I settantanni non sono una categoria neutra. Sono un tempo in cui il passato pesa, certo, ma anche un luogo da cui si osserva il mondo con un’inclinazione che è spesso fraintesa. Ho visto persone di quell’età fare cose che sfidano la freddezza delle statistiche: proteggere una fiducia altrui, mantenere una promessa, continuare a credere in sogni che altri consideravano perduti. Questo articolo prova a spiegare perché la speranza rimane così resistente fra chi ha vissuto sette decadi e oltre. Non è solo nostalgia o buonismo. È psicologia con nervi scoperti.
Un gesto che non sembra strategico ma lo è
Quando un settantenne non abbatte la speranza di un figlio o di un vicino, non sempre sta compiendo un atto eroico. Talvolta sembra soltanto testardaggine. Eppure la persistenza di quella speranza è carica di funzione sociale: tiene insieme relazioni, conserva senso e previene la decisione di abbandonare. Non è un calcolo razionale pubblicizzato in prima pagina. È un’abitudine costruita nel tempo, un riflesso morale affinato da decenni di prova e errore.
La speranza come pratica quotidiana
Ho osservato che gli anziani non parlano sempre di grandi progetti. Parlano di piccoli appuntamenti. Di una visita, di una chiamata, di una pianta che deve fiorire. Questa routine modesta è una palestra della speranza: tiene i muscoli dell’attesa in esercizio. Più che un desiderio astratto la speranza diventa compito. Tenere fede a quel compito significa non annullare la possibilità che qualcosa cambi in meglio domani.
La radice psicologica: perché la speranza persiste
La ricerca sulla motivazione e il senso di vita indica che la speranza non è semplicemente il contrario della disperazione. È un orientamento cognitivo che mette a fuoco alternative possibili e mobilita energie per percorrerle. Questo è particolarmente vero negli anziani che hanno accumulato competenze sociali e strumenti pratici per navigare crisi. Vogliono preservare possibilità anche quando il risultato sembra improbabile. Non perché siano ingenui ma perché hanno imparato a distinguere tra ciò che è probabile e ciò che vale la pena di sostenere.
“Those who have a why to live can bear almost any how.” Viktor E. Frankl psychiatrist founder of logotherapy Vienna.
La frase di Frankl non è un ornamento. Spiega un meccanismo: la speranza non è una vacanza dalla realtà. È il rinvenimento di un motivo che dà senso all’azione nonostante le difficoltà.
Empatia accumulata e tolleranza al rischio emotivo
Una persona anziana ha spesso visto i propri cari fallire e rialzarsi. Questa storia vissuta trasforma la capacità di valutare il danno emotivo. Non tutto ciò che sembra pericoloso per la salute psichica è realmente mortale per l’anima. Per questo molti settantenni diventano custodi della speranza: non perché siano idealisti ma perché hanno verificato che la speranza può essere un potente strumento di recupero.
Il ruolo del rapporto generazionale
La speranza che gli anziani non tolgono agli altri è anche un atto educativo. In famiglia, il rifiuto di smantellare i progetti altrui insegna che non tutto deve essere sterilizzato dall’ansia del risultato. È una forma di lascito morale. Talvolta questa postura irrita i più giovani che vorrebbero soluzioni rapide. Altre volte la salva.
Quando la speranza diventa responsabilità
Non sto esaltando ogni forma di speranza. Ci sono casi in cui l’incoraggiamento diventa colpa: mantenere viva una speranza che impedisce scelte necessarie può ferire. Ma qui bisogna distinguere due cose. Da un lato la speranza come innalzamento di aspettativa irrealistica. Dall’altro la speranza come tenacia che permette di sostenere sforzi. I settantenni che mi interessano abitualmente praticano il secondo tipo. Sono severi quando occorre e indulgenti quando la situazione richiede presenza piuttosto che soluzioni immediate.
