La disciplina silenziosa della generazione degli anni 70 sta svanendo e nessuno sta facendo domande scomode

Ci sono cose che capitano senza clamore. Una di queste è la scomparsa di una certa disciplina che ha formato chi è nato tra la fine degli anni 60 e i primi 80. Non parlo di dover essere sempre produttivi o di alzarsi alle cinque. Parlo di una quotidianità fatta di regole non scritte: un modo darsi limiti, di accettare la frustrazione come orizzonte di apprendimento, di onorare impegni piccoli e apparentemente insignificanti. È una qualità che oggi sembra consumarsi come una vecchia vernice al sole. Questo pezzo è un tentativo di capire perché e di mettere in fila osservazioni che spesso non sentite nei titoli.

Perché parlo di disciplina e non solo di lavoro

La parola disciplina richiama subito immagini di rigore e fatica, ma la disciplina silenziosa della generazione degli anni 70 era qualcosa di più sfaccettato: era routine domestica, era rispetto per la parola data, era il tempo speso a finire un progetto anche quando l’entusiasmo era finito. Era una pazienza praticata, non declamata. Certe cose non si vedevano in primo piano ma si pagavano nei conti della vita: riparare una serratura, studiare una materia sopra la media, sostenere colleghi mentre il capo non guardava.

Non sto idealizzando. Conosco persone nate negli anni 70 autoritarie, ostinate fino all’egoismo. Ma conosco anche tanti che portano nelle relazioni personali e nel lavoro quella capacità di restare. Oggi la retorica tende a interpretare la distanza dalla fatica come una nuova libertà. Io penso che spesso sia fuga.

Una generazione che non gridava

La disciplina di cui parlo non appariva nei manifesti. Era pratica quotidiana. Se il mondo sembrava meno incerto rispetto a oggi lo si doveva anche a quella capacità di costruire col metodo. Il risultato non era spettacolare ma solido. Quando dico che sta svanendo non intendo che i giovani siano meno capaci. Intendo che la cultura ha smesso di trasmettere strumenti concreti per gestire la noia e la ripetizione.

Non è solo nostalgia: cosa dicono gli studi

Chi legge soltanto i titoli pensa che tutti i discorsi sulle generazioni siano fumo. Certo, la letteratura indica che l’idea che una generazione abbia un’etica del lavoro intrinsecamente superiore è spesso un mito. Lo ha mostrato una meta analisi diretta da Keith Zabel della Wayne State University. Questo non annulla la mia osservazione. Vuol dire che i numeri non sempre catturano i gesti quotidiani che tengono insieme una famiglia o un’officina.

“The finding that generational differences in the Protestant work ethic do not exist suggests that organizational initiatives aimed at changing talent management strategies and targeting them for the very different millennial generation may be unwarranted and not a value added activity.” Keith L. Zabel Professor of Business Psychology Wayne State University.

Un altro studio recente porta la questione su un piano diverso: Martin Schröder della Saarland University ha mostrato che l’importanza attribuita al lavoro cambia con l’età e con i periodi storici; non è sempre una caratteristica ereditaria di una coorte. In altre parole, la sospensione della disciplina che osserviamo può essere anche un effetto della mutata condizione storica e delle aspettative sociali. È una spiegazione parziale e utile.

“The importance of work first increases and then decreases with an individual’s age and that the importance of work tends to decrease for everyone with the passing of historical time.” Martin Schröder Senior Researcher Saarland University.

Osservo tre cambiamenti che contano davvero

Primo cambiamento: la riduzione degli spazi per l’errore pratico. Una volta sbagliare era parte della scuola di mestiere. Oggi l’errore è spesso pubblico e digitalizzato e la correzione richiede più strategia che esercizio manuale. Secondo cambiamento: la velocità. Il ritmo accelera le aspettative, diminuisce la pazienza necessaria a nutrire competenze non immediatamente monetizzabili. Terzo cambiamento: l’architettura della famiglia e del lavoro. Più contratti atipici, carriere spezzate, supporti sociali differenti. Questo altera la scommessa che la disciplina ripaga domani.

Non sto suggerendo che tornare indietro sia la soluzione. La domanda è pratica e politica: quali abitudini vogliamo conservare e come le insegniamo senza ricadere in nostalgie autoritarie?

Un ricordo personale

Ricordo una bottega a Torino dove mio zio insegnava la giusta distanza per una saldatura. Non spiegava la teoria. Ti lasciava provare finché non capivi. Quel tipo di apprendimento non è replicabile con una lista di consigli o un’app. Serve tempo, qualcuno che tolleri il tuo tentativo insufficiente e una cultura che valuti l’imperfezione come fase. È questo che credo si stia perdendo: non l’abilità di lavorare ma la pazienza di lasciare che la competenza si formi lentamente.

