Sono più felici le persone tra i 60 e i 70 anni perché non hanno lasciato che gli schermi le guidassero?

Mi capita spesso di osservare i miei genitori e alcuni vicini mentre usano il cellulare o guardano la televisione. Non è una questione di tecnologia contro tradizione. È più sottile. La domanda che mi sto facendo ultimamente è questa: le persone tra i 60 e i 70 anni sono davvero più felici perché non si sono fatte controllare dagli schermi oppure perché hanno imparato a usarli con misura?

Un’impressione che resiste

Quando parlo con amici nati negli anni cinquanta e sessanta, emerge una tonalità emotiva diversa rispetto a molti più giovani. C’è meno urgenza. Meno confronto compulsivo. Non è che non apprezzino i media o le app. Semplicemente sembrano aver sviluppato una relazione più pragmatica. Questo mi fa pensare che la vera variabile non sia l’assenza di schermi ma l’assenza di sottomissione ai ritmi che gli schermi impongono.

Controllo versus uso intenzionale

La parola controllo è ambivalente. Controllare uno strumento non significa dominarlo come un conquistatore. Si tratta di scegliere quando e perché usarlo. Molti settantenni che conosco aprono il tablet per videochiamare, leggere notizie o cercare ricette e poi chiudono. Non vi è la ritmicità dello scroll infinito. Questo porta a un diverso tipo di presenza nel mondo che, alla lunga, pesa sulla percezione di benessere.

Dati e segnali reali

Non voglio affidarmi soltanto alle sensazioni. Ricerche recenti mostrano che gli anziani non sono automaticamente esclusi dalla vita digitale. L’uso dei dispositivi aumenta e con esso emergono nuovi equilibri. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico segnala che gli adulti più anziani hanno probabilmente minori probabilità di sviluppare basso benessere soggettivo rispetto a gruppi più giovani. Questo non è un mantra di vittoria contro la tecnologia: è un indizio che l’età porta cambiamenti di priorità che interagiscono con i dispositivi.

Strumenti che possono aiutare

Non tutti gli schermi sono equivalenti. Le videoconferenze interrompono la solitudine. Le app di messaggistica mantengono i rapporti. I contenuti passivi invece possono portare a paragoni sbagliati e a frustrazione. La differenza sta nell’intenzione. È curioso vedere come molte persone sopra i sessanta usino la tecnologia per compensare mancanze pratiche e relazionali senza cadere nella trappola del consumo compulsivo.

“There is, however, a common misperception that mobile health technology use is lower among older adults, when in fact most Americans aged 60 years and older own a cell phone and spend a significant amount of leisure time in front of a screen.” Erica N Schorr Ph D B S B A R N FAHA Associate Professor University of Minnesota School of Nursing.

Perché la felicità in età matura sembra meno dipendente dallo schermo

La spiegazione semplice sarebbe: esperienza. Ma non basta. Ho incontrato persone piene di esperienza che sono state risucchiate da un uso emotivo dei social. Il punto è che molte persone tra i 60 e i 70 anni hanno già passato fasi in cui l’identità e il senso non dipendevano dai like. Questo retaggio importa.

Un altro elemento è il filtro delle aspettative. I giovani vivono in una cultura che premia la visibilità immediata. Per gli over sessanta la ricerca di visibilità non è stata condizionata fin dall’origine dai meccanismi degli algoritmi. Quando ti formi professionalmente e personalmente in un mondo in cui l’autostima non si misura dal numero di follower, sviluppi una resistenza. Non è migliore o peggiore. È diversa.

Non esiste un monolite generazionale

Attenzione a non idealizzare. Ci sono sessantenni che passano ore davanti allo schermo e si lamentano dello svuotamento emotivo. Allo stesso tempo ci sono ventenni che usano i media con intenzionalità sorprendente. Le categorie generazionali semplificano cose complesse. Però è vero che, in media, la pressione sociale e professionale che spinge all’iperconnessione è meno forte dopo i sessant anni.

