Se ti capita di parlare con persone che non smettono mai di giustificare ogni scelta, ogni parola, ogni pausa nel silenzio la sensazione che lascia è familiare e irritante al tempo stesso. Non è soltanto pedanteria sociale o educazione mal calibrata. C’è una tensione più profonda: una richiesta non detta di essere viste e approvate. In questo pezzo provo a smontare l’idea che chi spiega continuamente se stesso lo faccia solo per chiarezza. Qui la chiave è la convalida emotiva.
Spiegarsi sempre non è sinonimo di sicurezza
Quando una persona estende spiegazioni in continuazione non sta necessariamente costruendo fiducia. Spesso sta costruendo un ponte che spera qualcuno attraversi per dirle che va tutto bene. Conosco persone che spiegano ogni dettaglio di un litigio come se una narrazione esatta potesse cancellare il disagio residuo. Non si tratta di documentare i fatti. Si tratta di mettere allineare il cuore con lo sguardo altrui.
Una dinamica emotiva spesso trascurata
Nel lavoro di tutti i giorni vedo due scenari ricorrenti. Nel primo la ripetizione è una forma di ipervigilanza emotiva: la persona teme che qualcosa rimanga frainteso e anticipa il rifiuto correggendo e spiegando. Nel secondo scenario la persona è abituata a ricevere risposte condizionate e allora spiega per comprare approvazione. Entrambe le vie hanno un comune denominatore: la richiesta di convalida emotiva.
Perché la convalida emotiva è così difficile da accettare?
Perché richiede una disponibilità che molti non sono disposti a dare. Dare convalida costa tempo, richiede empatia e talvolta mette in gioco le proprie certezze. La nostra cultura insegna ad offrire soluzioni immediate invece che ascolto. Così chi spiega diventa invadente ma anche, se vogliamo, mal equipaggiato per ciò che davvero cerca.
Vulnerability is very simply defined as uncertainty risk and emotional exposure. There is no courage without vulnerability. Dr Brené Brown research professor University of Houston and visiting professor at the University of Texas at Austin.
La frase di Brené Brown riassume un nodo cruciale. Spiegare se stessi in continuazione è spesso un modo per celare la vulnerabilità. Non è la stessa cosa che mostrarsi vulnerabili. La differenza è che la vera vulnerabilità chiede solo di essere accolta mentre la spiegazione pretende una giustificazione.
La trappola della giustificazione continua
Immagina una persona che a fine serata racconta ogni mossa compiuta per evitare il conflitto. Alla lunga la sua narrazione diventa una telenovela di scuse, non di racconti. Noi ascoltatori iniziamo a valutare non il fatto ma l’abilità narrativa. Questo sposta la conversazione dall’essere alla performance. E la performance, ripeto, non nutre l’anima.
Segnali che dietro le spiegazioni c’è ricerca di convalida
Non serve un manuale clinico per accorgersene. Ci sono segnali piccoli ma netti. Uno è la frequenza: spiegazioni che ricompaiono anche quando non richieste. Un altro è la durata: monologhi che si estendono su dettagli che non incidono sul punto centrale. Un terzo è la richiesta implicita di risposta emotiva: aspetti un “va bene” più che una domanda di fatto.
Perché la diagnosi non è condanna
Etichettare qualcuno come “persona che cerca convalida” può essere comodo ma anche crudele. Tra le persone che spiegano molto ci sono persone sane e persone segnate da vecchie ferite. Il mio atteggiamento è morbido ma diretto. Non mi piace la pietà e non credo nella colpa automatica. Preferisco l’osservazione utile: riconoscere il bisogno e rispondere con chiarezza su quello che siamo disposti a offrire.
Come rispondere quando ti trovi di fronte a questo comportamento
Ci sono reazioni che funzionano meno di altre. Dare soluzioni immediate o minimizzare il racconto spesso produce più spiegazioni. Offrire una convalida breve e sincera può invece interrompere il loop. Non intendo proporre una tecnica da banco ma un piccolo cambio di registro: invece di correggere il racconto rispondi al sentimento blu che l’accompagna.
