Nati negli anni 60 e 70 Hanno Imparato il Controllo Emotivo Prima di Chiunque Altro

Non è una favola nostalgica. È un fenomeno quotidiano che vedo nelle conversazioni, nelle famiglie e nei bar di città italiane: chi è nato negli anni 60 e 70 gestisce le emozioni in modo diverso. Non meglio in senso assoluto, ma con un apparente addestramento emotivo che non ha seguito corsi o test online. Ha imparato sul campo e spesso senza che lo sappia. Questo articolo prova a spiegare perché, quando e come è successo. E perché non è detto che sia tutta roba buona.

Un controllo pratico più che teorico

Chi è cresciuto tra gli anni 60 e 70 ha vissuto transizioni culturali e sociali che chiedevano adattamento immediato. Non c’era l’algoritmo che segnala quando prendersi pausa. C’era il lavoro, il mutuo, la famiglia, e spesso una rete sociale più ravvicinata. Dalla mia esperienza personale e da mille chiacchiere ascoltate, questi elementi hanno prodotto una specie di allenamento emotivo pratico. Le emozioni venivano maneggiate come attrezzi: utili quando servivano, messe da parte quando intralciavano.

La disciplina della vita quotidiana

Non parlo di repressione. Parlo di una disciplina che si è formata per necessità. I nonni e i genitori di quella generazione spesso insegnavano con l’esempio che non tutto ciò che si sente va detto o agito subito. Era un’abitudine culturale e familiare a mitigare l’impulsività. Certo, in alcuni casi questa mitigazione è diventata freddezza. Ma non sempre.

Le radici storiche e sociali

Negli anni 60 e 70 l’Italia e l’Europa entrarono in un periodo di grandi cambiamenti. Lavoro, migrazioni interne, urbanizzazione. Chi è nato in quel periodo ha visto fluidificarsi ruoli e aspettative. Ho raccolto molte storie di persone che mi hanno detto in tono stanco ma orgoglioso che saper tenere a bada la rabbia o la frustrazione era una competenza pratica: utile per mantenere il lavoro, per non rompere legami, per trattare con istituzioni lente.

Il contesto come maestro

Quando l’ambiente richiede pazienza la persona impara a coltivarla. In psicologia si parla di apprendimento per esposizione: non servono manuali se sei obbligato a convivere con l’attesa. L’ironia è che oggi, con applicazioni che abbassano la soglia della frustrazione, quella lezione non si trasmette più con la stessa forza. E questo spiega perché la percezione generazionale differisce.

Non tutto è esperienza positiva

Ammiro la compostezza, ma non la mitizzo. In alcuni casi il controllo emotivo degli anni 60 e 70 nasconde violenze relazionali, difficoltà a riconoscere vulnerabilità, e una tendenza a rimandare il confronto autentico. Ho visto coppie dove il silenzio non è controllo ma negligenza emotiva. Il gesto morale di non esplodere non equivale sempre a intelligenza emotiva. Serve saper distinguere. E voglio essere chiaro: non è un attacco generazionale. È un bilancio onesto.

Un equilibrio sottile

Il punto è questo. Saper sospendere la reazione immediata è una risorsa. Ma la capacità di esprimere ciò che si sente, di chiedere aiuto, di cambiare idea, è altrettanto cruciale. La generazione nata negli anni 60 e 70 tende a privilegiare la prima abilità. Le generazioni successive spesso puntano di più sulla seconda. Entrambe le inclinazioni hanno costi e benefici.

There is perhaps no psychological skill more fundamental than resisting impulse. It is the root of all emotional self control. Daniel Goleman psychologist and author of Emotional Intelligence former New York Times science writer.

La citazione di Daniel Goleman non è una sentenza. È però utile per mettere in parole quello che vedo: la resistenza all’impulso come nucleo del controllo emotivo. Goleman colloca questa abilità al centro delle competenze emotive. Non contraddice la mia osservazione sul fatto che questa abilità sia stata ‘apprendida’ su vasta scala dalle generazioni citate.

Perché questa abilità non è stata insegnata formalmente

Non esistono certi corsi nel passato che siano stati moltiplicatori di questa competenza. Piuttosto, una serie di pratiche quotidiane e di ruoli sociali l’hanno affinata. Lavorare in uffici gerarchici, affrontare code agli sportelli, gestire famiglie numerose: tutto questo ripeteva prova dopo prova il tema della moderazione emotiva. Era un apprendimento sociale non formalizzato ma spesso duraturo.

