I nati negli anni 60 ci hanno provato a mettere in guardia. La psicologia ora capisce il perché

Cresciuto in un quartiere dove le domeniche erano lunghe e i problemi non sparivano cliccando un’icona, ho spesso pensato che certe persone nate negli anni 60 avessero una specie di sesto senso pratico. Non è nostalgia patinata. È un insieme di osservazioni che oggi la psicologia comincia a mettere a fuoco con termini rigorosi e dati che disturbano ma anche spiegano.

Un avvertimento silenzioso, ripetuto nei modi sbagliati

Non parlo di consigli moralistici da bar. Parlo di generazioni che invitavano a non delegare tutto a strumenti esterni. Negli anni 60 si imparava a tollerare l’attesa, a riparare invece di buttare via, a convivere con l’imperfezione privata e pubblica. Questi comportamenti non erano esibizioni eroiche ma allenamenti mentali quotidiani. Molti oggi si lamentano che i nati in quegli anni non capiscono il presente. Forse è vero. Ma spesso la loro critica era un tentativo goffo di trasmettere quella forma di resilienza pratica che le società con tecnologie scarsamente pervasive costringevano a sviluppare.

Perché ora abbiamo bisogno di capire il loro messaggio

La psicologia contemporanea non parla più soltanto di tratti generazionali immutabili ma di processi plasmati dall’ambiente. Che cosa hanno fatto gli anni 60 di così diverso? Non solo musica o politica. Quelle persone sono cresciute in contesti con meno interruzioni digitali, maggiori compiti domestici pratici e aspettative sociali quotidiane che non si risolvevano con una app. La conseguenza è stata una serie di meccanismi cognitivi e motivazionali che oggi appaiono utili ma in gran parte desueti alle nuove ecologie sociali.

Le forze psicologiche dietro gli avvertimenti

La ricerca recente distingue tra plasticità e allenamento. Il cervello non è un contenitore rigido; si adatta. Ma certe pratiche ripetute durante l’infanzia e l’adolescenza lasciano tracce che si chiamano abilità di coping. Quelle abilità includono la tolleranza alla frustrazione, la propensione al problem solving orientato all’azione e una diversa percezione del rischio. Nati negli anni 60, molti hanno interiorizzato una preferenza per la manutenzione rispetto alla sostituzione. Questo non è solo bricolage fisico: è un modo di affrontare relazioni, carriere, fallimenti.

Ciò che oggi viene spesso liquidato come conservatorismo è talvolta una raccolta di strategie utili in contesti dove la tecnologia non risolve i problemi sociali fondamentali. Dico questo senza mitizzare. Quei meccanismi possono anche portare a resistenza al cambiamento, chiusure problematiche, e a volte alla romanticizzazione del passato. Ma la valutazione deve restare complessa: non tutto ciò che si perde è inutile.

Un esempio concreto

Prendete la capacità di portare avanti compiti noiosi. Negli anni 60 era normale. Per la psicologia contemporanea quella capacità si traduce in attenzione sostenuta e in una forma di autodisciplina che oggi si cerca di addestrare con tecniche costose. Non è un caso che molte pratiche terapeutiche moderne ricreino, in modo guidato, ciò che la vita quotidiana offriva una volta spontaneamente.

Quando gli avvertimenti sembrano allarmismi

I nati negli anni 60 a volte hanno parlato come se la tecnologia fosse un pericolo universale. Chi li ascolta percepisce retorica o paternalismo. Eppure qualche loro intuizione è stata confermata: la relazione tra uso intensivo degli schermi e aumento di alcuni sintomi depressivi in giovani è oggi un tema studiato e discusso da più parti. Jean M. Twenge professoressa di psicologia alla San Diego State University ha osservato che “The more time teens spend looking at screens the more likely they are to report symptoms of depression”. Questa frase non chiude il dibattito ma introduce una correlazione che merita attenzione e verifica continua.

Jean M. Twenge Professor of Psychology San Diego State University “The more time teens spend looking at screens the more likely they are to report symptoms of depression”.

Lo dico con cautela: correlazione non è destino. Però quando un’intera coorte ripete un monito, e la scienza trova segnali compatibili, diventa obbligatorio ascoltare senza ridurre tutto a sterile contrapposizione generazionale.

Due intuizioni originali che pochi analisti sottolineano

Primo. Gli anni 60 non hanno creato una saggezza monolitica ma hanno imposto una pratica di attesa che oggi potrebbe funzionare come antidoto alle risposte impulsive indotte dall’iperstimolazione digitale. Non è solo nostalgia per il silenzio: è l’idea che certe decisioni vanno lasciate sedimentare.