La speranza come strumento sociale e politico
Non pensate alla speranza solo come a un sentimento personale. In comunità piccole e grandi la speranza è risorsa collettiva. Gli anziani spesso sono i nodi di reti informali. La loro scelta di non annullare la speranza di un altro ha effetti che travalicano il singolo: mantiene servizi attivi, protegge iniziative locali e rallenta l’erosione del capitale sociale. È un tipo di politica dal basso fatta senza slogan.
Non tutto si cura con ottimismo
Detto questo la speranza non è medicina universale. Non cura tutte le fratture e non sostituisce le politiche pubbliche adeguate. Né voglio banalizzarla come se bastasse per costruire futuro. Però evita il collasso emotivo che rende le comunità incapaci di agire. La differenza è sottile ma reale: mantenere una speranza sensata crea condizioni per l’azione collettiva, mentre il pessimismo paralizza.
Quel che osservo e non riesco a spiegare del tutto
Ci sono gesti che rimangono irrazionali anche all’osservatore più attento. Un uomo che perde una figlia e continua a credere che la sua volontà potrà cambiare alcune cose nel mondo. Una donna che finanzia un piccolo teatro locale pur sapendo che non sarà redditizio. La speranza qui è meno una strategia e più un modo di abitare il tempo. Non do risposte definitive a questi casi. Preferisco lasciarli come aperture: fenomeni che sfidano la nostra necessità di catalogare tutto.
Conclusione
La speranza custodita da chi è nella settantina e oltre è un fenomeno complesso. È pratica quotidiana, funzione sociale, atteggiamento morale e a volte anche sfida contro l’ordine delle cose. Non è sempre buona né sempre innocua. Ma è spesso necessaria. Se vi irrita o vi commuove, forse state semplicemente osservando due facce della stessa cosa: la volontà umana di non abbandonare ciò che conta ancora abbastanza da meritare attesa.
Riepilogo sintetico
| Idea chiave | Cosa significa |
|---|---|
| Pratica quotidiana | La speranza si allena in piccoli gesti e appuntamenti. |
| Funzione sociale | Salva relazioni e rafforza reti comunitarie. |
| Radice psicologica | È orientamento motivazionale e non semplice ottimismo. |
| Distinzione critica | Può sostenere o ostacolare il cambiamento a seconda del contesto. |
FAQ
Perché gli anziani sembrano più inclini a mantenere la speranza rispetto ai giovani?
Gli anziani hanno accumulato storie di fallimenti e recuperi che offrono un repertorio interpretativo, quindi differenziano meglio tra ciò che è probabile e ciò che merita sostegno emotivo. Non è che siano più ingenui. Hanno semplicemente più dati di esperienza per capire quando sperare è utile e quando può esser dannoso.
La speranza può essere insegnata o è innata?
È un mix. Alcune persone hanno una propensione naturale a vedere possibilità dentro le difficoltà. Però la pratica familiare e culturale conta molto. Essere testimoni di atti coerenti di speranza insegna a tenerla viva, mentre un ambiente che liquidifica aspirazioni tende a sopprimerla.
Quando la speranza diventa un peso per gli altri?
Diventa problematica quando impedisce decisioni necessarie o quando mantiene situazioni che causano danno prolungato. In questi casi la speranza non è più risorsa ma meccanismo di evitamento. Riconoscerlo richiede dialogo e a volte mediazione esterna.
Come si distingue una speranza sensata da una illusoria?
Una speranza sensata è ancorata a possibilità concrete e a piccoli passi praticabili. L’illusoria tende a ignorare dati oggettivi e a creare aspettative sproporzionate. Il confine non è netto e spesso si manifesta in come le persone spendono tempo energia e risorse per perseguire un obiettivo.
Può la speranza degli anziani influenzare le politiche locali?
Sì. Quando gruppi di persone anziane mantengono iniziative e imbastiscono reti di solidarietà, esercitano pressione sociale che può spingere le istituzioni ad agire. È una forma di potere meno visibile ma concreta, fatta di costanza piuttosto che di clamore.