Perché le skills costruite negli anni 60 diventano oggi strumenti di sopravvivenza

Negli ultimi anni mi sono trovato a parlare sempre più spesso con donne e uomini nati tra il 1935 e il 1965. Non per nostalgia, né per glorificare un passato mitico, ma perché quelle persone portano con sé un repertorio di abilità che oggi assomiglia a una cassetta degli attrezzi per chi vuole restare a galla in un mondo che cambia ogni trimestre. Le skills costruite negli anni 60 non sono semplici ricordi; sono pratiche riutilizzabili. E non tutte si trovano sui corsi online.

Una conversazione irregolare sulla praticità

Immagino spesso una scala di competenze che non corre parallela con l’innovazione tecnologica. Piuttosto, le abilità sessantottesche stanno trasversalmente: saper riparare qualcosa con materiali ridotti, leggere un bilancio senza aggettivi, trattare con persone di generazioni diverse senza scuse diplomatiche. In occasioni pubbliche ascolto manager giovani che sbandierano metodologie agile e poi non sanno come riparare un guasto reale. La discrepanza è palpabile.

Lavorare con le mani e la testa: non è un dettaglio

Negli anni 60 si imparava spesso sul campo. Non che oggi non si possa imparare sul campo, ma allora la pratica era meno mediata da schermi. Questa vicinanza tra corpo e problema ha generato un atteggiamento: tolleranza per l’errore, capacità di improvvisare, un certo fastidio per procedure inutili. Tutto questo si traduce oggi in resilienza operativa. Quando le infrastrutture digitali vacillano, chi sa arrangiarsi ha un vantaggio immediato.

“Craftsmanship names an enduring, basic human impulse, the desire to do a job well for its own sake.”

Richard Sennett. Sociologo e autore. New York University e London School of Economics.

Questa citazione non è una citazione a effetto fine a se stessa. Sennett ha studiato il valore della manualità e dell’impegno per la qualità come antidoto alla superficialità produttiva. Lo ripeto: non sto proponendo un ritorno al passato. Sto ragionando su come certe capacità si pieghino meglio ai colpi di scena.

Perché diventano strumenti di sopravvivenza

La parola sopravvivenza suona drammatica e forse lo è. Ma intendiamola come capacità di mantenere autonomia, lavoro e dignità in contesti instabili. Le skills costruite negli anni 60 spesso includono spirito di improvvisazione, reti sociali locali forti, abilità pratiche e una forma di disciplina che non richiede motivazione continua. Tutto questo si traduce in vantaggi concreti quando i servizi centralizzati falliscono o quando i modelli di business cambiano rapidamente.

Reti sociali come infrastruttura informale

Nei quartieri italiani degli anni 60 la rete sociale era una infrastruttura. Chi conosceva il meccanico, o il falegname, o la vicina che sapeva rammendare, aveva una capitalizzazione sociale che non si compra. Oggi, per quanto la rete digitale prometta connessioni, spesso manca il livello di fiducia e di reciprocità che si costruisce con anni di presenza fisica. Le relazioni di fiducia di lungo corso riducono il tempo e il costo di risolvere problemi concreti.

Competenze rare nell’era della conoscenza liquida

Viviamo in un’epoca in cui l’informazione è liquida e spesso superficiale. Contrapposti a questo ci sono saperi solidi: capacità di diagnosticare un problema reale, alfabetizzazione tecnica pratica, gestione manuale dell’urgenza. Queste competenze non sono glamour sui profili social, ma funzionano. Spesso, chi le possiede, si prende responsabilità che gli altri evitano. E questo, detto senza diplomazia, paga.

La differenza tra sapere e saper fare

Negli anni 60 si imparava spesso con un modello apprenticeship. Non c’era solo accumulo di nozioni ma una trasformazione del corpo e dell’istinto. Si tratta di movimenti del corpo e della mente che non si trasmettono bene in corsi da otto ore. L’educazione contemporanea sottovaluta la sedimentazione temporale: alcune competenze richiedono tempo per cristallizzarsi. Pretendere che tutto sia rapido è una scelta rischiosa.