Una domanda pratica

Se non è la quantità di tempo davanti allo schermo a determinare la soddisfazione, cosa lo influenza maggiormente? Direi la qualità delle relazioni, il senso di competenza quotidiana, e una scala delle priorità che non è stata costruita dai feed. E naturalmente il controllo su come si impiegano il tempo e l’attenzione.

Questo controllo non è innato: si costruisce giorno dopo giorno. Cambia il modo in cui si risponde agli stimoli digitali. Meno reattività, più selezione. Non serve un dogma anti tecnologia. Serve una disciplina emotiva che non è molto diversa da quella che si sviluppa per qualsiasi altra dipendenza comportamentale.

Osservazioni personali

Ho visto mia zia cancellare le notifiche, tenere il telefono in borsa durante il pranzo con amici e poi usare lo stesso telefono la sera per guardare vecchi film. Non era una rinuncia. Era una scelta. Questo esempio mi ha convinto che la questione non è l’età in sé ma l’esercizio esercitato sull’attenzione. Ecco dove, a mio avviso, si gioca la partita della felicità digitale in età matura.

Conclusione parziale e apertura

Le persone tra i 60 e i 70 anni non sono necessariamente più felici perché hanno evitato gli schermi. Alcuni lo sono perché hanno sviluppato strumenti interiori che rendono gli schermi utili invece che invadenti. Altri invece si trovano ancora in lotta. Non c’è una formula unica. Resta però evidente che la capacità di scegliere il proprio ritmo con la tecnologia è un fattore potente per la qualità della vita.

Idea chiave Cosa significa
Uso intenzionale Preferire scopi chiari all’interazione casuale.
Priorità mature Valori costruiti prima dell’era degli algoritmi riducono la pressione sociale digitale.
Strumenti utili Videocall messaggistica e app possono arricchire senza dominare.
Controllo dell’attenzione Discipline pratiche piuttosto che divieti assoluti funzionano meglio.

FAQ

Le persone anziane evitano gli schermi o li usano meno?

Non è corretto dire che evitano gli schermi. Molti li usano e spesso più di quanto si pensi. La differenza sta nel modo e nello scopo. Spesso gli over sessanta sono guidati da necessità pratiche o relazionali e tendono a porre limiti temporali o contestuali. Questo non significa uniformità ma una tendenza. Le statistiche mostrano un aumento dell’uso ma i profili d’uso rimangono heterogenei.

Se gli schermi non sono la radice del problema allora cosa fare?

Non cerco di dare ricette universali. È utile però sviluppare pratiche di consapevolezza dell’uso. Limitare le notifiche, definire orari senza schermo, identificare scopi chiari per l’uso digitale e coltivare attività che richiedono presenza fisica. Queste azioni non eliminano la tecnologia ma ne cambiano l’effetto sull’umore e sulle relazioni.

Può l’età dare un vantaggio emotivo contro la dipendenza digitale?

In parte sì. L’età porta esperienza e spesso una scala di valori meno focalizzata sulla visibilità immediata. Ciò non garantisce immunità. Tuttavia le abitudini formate prima dell’epoca dei social offrono resistenze naturali che, se coltivate, possono servire come protezione.

È possibile insegnare alle generazioni più giovani a usare gli schermi come fanno molti sessantenni?

Non si tratta di un trasferimento tecnico ma di un cambiamento culturale. Le giovani generazioni potrebbero apprendere pratiche di selezione dell’attenzione e progettazione delle routine dalla generazione precedente. È un processo reciproco. La tecnologia evolve e le strategie vincenti sono spesso ibride e adattative.

Questa analisi vale per tutta l’Italia?

Ci sono differenze regionali e sociali. Alcune comunità italiane hanno ritmi e legami sociali che favoriscono l’interazione faccia a faccia più della vita digitale. Tuttavia la dinamica fondamentale resta: la felicità digitale in età matura dipende più dal controllo dell’attenzione e dalla qualità delle relazioni che dal tempo passato davanti allo schermo.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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