Negli anni 70 si respirava una certa rassegnazione che non era sempre sconfitta ma spesso una strategia. Non quella rassegnazione patetica che dipinge la vita come fallimento ma una pazienza attiva che metteva in conto i compromessi e li trattava come lavoro. Oggi molti citano resilienza e autocura ma rifiutano alcuni dei grandi accordi con la realtà che quella decade considerava normali. Questo articolo non è una celebrazione nostalgica né un rimprovero freddo. È un confronto vivo, con opinioni nette e osservazioni che a volte non si piegano a conclusioni comode.
Perché la generazione degli anni 70 sembrava accettare più cose
Gli anni 70 arrivarono dopo due decenni lunghi e tumultuosi. La politica, l’economia e le trasformazioni sociali avevano insegnato a molte persone che non tutto si poteva cambiare subito. Accettare non significava cedere per sempre; spesso significava mantenere l’energia per le battaglie praticabili. Chi è nato o ha vissuto la giovinezza in quel periodo sviluppò una tolleranza per il compromesso che funzionava come una bussola quotidiana: lavoro che non era ideale ma che pagava le bollette, relazioni dure ma basate su investimento reciproco, ruoli sociali che non si rivoluzionavano dall’oggi al domani.
Il lavoro come pezzo di un puzzle
Per i trentenni e quarantenni di quegli anni il lavoro era spesso un fatto di responsabilità materiale più che di autorrealizzazione totale. Non dico che fossero tutti soddisfatti. Dico che molti misero il dovere prima del desiderio e lo considerarono una scelta strategica. Questo ha prodotto case più stabili per alcuni e opportunità bloccate per altri, ma la narrativa dominante, anche nella mia famiglia, era: il lavoro non è solo un palco per mostrare chi sei; è anche un modo per non collassare il quadro più ampio.
Quello che i giovani di oggi rifiutano
I giovani di oggi, giustamente, rifiutano l’accettazione a priori di condizioni che sembrano ingiuste o inutilmente dannose. Vogliono senso nel lavoro, orari che lascino spazio alla vita, contratti che non li legittimino come risorse usa e getta. Questo rifiuto contiene una forza morale e pratica. Ma a volte si traduce anche in un rifiuto di qualsiasi compromesso, come se ogni scambio fosse un tradimento del sé ideale. La critica che sento spesso è: troppo spesso la richiesta di condizioni migliori si trasforma in una resistenza narrativa che non misura i vincoli istituzionali reali.
Il senso di urgenza e la bassa tolleranza per il compromesso
Nei miei dialoghi con persone tra i venti e i trentacinque anni, ho osservato una scarsa pazienza verso processi che richiedono tempo. Questo non è sempre negativo. Ma è anche vero che la velocità culturale ha creato aspettative che non corrispondono alle strutture materiali. Quando si rifiuta tutto ciò che somiglia a compromesso si rischia di perdere la capacità di costruire alleanze minime necessarie per cambiare il quadro più grande.
Accettazioni pratiche degli anni 70 che oggi mancano
Ci sono aspetti concreti che la generazione degli anni 70 assimilò con meno rumore: la gestione delle risorse domestiche in modo pragmatico, l’idea che la famiglia fosse un progetto lungo che richiedeva investimenti quotidiani, e una certa elasticità nell’accettare lavori non perfetti pur restando ambiziosi su altri fronti. Non sto idealizzando. Dico che quelle accettazioni avevano una logica: consentivano la pianificazione a medio termine. Oggi la pianificazione a medio termine è spesso vista come rinuncia alla libertà e quindi rifiutata. Il risultato è una maggiore fluidità ma anche una fragilità organizzativa.
La differenza tra rassegnazione e prudenza strategica
La generazione degli anni 70 non esauriva le proprie energie in una sola battaglia. Sapeva scegliere i fronti. I giovani tendono a voler vincere qui e ora. È nobile. Ma anche ingenuo. Alcuni cambiamenti richiedono tempo, risorse, e la capacità di sopportare piccoli insuccessi senza perdere l’obiettivo. Non sempre è glamour, ma è efficace.
iGeners are scared maybe even terrified. Growing up slowly raised to value safety and frightened by the implications of income inequality they have come to adolescence in a time when their primary social activity is staring at a small rectangular screen. Jean M. Twenge Professor of Psychology San Diego State University.
La citazione di Jean Twenge non è un verdetto unico ma indica uno spazio di verifica. Non è una condanna dei giovani contemporanei. È un invito a leggere la distanza generazionale con occhi che capiscono ansia, tecnologia e cambiamento strutturale.
