Negli ultimi anni ho notato qualcosa di sottile e per nulla estetico che attraversa i volti nelle piazze e gli scambi nei messaggi. Non è solo nostalgia per la musica o per i vestiti. È una sottrazione di esperienza mentale. Un vuoto che non si misura in likes ma in modi di pensare. La generazione degli anni Sessanta non sapeva di avere certe cose. Le menti moderne le hanno perse.
Un patrimonio invisibile scomparso
Quando parlo con persone nate dopo il 1990 mi accorgo che molte competenze interiori sono diventate rare. Non parlo di nozioni tecniche o di conoscenze enciclopediche. Parlo di qualcosa di più molle eppure più resistente: la capacità di stare senza risposta immediata. La generazione dei Sessanta è cresciuta in un mondo dove l’assenza di una risposta non era un corto circuito ma una struttura normativa. Non significa che fossero immuni dall’ansia. Vuol dire che la pazienza cognitiva era più diffusa. Oggi la nostra pazienza è di plastica usa e getta.
La perdita della lentezza intellettuale
Non sto celebrando un passato immaginato. Sto dicendo che la lentezza non è mera pigrizia. È un modo di mettere in fila i pensieri senza che un feed o una notifica li riduca a impulsi. I sessantottini hanno coltivato abitudini cognitive che coltivavano ambiguità e contraddizione. Erano abituati a conversazioni che prendevano tempo. Oggi tutto deve diventare immediatamente digeribile. La conseguenza è una riflessione che non riesce a tollerare metà pensieri o idee che non si chiudono in fretta.
Qualcosa come il diritto all’irritazione
Una delle poche cose che ho imparato a mie spese è che qualche livello di irritazione mentale fa bene alle idee. I giovani d’oggi spesso cercano piattaforme che cancellano le asperità e la fatica dell’interlocuzione. Il risultato è una tolleranza ridotta all’incongruenza. Quel che manca non è il conforto ma la pratica del contestare senza annientare la relazione. In altre parole i Sessanta hanno avuto un privilegio non dichiarato: l’abitudine ad abitare il conflitto lontano dalla ribalta pubblica.
People are lonely. The network is seductive. But if we are always on, we may deny ourselves the rewards of solitude. Prof.ssa Sherry Turkle Professor of the Social Studies of Science and Technology MIT.
Questa frase di Sherry Turkle non è un proclama tecnologico ma una lente per leggere il mondo emotivo. La solitudine coltivata è diversa dalla solitudine imposta. La prima genera pensiero; la seconda frantuma. I sessantottini hanno avuto contesti sociali che rendevano possibile la prima anche quando la seconda appariva. Noi oggi confondiamo spesso il rumore con la compagnia.
Memorie sociali e tessuto di fiducia
Robert Putnam ha chiamato tutto questo social capital. Non è elegante ma è concreto. Definire i rapporti come reti norme e fiducia rende meno romantico l’argomento ma più utile. I costrutti che reggevano le menti di mezzo secolo fa non erano perfetti. Erano semplicemente diversi. La comunità non era sempre emancipatoria ma creava un circuito di scambio dove le idee potevano cadere e rialzarsi senza essere immediatamente mercificate.
Features of social organization such as networks norms and social trust that facilitate coordination and cooperation for mutual benefit Robert D Putnam Peter and Isabel Malkin Professor of Public Policy Emeritus Harvard Kennedy School.
Putnam non dice che tutto andava bene ma che la perdita di questi meccanismi ha effetti concreti. Da un lato la rete digitale ha creato nuovi spazi di relazione. Dall’altro ha spezzato alcuni ancoraggi che permettevano di tornare sui propri passi senza subire pubbliche esecuzioni morali.
Quel che non è nostalgia e quel che invece lo è
Questo articolo non è un inno ai capelli lunghi né un elenco di cose belle perse. È una domanda insistente: quale parte dei nostri processi mentali è stata erosa dalla logica dell’immediato. Personalmente trovo offensivo considerare le generazioni precedenti come un mito immacolato. Però nego anche la banalizzazione che tutto ciò che è moderno sia automaticamente progresso. Ci sono qualità cognitive e sociali che non erano evidenti alla generazione del Sessantotto proprio perché le davano per scontate.