Non è facile. A volte la stanchezza personale prende il sopravvento e si preferisce il silenzio. A volte la stanchezza è la risposta giusta. Non sono qui per fornire una ricetta per tutti. Scrivo invece la mia opinione: una comunità che sa dare convalida fa meno vittime di chi spiega ossessivamente.
Una nota personale
Ho imparato a distinguere l’informazione dalla richiesta emotiva dopo anni di conversazioni che sembravano infinite. Oggi quando qualcuno comincia a spiegare in eccesso provo prima a chiedere con tono calmo cosa vuole ottenere da quella spiegazione. Molti non lo sanno. E il semplice chiedere può essere un atto politicamente potente nell’intimità delle relazioni.
Conclusione aperta
Non credo che tutti coloro che spiegano siano fragili né che la convalida sia una panacea. La mia posizione è che la dinamica merita attenzione e che, quando si trasforma in pattern, mina la percezione di autonomia emotiva. Le soluzioni non sono universali e la vera sfida resta imparare a offrire e ricevere conferme senza mercificare l’affetto.
Tabella di sintesi
| Fenomeno | Che significa | Reazione utile |
|---|---|---|
| Spiegazioni continue | Richiesta implicita di conferma emotiva | Ascolto breve e convalida specifica |
| Dettaglio eccessivo | Strategia per evitare rifiuto | Riconoscere il sentimento non i dettagli |
| Monologhi non richiesti | Ipersensibilità al giudizio | Chiedere cosa serve davvero in quel momento |
FAQ
Perché alcune persone sentono il bisogno di spiegarsi continuamente?
Le radici sono varie. Possono includere esperienze di rifiuto precoce una storia di relazioni in cui l’accettazione era condizionata o modelli culturali che premiano la giustificazione. Allo stesso tempo c’è una componente emotiva: il bisogno di sentirsi riconosciuti dal gruppo o da una persona specifica. Non esiste una singola causa quindi ogni osservazione va contestualizzata.
Spiegarsi è sempre un comportamento negativo nelle relazioni?
Assolutamente no. A volte spiegare aiuta a prevenire malintesi e costruire fiducia. Il problema nasce quando la spiegazione è principalmente un modo per sollecitare convalida e diventa il centro della comunicazione. In quei casi la relazione può irrigidirsi attorno a una dinamica di dipendenza emotiva.
Come posso aiutare qualcuno che cerca convalida senza esaurirmi?
Primo passo comprendere che non sei obbligato a risolvere ogni bisogno emotivo altrui. Una risposta utile può essere breve onesta e orientata al sentimento. Dire qualcosa come “Capisco che ti senti così” è più efficace di un elenco di ragioni. Stabilire limiti emotivi chiari non è freddezza. È cura di sé e spesso aiuta anche l’altro a trovare strade nuove.
La terapia è sempre necessaria in questi casi?
Non è una regola. Alcune persone traggono beneficio dal lavoro terapeutico specialmente se il bisogno di spiegare è radicato in ferite profonde o eventi traumatici. Altre possono correggere il pattern tramite conversazioni consapevoli e modifiche nelle dinamiche relazionali. La scelta dipende dal contesto individuale e dalla gravità della sofferenza.
Come cambia questa dinamica nei contesti digitali?
Sugli schermi la ricerca di convalida trova nuovi alimenti. I like i commenti e le condivisioni diventano metriche superficiali ma potenti. Questo amplifica il bisogno di spiegare perché la reazione altrui è spesso ritardata e mediata da un pubblico. La soluzione non è censura ma consapevolezza: riconoscere come lo spazio pubblico modifica la nostra richiesta di conferme.
Il tema rimane aperto e personale. Io credo che imparare a distinguere il desiderio di essere capiti dalla necessità di essere approvati sia una delle piccole rivoluzioni possibili nelle relazioni quotidiane.