Non è nostalgia. È osservazione clinica messa in parole che suonano quasi scomode nel mondo iperconnesso di oggi. Le persone nate negli anni 60 e 70 mostrano una combinazione di resistenza emotiva, autonomia pratica e tolleranza alla frustrazione che i terapeuti vedono sempre meno nei pazienti più giovani. Vi avverto subito: non sto dicendo che fossero superiori. Sto dicendo che hanno imparato a convivere con l’attrito quotidiano in modi che l’era digitale raramente mette alla prova.
Quello che i numeri non raccontano subito
Gli studi moderni parlano molto di salute mentale, diagnosi e tassi di ansia. Ma spesso perdono il contesto: come si costruisce la capacità di reggere una giornata difficile senza rivolgersi a una distrazione istantanea. Chi è cresciuto negli anni 60 e 70 ha attraversato routine che oggi sembrano elementari ma che hanno allenato nervi e attenzione. Non parlo di eroismo. Parlo di abitudini continue e ripetute che finiscono per cambiare il modo in cui si risponde allo stress.
Resilienza che viene dall’abitudine
La parola resilienza è inflazionata. Però la forma che vedo nei pazienti di quella generazione è concreta. Sanno aspettare. Sanno riparare. Sanno telefonare e affrontare la conversazione difficile fino alla fine. Sono abituati a soluzioni pratiche e a un senso di responsabilità che non dipende dal consenso pubblico. Questo modello non è emerso da una singola lezione di vita ma da un montaggio quotidiano di piccoli problemi risolti senza esternalizzare tutto.
Tre forze emotive che spiccano
1. Tolleranza alla frustrazione
Se ero giovane negli anni 70, aspettare era normale. Si aspettava la posta, si aspettava il programma in televisione, si aspettava che il meccanico avesse tempo. L’attesa insegnava a non esplodere davanti alla prima difficoltà. Oggi l’attivazione di uno smartphone spesso interrompe quel processo di adattamento naturale. Non accade sempre, ma è una tendenza riconoscibile nella pratica clinica.
2. Autonomia pratica
Riparare qualcosa, orientarsi con una mappa cartacea, imparare dai tentativi falliti. Questo tipo di competenza costruisce fiducia operativa. Non è la stessa cosa dell’autostima esibita a colpi di like. È fiducia fondata sul fatto che si è già fatto e che si può fare ancora. Questo genera meno panico quando qualcosa va storto perché esiste un retroterra di soluzioni provate.
3. Relazioni che reggono la prova del tempo
Le relazioni nella vita reale erano meno mediate da schermi e status symbol. Le conversazioni conflittuali avvenivano faccia a faccia. Era più probabile che ci si confrontasse direttamente. Questo non vuol dire che fosse sempre sano. Significa che molte persone di quella generazione sono diventate più abili nel gestire tensioni senza uscire dalla stanza emotiva.
Dr Sandi Mann psicologa e docente universitaria University of Central Lancashire. La mancanza di stimoli continui nelle fasi di sviluppo favorisce la capacità di tollerare la noia e di trasformarla in creativita e problem solving.
Perché oggi queste qualità sembrano rare
La tecnologia non è solo comodità. È anche un sistema che riduce l’attrito. Quando tutti i problemi sono risolvibili con un click la pratica della pazienza si atrofizza. Quando la maggior parte delle risposte viene esternalizzata il nucleo dell’autoefficacia si indebolisce. Non voglio additare la tecnologia come colpevole assoluta. È un fattore tra tanti che ha riscritto le condizioni in cui la forza emotiva si costruisce.
Un altro elemento spesso ignorato
La cultura del controllo continuo ha prodotto una generazione che si struttura attorno alla previsione e alla pulizia degli imprevisti. Chi è nato negli anni 60 e 70 è nato in una fase storica con più variabili imprevedibili a livello sociale e lavorativo. L’incertezza ripetuta ha forgiato un’abitudine a sopportare gli scossoni. Chi vive oggi in un mondo iperprogrammato conosce meno quell’allenamento quotidiano.