Una posizione non neutrale: il valore del tempo lungo

Non amo le soluzioni facili. Credo che la cultura della rapidità ci abbia reso capaci di molte cose ma fragili su altre. Le skills originate negli anni 60 ci ricordano che il tempo lungo costruisce vantaggi difficili da replicare in sprint. Non sto promuovendo conservatorismo. Sto sostenendo una diversa gerarchia di priorità: investire tempo per costruire competenze pratiche non è retrò, è strategico.

Un’idea pratica che non spiego del tutto

Quello che propongo è semplice e insieme non completamente codificabile: creare spazi dove la pratica prevale sull’iperprogettazione. Laboratori condivisi dove la riparazione è pratica quotidiana. Non spiego come farlo passo passo perché ogni contesto italiano ha storie e problemi diversi. È un invito alla sperimentazione locale, non un manuale universale.

Osservazioni personali

Ho visto, nella mia famiglia e tra amici, persone in età lavorativa reinventarsi grazie a queste competenze. Non sono sempre le abilità più sofisticate a fare la differenza. A volte è la determinazione nel rimettere insieme qualcosa. E quando una comunità ha anche una certa memoria tecnica, si riducono sprechi e si alimenta un senso di responsabilità condivisa. Questo mi interessa più dei proclami tecnologici che non tengono conto della vita quotidiana.

Non tutto è applicabile ovunque

Un conto è romanticizzare. Un altro è osservare meccanismi reali. Le skills sessantottesche non risolvono tutto. Ma possono essere un complemento potente al digitale. L’errore più grande sarebbe trasformare questo argomento in un fossilismo culturale. È invece una questione pratica: quali abilità vogliamo conservare e insegnare perché servono davvero.

In conclusione, non chiedo un ritorno ai garage senza internet. Chiedo di riconoscere il valore di competenze che resistono al test del tempo. E di mescolare il meglio dei due mondi.

Tabella riassuntiva delle idee chiave

Idea Perché conta oggi
Apprendimento pratico prolungato Genera resistenza operativa quando i sistemi falliscono
Reti sociali locali Forniscono fiducia e soluzioni rapide a costi bassi
Manualità e diagnosi Permettono isolamento dai colli di bottiglia tecnologici
Disciplina del tempo lungo Costruisce competenze difficili da replicare con corsi rapidi

FAQ

Perché le skills costruite negli anni 60 sono più utili oggi rispetto a quelle delle generazioni intermedie?

Le generazioni che hanno imparato sul campo hanno sviluppato una combinazione di pazienza metodica e abilità pratica. Le generazioni immediatamente successive hanno spesso privilegiato la specializzazione rapida: molta teoria e meno esperienza prolungata. Oggi, in contesti di crisi e trasformazione, è la commistione di esperienza pratica e adattabilità che fa la differenza.

Come si fa ad apprendere queste competenze in una città moderna?

Si può iniziare frequentando laboratori urbani, officine creative, associazioni di quartiere dove la riparazione è pratica quotidiana. Non serve trasferirsi in campagna. Serve trovare spazi dove l’errore è permesso e la ripetizione è possibile. È un apprendimento che richiede tempo e, soprattutto, umiltà.

Le aziende dovrebbero promuovere questi saperi?

Assolutamente. Le imprese che investono in formazione pratica e in esperienze sul campo ottengono dipendenti più autonomi e meno dipendenti da procedure complesse. Questo non significa trascurare la formazione digitale, ma integrare approcci che sviluppano giudizio pratico oltre alla mera esecuzione digitale.

Sono queste competenze rilevanti solo per lavori manuali?

No. La manualità qui è anche metafora di un atteggiamento: capacità di diagnosticare, prendere decisioni con informazioni incomplete, tollerare l’errore produttivo. Tutti lavori cognitivi possono beneficiare di una pratica che solidifica l’intuito attraverso la ripetizione e l’esperienza reale.

Come valutare se una skill sessantottesca è ancora utile oggi?

Valutala in base alla sua trasferibilità e al suo impatto sulla resilienza personale o comunitaria. Se aiuta a risolvere problemi concreti quando le infrastrutture vengono a mancare o se riduce la dipendenza da servizi centralizzati, è probabilmente utile. Se è puramente nostalgica, probabilmente no.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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