Cosa perderebbe la società se la disciplina svanisse

Immaginate servizi pubblici che non sono più sostenuti da una generazione abituata alla costanza. Non è una previsione apocalittica, è una possibile declinazione: meno artigiani disponibili, meno persone che investono nel mantenere infrastrutture senza ritorno immediato. Ma attenzione: non è un affondo contro i giovani. È una chiamata di responsabilità collettiva. Si può prenderla come critica o come spinta a ripensare formazione e organizzazione del lavoro.

Non dico che dobbiamo tornare ai modelli del passato

Alcuni aspetti dei decenni passati andavano cambiati. Piuttosto propongo un recupero selettivo di pratiche utili: l’esercizio della frustrazione come maestra, la pazienza per mestieri che diventano competenze profonde, la misura della parola data. Non sono valori magici. Sono strumenti.

Proposte pratiche che molti non considerano

Serve ripensare gli spazi dove si costruisce la disciplina. Non parlo di punizioni o di gerarchie rigide. Parlo di microistituzioni: laboratori di mestiere nelle scuole secondarie, programmi di apprendistato che non siano solo brevi stage, incentivi per luoghi di lavoro che premiano la manutenzione e non solo il lancio spettacolare. Le piattaforme digitali possono aiutare ma non bastano: la disciplina si esercita con il corpo e con la ripetizione non mediata dallo schermo.

Alcune proposte suonano banali perché lo sono: meno iper-targeting sulle carriere fast track, più formazione pratica, più tempo per imparare. Ma la banalità qui non è un difetto, è una descrizione realista del lavoro da fare.

Conclusione aperta

Non so se la disciplina della generazione degli anni 70 sia destinata a un ritorno di moda. Forse si trasformerà in altre forme. Forse la perderemo. Ho la convinzione personale che una società sostenibile abbia bisogno di più persone che sanno portare a termine le cose anche quando nessuno le applaude. È un giudizio di valore. È anche un invito a progettare istituzioni che coltivino quella capacità, senza ripetere vecchi errori.

Sintesi

Idea chiave Perché conta
Disciplina silenziosa Regola piccoli comportamenti che costruiscono affidabilità a lungo termine.
Non è solo nostalgia Studi mostrano che le percezioni generazionali spesso confondono età e periodo storico.
Cosa sta cambiando Meno tolleranza per l’errore pratico. Ritmi più veloci. Strutture lavorative diverse.
Proposte Apprendistati reali laboratori pratici e incentivi alla manutenzione delle competenze.

FAQ

1. La generazione degli anni 70 era davvero più disciplinata o è solo un mito?

Non è corretto affermare che quella generazione avesse una superiorità intrinseca. Ricerche come la meta analisi guidata da Keith Zabel mostrano che le misure tradizionali del work ethic non differiscono nettamente tra coorti. Tuttavia certi modi pratici di costruire la disciplina erano più diffusi in contesti familiari e lavorativi che allora favorivano la formazione lenta. Questa distinzione qualitativa spesso sfugge alle misurazioni quantitative.

2. Come posso insegnare quella disciplina ai miei figli senza essere autoritario?

Si può promuovere la disciplina creando condizioni per l’apprendimento pratico: assegnare compiti ripetuti non punitivi ma formativi, valorizzare il completamento di attività anche piccole, offrire contesti dove l’errore sia tollerato come fase di crescita. Il punto è dare tempo e responsabilità graduali, non imporre rigide routine.

3. La tecnologia è il nemico della disciplina?

Non necessariamente. La tecnologia altera le forme in cui la disciplina si esercita. Può facilitare l’accesso a pratiche di apprendimento ma non sostituisce il lavoro corporeo e la ripetizione incarnata. Usata male peggiora la tolleranza alla frustrazione; usata bene può sostenere percorsi di pratica prolungata.

4. Quali settori rischiano di soffrire di più se questa disciplina sparisce?

Mestiere manuali e servizi che richiedono cura continua sono i più esposti. Anche settori pubblici che si reggono sulla manutenzione costante possono risentirne. Non si tratta di catastrofe immediata ma di un progressivo aumento dei costi di ripristino e della difficoltà di trasferire competenze pratiche.

5. È possibile riconciliare nuove aspirazioni giovanili con la disciplina tradizionale?

Sì. Serve un ripensamento che tenga insieme flessibilità e allenamento alla costanza. Non è compromesso tra vecchio e nuovo ma un progetto che valorizzi strumenti pratici dentro forme lavorative più fluide. Si possono immaginare apprendistati modulari, contratti che includano tempo per formazione pratica e riconoscimento sociale del lavoro di cura e manutenzione.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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