Il ruolo della narrazione personale

Ho parlato con persone che ricordano scene precise: un episodio di rabbia domato prima che degenerasse, una discussione famigliare trasformata in silenzio strategico. Questi ricordi non sono mere aneddotichezze. Fungono da traccia per nuovi comportamenti. E quando un comportamento funziona viene trasmesso. La narrazione familiare è stato il vero laboratorio.

Implicazioni per oggi

Che cosa ci possiamo portare dietro di utile da questa lezione di controllo emotivo? Primo: riconoscere che la gestione dell’impulso è una skill praticabile. Secondo: imparare a bilanciarla con l’autenticità emozionale. Non abbiamo bisogno di tornare indietro, ma di estrarre dai meccanismi passati ciò che funziona oggi e scartare ciò che non va più bene.

Una proposta personale

Propongo di considerare il controllo emotivo non come un freddo decoro, ma come uno strumento plasmabile. Usatelo quando serve. E quando non serve, lasciatelo riposare. Mi irrita la retorica del ‘faccio tutto da solo’ che spesso accompagna questa generazione. Allo stesso tempo riconosco la forza pratica di chi sa aspettare, smussare, scegliere il tempo giusto per parlare.

Conclusione aperta

Non ho una risposta definitiva. Preferisco osservare e rinviare la sentenza. Il controllo emotivo dei nati negli anni 60 e 70 è una lezione mista di virtù e limite. Vale la pena studiarlo, valorizzarlo e correggerlo. Non possiamo copiarlo a occhi chiusi, ma possiamo apprendere ciò che ancora serve: saper resistere all’impulso senza perdere la capacità di sentire e comunicare.

Tabella riassuntiva

Elemento Osservazione
Origine Contesti sociali e familiari degli anni 60 e 70 che richiedevano pazienza e disciplina pratica.
Meccanismo Apprendimento per esposizione e narrazione familiare piuttosto che istruzione formale.
Punti di forza Capacità di resistere agli impulsi, stabilità nelle relazioni e in ambito lavorativo.
Limiti Rischio di soppressione emotiva, difficoltà nel riconoscere vulnerabilità, minore tendenza all’espressione aperta.
Lezione per oggi Adottare il controllo come strumento flessibile e integrarlo con pratiche che favoriscono autenticità e comunicazione.

FAQ

Perché gli anni 60 e 70 producono questo tipo di controllo emotivo?

Perché le pressioni sociali ed economiche di quei decenni imponevano adattamenti continui. Le persone dovevano mediare rapporti di lavoro più rigidi e comunità più coese. Questo costringeva a trovare strategie per non lasciarsi sopraffare dalla reazione immediata. In più le narrazioni familiari e la presenza più marcata di reti locali favorivano l’apprendimento per imitazione e storie che venivano tramandate.

È sempre una cosa positiva imparare a controllare le emozioni?

No. Il controllo è una tecnica, non un valore assoluto. Può proteggere la vita sociale e la carriera ma può anche impedire la risoluzione di conflitti profondi e ostacolare l’accesso alle emozioni autentiche. Il punto è saper dosare: usare il controllo quando è utile e lasciar spazio all’espressione quando è necessaria.

Come possiamo insegnare questa abilità alle generazioni più giovani senza riprodurne i limiti?

Facendo leva sull’esperienza pratica ma accompagnandola con strumenti di comunicazione emotiva. In altre parole insegnare non solo a non esplodere ma anche a dire cosa si prova in modo chiaro. Creare contesti dove la pazienza sia premiata e la vulnerabilità non stigmatizzata. Non basta imitare il silenzio dei genitori. Serve accompagnarlo con il linguaggio che lo rende utile.

Ci sono studi che confermano questa differenza generazionale?

La ricerca su differenze generazionali nelle espressioni emotive è ampia ma non sempre univoca. Molti studi indicano che pratiche sociali e tecnologie influenzano le abitudini emotive. Più utile che cercare una prova definitiva è osservare le tendenze culturali e ascoltare le storie individuali che ricostruiscono come le competenze si siano sviluppate nella vita quotidiana.

Qual è un errore comune nel giudicare questa generazione?

L’errore è pensare che il controllo emotivo equivalga a freddezza morale. Spesso è stata una strategia di sopravvivenza. Criticarla senza capire il contesto è ingiusto. Allo stesso tempo difenderla acriticamente impedisce di correggerne i limiti. Serve equilibrio critico.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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