Non tutto quello che la generazione degli anni 70 accettava va recuperato
Lo preciso perché qualcuno potrebbe fraintendere: il fatto che i settantenni accettassero certe cose non implica che fossero giuste. Il ruolo femminile spesso limitato, abuso di potere nei luoghi di lavoro, barriere economiche e discriminazioni non meritano alcuna nostalgia. Il punto è che c’erano meccanismi di sopravvivenza sociale che permettevano di trasformare il compromesso in un orizzonte temporale. Quella capacità è oggi meno visibile e bisogna interrogarsi su come riformarla senza ricostruire gli errori del passato.
Una proposta pratica e spigolosa
Non basta richiedere posti di lavoro migliori. Bisogna anche costruire istituzioni che reggano i salti generazionali: assistenza alla famiglia non come carità ma come infrastruttura pubblica, spazi di lavoro che permettano crescita e non solo flessibilità frontale, politiche di affitti che non spingano tutti verso l’instabilità. Se i giovani rifiutano la rassegnazione, facciano della loro intolleranza una leva per progettare strumenti pratici e non solo un catalogo di richieste morali.
Conclusione aperta
Forse la vera lezione è meno binaria. La generazione degli anni 70 ha accettato alcune regole come parte di un progetto più grande. I giovani di oggi rifiutano le stesse regole perché molte sono diventate ingiuste. Sono d’accordo con il rifiuto ma non con il disprezzo del metodo. Serve creatività politica e sociale. Serve disciplina strategica. Serve, in poche parole, la capacità di scegliere su cosa non scendere a compromessi e su cosa invece investire energia oggi per ottenere risultati domani. Non ho la soluzione definitiva. Ho però la certezza che l’idea di accettare tutto o rifiutare tutto è insufficiente.
| Tema | Generazione anni 70 | Giovani di oggi |
|---|---|---|
| Lavoro | Compromesso pragmatico per stabilità. | Richiesta di senso e condizioni migliori con bassa tolleranza per contratti precari. |
| Relazioni | Investimento a lungo termine anche con limitazioni. | Ricerca di autenticità e rifiuto di ruoli predeterminati. |
| Politica | Azioni incrementaliste e costruzione di alleanze. | Mobilitazioni rapide e giudizio morale netto verso chi sembra ostacolare il cambiamento. |
| Tecnologia | Adattamento funzionale. | Centralità assoluta con effetti su socialità e salute mentale. |
FAQ
Perché i giovani rifiutano i compromessi che la generazione degli anni 70 accettava?
I giovani vedono spesso questi compromessi come rinunce morale più che scelte strategiche. Hanno ragioni storiche e tecnologiche per farlo: salari stagnanti per molti, mercato del lavoro più frammentato, e una cultura della visibilità che non lascia spazio all’attesa. Quindi il rifiuto nasce anche da un’aspettativa diversa sul tempo e sul valore della vita lavorativa.
Accettare alcune cose può significare rinunciare al cambiamento?
Non necessariamente. In passato l’accettazione è stata a volte una tattica per mantenere risorse e battagliare su fronti più vincenti. Oggi sarebbe utile che il rifiuto distinguesse tra ciò che è intollerabile e ciò che è funzionale a una strategia più ampia. Senza questa distinzione il rischio è l’idealismo fragile che non costruisce istituzioni durature.
Che ruolo ha la tecnologia nella differenza di atteggiamento?
La tecnologia ha cambiato la percezione del tempo e della comunità. I giovani crescono con strumenti che amplificano l’urgenza e riducono la pazienza. Questo amplifica la sensibilità verso l’ingiustizia ma riduce la propensione a trattare i processi lunghi. Capire questo meccanismo è essenziale per costruire risposte politiche che non siano solo retoriche.
Ci sono lezioni pratiche che entrambe le generazioni dovrebbero adottare?
Sì. I giovani possono conservare la loro intolleranza verso l’ingiustizia ma adottare più spesso la strategia della pianificazione a medio termine. Chi ha vissuto gli anni 70 può evitare la nostalgia e lavorare su istituzioni che correggano gli errori del passato. Entrambi devono tradurre la rabbia in infrastrutture e le attese in progetti collettivi concreti.
Come si costruisce oggi una strategia che eviti la rassegnazione ma non disdegni il compromesso utile?
Serve una pratica politica che misuri costi e benefici nel tempo. Significa costruire alleanze trasversali, strumenti di protezione sociale che non siano temporanei e programmi di lavoro che includano formazione e progressione. Non è romantico ma è necessario. La trasformazione richiede tenacia e progettualità più che slogan.
Non rispondo a tutto. Non posso. E forse non è male così.