Un esercizio pratico da provare
Prova a passare una serata senza scorrere nulla. Non è terapia. È un test. Nota cosa succede alla tua conversazione interna. Forse scoprirai che la mente si assesta e produce connessioni che non appaiono quando è sempre pronta ad accendere un altro schermo. Non tutti lo faranno. Ma chi prova cambia registro.
Perché questa perdita importa più di quanto sembri
La nostra capacità di formulare visioni collettive dipende anche da tecniche di pazienza. Abbiamo bisogno di pensieri che si costruiscono lentamente per affrontare problemi che non hanno risposte rapide. In politica in economia nelle scuole la cultura dell’urgenza permanente sposta l’attenzione dal possibile al performativo. È una trasformazione profonda. E in mezzo a tutto questo c’è una vertigine morale: siamo disposti a rinunciare a parti del nostro pensare per comodità emotiva?
Non ho la formula magica
Non posso insegnare a nessuno a recuperare il passato. Posso però descrivere come alcune pratiche sociali che molti di noi davano per scontate si rivelano oggi decisive. Non sono rituali da museo. Sono abilità relazionali e cognitive che richiedono spazio. Non credo che si debba tornare a un modello unico. Credo però che si debba riconoscere ciò che si è perso per poter decidere cosa conservare e cosa trasformare.
Conclusione aperta
Riconoscere una perdita non è automaticamente condannarla. È la prima mossa per praticare un diverso tipo di scelta. Se vogliamo una mente capace di sostenere incertezze e non solo di reagire, dobbiamo creare condizioni sociali che la ospitino. La scommessa è culturale prima ancora che tecnologica. E come tutte le scommesse culturali non c’è garanzia di vittoria. C’è solo la possibilità di provarci.
Tabella riepilogativa delle idee chiave
| Idea | Che cosa significa | Impatto |
|---|---|---|
| Lentezza intellettuale | Spazio per riflettere senza risposta immediata | Migliore elaborazione delle idee complesse |
| Solitudine coltivata | Solitudine che genera pensiero non disperazione | Maggiore autonomia emotiva |
| Social capital | Reti norme e fiducia che facilitano cooperazione | Maggiore capacità di azione collettiva |
| Tolleranza allambiguità | Capacità di sostenere idee non risolte | Contributo alla creatività e al discorso pubblico |
FAQ
Perché parliamo di qualcosa che i sessantottini non sapevano di avere?
Perché molte competenze mentali erano talmente radicate nelle pratiche sociali dellepoca da non essere riconosciute come risorse. Solo con la loro scomparsa diventano visibili. I sessantottini usavano paesaggi sociali che garantivano tempo per la riflessione e spazio per la riparazione delle relazioni. Quando quei paesaggi sono cambiati alcune abilità sono state erose senza che nessuno le avesse nominate prima.
Questo significa che la tecnologia è la colpevole unica?
No. La tecnologia è un fattore potente ma non lunico. Mutamenti economici demografici e culturali hanno spostato priorità e ritmi di vita. La tecnologia amplifica certi trend ma non li inventa da zero. È utile guardare al complesso delle cause per decidere interventi pratici.
Si può recuperare ciò che è andato perduto?
Sì ma non automaticamente. Recuperare richiede pratiche sociali intenzionali e spazi che permettano la lentezza e il confronto non performativo. Non è un ritorno nostalgico ma una reinvenzione consapevole. Scuole laboratori culturali e comunità locali possono essere luoghi di sperimentazione.
Che ruolo hanno gli individui rispetto ai contesti più ampi?
Gli individui possono adottare abitudini che favoriscono una mente meno reattiva ma la trasformazione richiede anche cambiamenti istituzionali. Senza ambienti che valorizzano la riflessione le singole azioni restano fragili. È una questione che chiede impegno collettivo e pazienza.
È solo questione generazionale?
No. Ci sono persone giovani che coltivano pazienza e pratiche riflessive e persone anziane che sono profondamente connesse al flusso digitale. La generazione è un indizio ma non una condanna. Più interessante è osservare le pratiche e i contesti che favoriscono o indeboliscono certe forme di pensiero.
Se vuoi ne parliamo ancora e proviamo a disegnare pratiche concrete per ogni contesto. Non prometto soluzioni facili. Prometto però conversazioni che durano più di uno swipe.