo valore dalle conseguenze reali delle tue azioni, non dai commenti ricevuti. Qui entra in gioco il concetto di locus of control, familiare agli psicologi: chi sviluppa un locus of control più interno tende a sentirsi artefice delle proprie scelte e meno bisognoso di conferme esterne.
Dr Sandi Mann Senior Lecturer in Psychology University of Central Lancashire. Growing up with fewer digital interruptions fosters an ability to sit with discomfort and to rely on internal cues rather than constant external validation.
3. Un senso dell’identità meno performativo
La costruzione dell’identità in quella fase storica non passava per la vetrina mediatica. Non dovevi essere costantemente coerente con un marchio personale perché non c’era un mercato di sguardi che monetizzasse la tua immagine. Di conseguenza le identità sono spesso nate dall’operare più che dall’apparire. Questo produce una sicurezza che non ha bisogno di micro-assicurazioni pubbliche.
Perché oggi questo sembra un vantaggio raro
Nel mondo dei social la conferma è istantanea. La gratificazione contingente ha sostituito i segnali più lenti e duraturi. In quelle condizioni molti nati negli anni 60 e 70 posseggono ancora capacità che nelle nuove generazioni sono meno frequenti: capacità di stare fermi con se stessi, gestione autonoma dello stato emotivo, minore bisogno di pubblicizzazione delle esperienze private.
Non è perfezione
Attenzione a non mitizzare. Alcuni aspetti dell’educazione di quel periodo hanno prodotto sofferenze: silenzi emotivi, modelli autoritari, difficoltà di comunicazione affettiva. Il punto non è applaudire o condannare: è capire che alcuni meccanismi mentali sviluppati allora si traducono oggi in un minor bisogno di approvazione esterna. Fin qui le osservazioni, poi la mia opinione: quella minor dipendenza da conferme è una risorsa utile se usata per costruire relazioni autentiche e non come scudo per evitare vulnerabilità.
Dimensioni psicologiche rilevanti
Locus of control e autostima indipendente
Il locus of control interno rende meno probabile il modello del sé costruito esclusivamente su riconoscimenti esterni. L’autostima diventa pratica quotidiana e meno rappresentazione. Qui c’è un tratto che i clinici vedono come protettivo: la capacità di attribuire agli errori una causa personale e modificabile piuttosto che un giudizio globale e immutabile.
Tolleranza alla frustrazione e resilienza
Quando non esiste la via rapida alla microricompensa, il cervello impara a sopportare l’attesa. Quella che sembra passività è spesso capacità di pianificare e restare sul compito senza la necessità di segni di consenso continui. È una resilienza empirica, costruita su piccoli fallimenti e su molte prove ripetute.
Riflessioni non banali
C’è un paradosso: queste persone possono apparire meno inclini a cercare approvazione, eppure in certi contesti di potere o lavoro possono essere molto attaccate al riconoscimento istituzionale. L’avversione alla performatività sociale non equivale sempre a disinteresse per il riconoscimento professionale. Scelgono forme di conferma diverse. Questa distinzione mi interessa e la trovo spesso sottovalutata nei pezzi che celebrano la presunta superiorità generazionale.
Un consiglio (non un dogma)
Se leggi da una generazione più giovane potresti trovare utile osservare come molti coetanei nati negli anni 60 e 70 gestiscono l’ansia sociale: non come rifiuto del mondo ma come scelta operativa. Prenderne spunto non significa copiare comportamenti in modo meccanico. Significa capire che alcune abilità si imparano anche molto tardi e che la dipendenza dalla conferma è un’abitudine modificabile.
Conclusione aperta
La psicologia ci aiuta a capire i meccanismi. Non li dissolve. Restano storie personali, errori, successi e contraddizioni. Ma la tesi che persone nate negli anni 60 e 70 abbiano meno bisogno di approvazione esterna regge se guardiamo alle condizioni formative e a come queste modellano locus of control identità e tolleranza alla frustrazione. È una lezione che oggi dovremmo prendere più seriamente, con cautela e senza mitologie.
Tabella di sintesi
| Fattore | Effetto psicologico | Impatto sul bisogno di approvazione |
|---|---|---|
| Ambiente meno ipermonitorato | Autovalutazione più autonoma | Ridotto bisogno di feedback continuo |
| Responsabilità precoce | Locus of control interno | Valore misurato dalle azioni non dai like |
| Costruzione dellidentità offline | Identità meno performativa | Minore pressione a performare socialmente |
| Tolleranza alla frustrazione | Resilienza pratica | Ridotta ricerca di gratificazioni immediate |
FAQ
Perché la generazione degli anni 60 e 70 risulta meno bisognosa di approvazione esterna?
Perché ha maturato particolari esperienze formative: minore sorveglianza digitale, ruoli concreti prima dell’età adulta, e una costruzione dell’identità meno legata alla visibilità. Questi fattori favoriscono un locus of control più interno e una misura del valore personale fondata sulle azioni tangibili piuttosto che sulle microfeedback sociali.
Significa che questa generazione è psicologicamente migliore?
No. Non esistono generazioni superiori. Ci sono vantaggi relativi a specifiche condizioni ambientali e altre criticità. Meno bisogno di approvazione esterna può favorire stabilità emotiva in molti contesti ma può anche nascondere difficoltà a chiedere aiuto o a esprimere vulnerabilità. È una qualità utile ma non una panacea.
Possono i più giovani imparare questi atteggiamenti?
Sì. Alcuni elementi che favoriscono l’autonomia si possono coltivare: pratiche di attenzione alle proprie sensazioni interne, compiti reali che producono risultati tangibili, esperienze che richiedono perseveranza senza ricompensa immediata. Non sono ricette magiche ma abitudini che si costruiscono con il tempo.
Come si riconosce nella vita quotidiana questo minor bisogno di approvazione?
Nei comportamenti: preferenza per conversazioni faccia a faccia rispetto alla narrazione performativa, minor ricorso alla pubblicizzazione delle proprie scelte, capacità di prendere decisioni senza consultare continuamente un gruppo di riferimento. Sono segnali pratici, non etichette morali.
Ci sono prove scientifiche che collegano età di nascita e bisogno di convalida esterna?
Esistono studi su valori generazionali, locus of control e tolleranza alla frustrazione che mostrano tendenze coerenti con quanto descritto. I fattori storici e culturali spiegano parte delle differenze osservate, ma l’interpretazione richiede cautela e analisi contestuale per evitare determinismi.