Non è un confronto morale ma culturale
Voglio smarcarmi dal tono punitivo. Non è una gara di meriti tra generazioni. Il mio punto è politico culturale. Le pratiche che una società adotta per risolvere problemi cambiano i profili psicologici. Se il sistema ospita meno attriti e più soluzioni immediate allora genererà persone con meno esperienza nella gestione dell’attrito. Se invece il sistema lascia spazi per l’errore e per la riparazione, formerà persone più abili nella sopportazione emotiva.
Qualcosa che possiamo recuperare
Non serve ricreare un passato ideale. Alcune abitudini specifiche sono replicate con poco sforzo: lasciare periodi programmati senza notifiche, imparare attività manuali pratiche, coltivare relazioni che tollerano l’imperfezione. Sono esercizi semplici e non sempre comodi. Funzionano perché non sono una performance. Sono ripetizioni lente che cambiano i muscoli emotivi.
Osservazioni personali e una scommessa
Ho lavorato con pazienti nati negli anni 60 e 70 che raramente rinunciano al problema dopo il primo tentativo. Non perché siano stoici ma perché hanno abitudini consolidate. Vedo giovani con grandi risorse intellettuali ma con meno attitudine alla noia costruttiva. Questo non è una condanna definitiva. È una possibilità di trasferimento conoscitivo. L’orizzonte della cura mentale oggi dovrebbe includere esercizi che ricreino quelle condizioni formative senza idealizzarle.
Ricadute pratiche nella vita di tutti i giorni
Quando una persona impara a tollerare frustrazione senza fuga immediata la qualità delle sue scelte cambia. Ma non voglio dare ricette. Dico solo che il confronto con l’esperienza di chi è nato negli anni 60 e 70 può essere illuminante. Ascoltare storie di riparazioni fallite, offerte perse e poi risolte senza trionfalismi restituisce una mappa di soluzioni spesso assente nei dialoghi moderni.
Riflessione aperta
Non tutte le lezioni del passato valgono oggi. Alcune pratiche erano rigide, punitive, non inclusive. Il punto è scegliere cosa preservare e cosa rifiutare. La compassione per le difficoltà altrui e la volontà di insegnare competenze pratiche non sono nostalgiche. Sono scelte intenzionali che possono essere adottate senza rinunciare ai vantaggi attuali.
| Idea chiave | Perche conta |
|---|---|
| Tolleranza alla frustrazione | Riduce le reazioni istintive e favorisce decisioni ponderate |
| Autonomia pratica | Costruisce fiducia basata su competenze reali |
| Relazioni durevoli | Permettono gestione diretta dei conflitti e maggiore stabilita |
| Ripetizione quotidiana | Le abitudini forgiano resilienza piu dei singoli eventi |
FAQ
Perche le persone degli anni 60 e 70 sembrano piu resistenti emotivamente?
Perche sono cresciute in condizioni che richiedevano risolvere piccoli problemi da sole e ad affrontare ritardi e disagi senza soluzioni immediate. Questo non significa che non avessero problemi emotivi. Significa che alcune competenze di coping erano praticate quotidianamente e consolidate nel tempo.
Questo vuol dire che le generazioni piu giovani sono svantaggiate?
Non e una sentenza. Le generazioni piu giovani hanno altre abilita e opportunita che i loro predecessori non avevano. Ma possono risultare meno allenate in specifiche capacita come la tolleranza alla frustrazione o la riparazione pratica. Riconoscerlo non e una colpa ma un punto di partenza per interventi educativi e culturali.
Si puo imparare oggi cio che le generazioni precedenti acquisivano per abitudine?
Si possono apprendere esercizi e pratiche che ricreano alcune condizioni formative. Attivita manuali, periodi senza notifiche, confronto diretto nei rapporti sociali sono esempi concreti. Non restituiscono il passato ma possono allenare gli stessi muscoli emotivi.
Ci sono aspetti negativi nel modo in cui quella generazione si e formata?
Sicuramente si. Alcune pratiche educative erano dure, meno attente alla salute mentale e alle diversita. La forza emotiva non e sinonimo di salute emotiva. Bisogna distinguere tra capacita adattive e tenaci strategie difensive che possono nuocere.
Perche dovrei leggere queste riflessioni ora?
Perche la conoscenza pratica delle generazioni precedenti offre strumenti concreti. Anche chi non e nato in quegli anni puo trarre risultati applicando con giudizio alcune abitudini. Non si tratta di imitare un modello ma di selezionare pratiche utili per la vita di oggi.