Secondo. Quegli avvertimenti spesso mancano il bersaglio perché sono comunicati come giudizi morali e non come lezioni pratiche. Questo errore retorico ha fatto sì che tante osservazioni utili siano scartate come critica generazionale pretestuosa. Se invece venissero presentate come strumenti concreti per gestire l’ansia e la sovraesposizione informativa avrebbero più probabilità di essere prese in considerazione.

Quello che non dico

Non sostengo che tornare indietro sia possibile o desiderabile. Le tecnologie hanno portato benefici reali. Sto dicendo che la perdita di certe abitudini ha un costo che vale la pena misurare con onestà. Non offro ricette miracolose. Alcune domande restano aperte: come coltivare pazienza in un ecosistema digitale? Qual è l’equilibrio tra protezione e esposizione? Le risposte richiedono sperimentazione e uno sforzo sociale, non sermoni generazionali.

Una posizione chiara

Personalmente, sono stanco della guerra dei generi. Preferisco un approccio che riconosca i limiti di ciascuna epoca e provi a ricomporre frammenti utili. Se i nati negli anni 60 ci hanno provato a mettere in guardia, non era solo per criticare i giovani. Era per salvare pratiche che hanno valore psicologico. Respingo l’idea che sia tutto passato o tutto sbagliato. Il dialogo deve essere di tipo pratico e non moralistico.

Conclusione provvisoria

Gli avvertimenti di una generazione erano spesso travestiti da strafottenza. La psicologia oggi comincia a restituirci la misura di alcune di quelle osservazioni. Non sono regole immutabili ma tracce di pratiche che la modernità ha eroso. Forse vale la pena recuperarne alcune, adattandole al presente senza ingessare il futuro.

Leggere questo non deve spingere a chiudere i ponti. Serve a ricordare che le competenze emotive e cognitive si coltivano a partire da abitudini concrete. Gli anni 60 non hanno tutte le risposte ma hanno lasciato segnali che meritano di essere tradotti in strumenti utili oggi.

Tabella riassuntiva

Idea chiave Cosa significa oggi
Tolleranza all’attesa Strumento contro reazioni impulsive indotte dagli schermi
Cultura della riparazione Favorisce problem solving orientato all’azione
Libertà fisica e rischio calcolato Aiuta a discriminare tra pericolo reale e disagio nuovo
Comunicazione diretta Può essere adattata per costruire pratiche non moralistiche

FAQ

Perché gli avvertimenti dei nati negli anni 60 sembrano spesso inascoltati?

Perché arrivano spesso come giudizi e non come strumenti. La generazione che ha vissuto i cambiamenti tecnologici e sociali degli anni 60 ha sviluppato abitudini che oggi suonano antiquate. Quando questi consigli vengono espressi con tono morale la reazione naturale è difensiva. Se invece venissero tradotti in pratiche concrete e sperimentabili aumenterebbe la loro ricezione.

La psicologia indica quali pratiche recuperare?

La ricerca parla di abilità come attenzione sostenuta, problem focused coping e tolleranza all’incertezza. Non ci sono ricette uniche ma interventi che riproducono quegli stimoli possono aiutare: esercizi per allungare la soglia di distrazione, attività che richiedono manutenzione e pazienza, esperienze controllate di rischio. Tutto va adattato al contesto attuale.

Significa che la tecnologia è intrinsecamente dannosa?

No. La tecnologia è uno strumento con effetti potenti e ambivalenti. I problemi emergono quando gli ecosistemi cognitivi cambiano troppo rapidamente senza pratiche compensatorie. L’approccio utile è valutare effetti e bilanciarli con abitudini che rinforzino competenze psicologiche fondamentali.

Come può una società media trasformare questi avvertimenti in politiche utili?

Con misure che promuovano esperienze pratiche e la riduzione degli stimoli distrattivi in contesti educativi e lavorativi. Non serve tornare indietro ma introdurre spazi dove si esercitano attenzione e manutenzione. Le politiche dovrebbero finanziare sperimentazioni che integrino pratiche tradizionali con le necessità contemporanee.

Se non dobbiamo seguire ciecamente i consigli delle generazioni passate cosa resta?

Resta la possibilità di scegliere consapevolmente. Prendere elementi utili dal passato e metterli alla prova oggi. Non è una questione di fedeltà storica ma di pragmatismo psicologico. Alcune pratiche funzionano ancora. Altre no. L’atteggiamento migliore è sperimentale e critico allo stesso tempo.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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